“Il collasso dei social network” con Francesco Marino
Trascrizione
Francesco Marino: Grazie, Gio.
Joe Casini: Francesco è appunto giornalista nonché autore, in particolare molto attivo su Instagram, sui social, che fa sempre delle analisi molto molto interessanti su quello che è un po’ il mondo digitale in cui viviamo, in questo mondo poi in realtà digitale, ma non solo ibrido. Quindi oggi parleremo in qualche modo di mondi on life e di come si ibridano mondi reali. E mondi digitali. Quindi comincio subito a chiacchiata, Francesco, con quella che è la domanda di rito con cui apriamo tutte le puntate del podcast Il Mondo Complesso. Che è la domanda semplice. La domanda semplice è la domanda che ti dà la possibilità in qualche modo di iniziare un po’ a tracciare tu la conversazione, la chiacchiata che ci faremo. E la domanda semplice che ti volevo fare. Visto che ormai esistono da un po’, quindi tu li analizzi in particolare, ma insomma. Ci sono anche molto volenti. La domanda sempre ti voglio fare, una domanda che non ho mai fatto ed è cosa sono i social network?
Francesco Marino: È semplice solo sulla carta questa domanda. Allora, i social network, intanto lì secondo me entriamo già in un pezzo del discorso. I social network sono reti sociali digitali, costruite intorno all’idea che si potesse trasportare nello spazio digitale la rete di contatti, le reti sociali che le persone avevano nello spazio fisico. È l’idea che poi c’è la base di Facebook. Guardare il film dei social network è piuttosto evidente, lui a un certo punto immagina ed è la vera sua intuizione, che sia sua o che l’abbia copiata da qualcuno, cioè l’idea che noi su internet volevamo e vogliamo parlare con le persone con cui abbiamo a che fare nella vita di tutti i giorni e non con qualche anonimo nickname come accadeva prima di allora. Poi c’è una fase dell’evoluzione dei social network. I social network nascono intorno a questo concetto, cioè intorno al concetto di nodo, intorno al fatto che ciascuno di noi poi è nodo di una serie di connessioni, e poi queste connessioni possono, diciamo, intersecarsi. Il concetto di amici in comune è ciò che davvero è alla base di Facebook, i segrati di separazione, cioè tutta quell’idea per cui attorno alle reti sociali si potesse costruire qualcosa. Poi si è evoluto tutto, si è evoluta la tecnologia prima di tutto, perché questa è una cosa che spesso dimentichiamo nell’analisi digitale. L’analisi digitale è prima di tutto analisi delle tecnologie che abilitano determinati tipi di comportamenti. Quando nasce Facebook, per dirne una, non si potevano pubblicare video. E soprattutto non c’era lo smartphone, o comunque Facebook nasce desktop e non nasce smartphone. Tant’è che poi Zuckerberg spesso racconta di questa transizione che loro fecero verso lo smartphone. A un certo punto è come se queste reti sociali si fossero spostate in uno spazio più privato. Tutti noi oggi manuteniamo le nostre relazioni non tanto sui social network quanto piuttosto sui sistemi di messaggistica istantanea, su gruppi di chat. Ci sono tanti altri strumenti. Quindi pian piano i social network sono diventati social media. Tant’è che poi quello che facciamo, la maggior parte di noi Quello che la maggior parte di noi fa sui social media è intrattenersi, informarsi, passare del tempo. E quindi la definizione cambia leggermente, sono sostanzialmente spazi dove ciascuno può pubblicare dei contenuti e arrivare a un numero imprecisato di persone.
Joe Casini: Ma guarda, ripartendo proprio dall’origine, come dici tu, dallo spirito originale al quale sono nati, credo che due ci sono due fenomeni che poi hanno in qualche modo cominciato a intrecciarsi e sul quale appunto mi interessava la tua opinione. Da una parte Appunto nascono per rimanere in contatto con le persone che conosciamo, e l’effetto forse più dirompente che hanno avuto non è stato forse tanto quello. Nel senso all’inizio, sì, eravamo in contatto di amici, magari da altre parte del mondo, ma quanti erano? Insomma, ma hanno fatto in qualche modo: ci hanno dato la percezione di conoscere persone, soprattutto magari personaggi famosi che in realtà non conoscevamo a livello personale, però hanno accorciato moltissime distanze, e quindi. Partendo da una dimensione privata, in qualche modo si è creato un dialogo che sembra privato anche con persone che non rientrano nelle nostre cerchi di conoscenze. Dall’altra parte, come dicevi tu, la trasformazione in piattaforme di contenuti e quindi il fatto che in qualche modo ognuno di noi è diventato non soltanto consumatore, ma anche produttore di contenuti. E queste sono un po’ le due, diciamo, i due fenomeni che più mi hanno colpito in tutti questi anni. Poi sono spesso molto intrecciati. Quindi, come la vedi questo intreccio?
Francesco Marino: Sono due temi interessantissimi, intanto perché. I social network, e questa è una condizione, diciamo, importante e statutaria, nascono intorno alle singole identità. Cioè quando Facebook lancia le pagine, quando iniziano a entrarci i VIP, è un po’ una rottura del patto originario che Zuckerberg faceva con i suoi utenti, cioè il fatto che quello strumento servissi a una cosa precisa, che era rimanere in contatto all’inizio, se ti ricordi, addirittura con gli amici dell’università.
Joe Casini: Tanto i campus, le mail che si lancia
Francesco Marino: la Ligue, poi va via via. A espandersi. Tant’è che se tu ti iscrivevi a Facebook nel 2006-2007, una delle prime cose che ti chiedeva era la scuola di provenienza, perché era lì il centro della questione. Quindi, già lì, diciamo, è un è un imbarbaramente una parola grossa, però, insomma, è una prima deviazione dalla traiettoria iniziale, cioè l’idea che poi lì dentro a un certo punto potessero non esserci solo le persone. Di tutti i giorni, ma potessero esserci potesse esserci chiunque. E questo poi crea sicuramente una sensazione di accorciamento delle distanze, e crea anche in qualche misura una sorta di quella che poi chiamano disintermediazione, quella che chiamiamo disintermediazione, cioè l’idea che poi a livello tecnologico. Chiunque all’interno di un social network è pari a un altro. Cioè in premessa, poi naturalmente ci sono dei capitali accumulati nel corso del tempo che contano. Però, in premessa, se io e te domani apriamo un account, non è importante che tu sia una persona molto più preparata di me su un determinato tema. A livello tecnologico, per l’algoritmo, siamo pari. E accanto a questo si è sviluppata, diciamo, un’attenzione particolare nei confronti della produzione di contenuti, che sono oggi, diciamo, la vera moneta importante all’interno dei social network. Siamo passati da questo sistema in cui la vera moneta dei social network erano le identità a un sistema in cui sono i contenuti. Io per raccontare questa cosa faccio sempre lo stesso esempio, però, secondo me, è abbastanza chiaro: la persona su Instagram, tutt’oggi, più seguita al mondo è Cristiano Ronaldo. Che è proprio una delle persone al mondo che ha un network sociale più ampio, cioè lo conoscono tutti. È difficile che trovi qualcuno che non conosca Cristiano Ronaldo. La persona più seguita al mondo su TikTok è una persona che nel 2020 faceva l’operaio in provincia di Torino, che è Khaby Lame. E quindi lì capisci questa transizione che è semplificata molto da TikTok da network costruito intorno alle identità, e quindi dove il capitale sociale ha una. Un peso enorme. Cioè, tu sei le persone che conosci, tu sei il tuo network, più conosci e più hai possibilità di emergere dentro quello spazio. A un network basato sui contenuti più democratico. Almeno in premessa, teoricamente più democratico. E in cui il contenuto digitale è quello che dicevi tu, cioè il fatto che poi chiunque possa non solo chiunque possa produrre contenuti digitali, perché la vera, diciamo, la vera transizione verso questo sistema è il modello TikTok. Cioè il fatto che non solo io li posso produrre, ma quei contenuti poi possono arrivare a tutti. E quindi non è che io devo avere 2000 follower per fare un milione di visualizzazioni. Posso anche averne zero e se azzecco diciamo il contenuto, magari. Hanno fatto tanti. TikTok per un certo periodo di tempo ha anche utilizzato questa cosa come strategia commerciale nella contrapposizione con i vecchi social network. Cioè. Una delle cose che TikTok si prometteva di fare è essere l’america dei social network, cioè essere uno spazio in cui si potesse
Joe Casini: emergere rapidamente.
Francesco Marino: Esattamente, diventare influencer. Fu chiamato la fabbrica da un milione di follower. Insomma, adesso è un po’ diverso, perché adesso si è saturato pure un po’ quello spazio. Però. Secondo me le due vere transizioni che tu individuavi e sono quelle nel mondo dei social network di oggi, da quella premessa di Zuckerberg. Sono da un lato questa diciamo sensazione di star parlando sempre con delle persone vicine. E quindi anche l’influencer ci giocano molto, tra l’altro, gli influencer su questo. Sul fatto che sono come noi tutta la costruzione dell’identità di Chiara Ferragni, del bagno dell’armadio, serve per farti capire
Joe Casini: che sta entrando a casa loro.
Francesco Marino: Esatto, che quindi si genera una relazione. Cioè, quella persona non è solo una che va in televisione, ma è una che ti sta facendo entrare dentro casa sua. Quindi, da un lato, questo e dall’altro il contenuto come unità di misura del mondo, se vogliamo, a partire da quell’oggetto. Che oggi può essere disponibile a tutti, in qualunque condizione, perché poi il modello TikTok è il modello di tutti i social media oggi. I Reel, in particolare, ma anche il feed di Instagram, in realtà, è basato sullo stesso modello, con un contenuto puoi arrivare al mondo.
Joe Casini: Questo secondo te genera un po’ una sorta di cortocircuito. Nel senso, da una parte, come dicevamo, abbiamo questa pretesa, non so se c’è ancora questa presa, però, come dicevi tu, nel periodo d’oro degli influenza, c’era la pretesa di questa trasparenza e autenticità assoluta. Quindi, da una parte era come veramente se in qualche modo entrassimo in contatto anche con persone che non conosciamo in una dimensione molto autentica, dall’altra appunto essendo poi. Tutto finalizzato alla produzione comunque di un contenuto che possa diventare virale, quindi è molto artefatta questa comunicazione. C’è un momento di apertura, ma è sempre un momento di apertura che poi quanto è realmente autentico. Quindi, il modo in cui li abitiamo non c’è un po’ un cortocircuito, secondo te, tra il mostrarci appunto autentici e quindi creare quella confidenza? E dall’altra parte, invece, il fatto che poi sono sempre tutte comunicazioni, soprattutto per chi lo fa per lavoro o comunque li utilizza per quel motivo molto governate, molto poco spontanea. È un cortocircuito
Francesco Marino: enorme, secondo me. In realtà è una delle chiavi, credo, per interpretare i social media, network, insomma, vabbè, usiamoli come sinonimi in questo contesto, se non ci sbagliamo, in questo periodo storico, perché tu hai da un lato. Non solo il fatto che i contenuti arrivano da persone che lo fanno per lavoro, ma il fatto che il video porta con sé la necessità del fatto che quel contenuto debba essere molto più curato e quindi la barriera all’ingresso dei social netto si alza. Perché un conto è stare su Twitter, X, Trez e quindi stare lì e scrivere con la tastiera due cose da 140 caratteri, 160. Quanti sono? E un conto è produrre un video di TikTok. Che non è una cosa semplice. Comunque, ci sono una serie di ostacoli che tu devi superare. Prima fra tutti, decidere di apparire. Che non è banale. E quindi È ancora più netto questo contrasto, perché, evidentemente, diciamo, questa cosa va a scapito dell’autenticità, che è quella per cui, appunto, stato d’area ai social network, per cui lì dentro stiamo con nome e cognome, foto, e quindi quelli che stanno lì dentro siamo noi. E allora. E questo, secondo me, è molto importante perché non è mai successo. Nella storia dell’umanità, o comunque nella storia dei media, diciamo, per usare un parametro un pochino più o meno ambizioso, non è mai successo nella storia dei media che noi ci intrattenessimo fondamentalmente, cioè per lo più con contenuti che provengono da persone, non da personaggi. Noi per molti anni abbiamo gestito l’intrattenimento con una certa distanza, cioè poi con gradi di intimità sempre più ampi, nel senso che poi c’è il cinema, poi c’è la televisione che è molto
Joe Casini: dei reality, insomma, c’è stato un percorso. Certo.
Francesco Marino: Io credo che in realtà una parte di quello che sta succedendo oggi sia parente della reality TV, che è la prima volta in cui noi non vogliamo vedere i personaggi, ma vogliamo vedere le persone. Lì c’è comunque una cornice. La reality TV aveva, e ha, tuttora, perché lo fanno ancora il grande fratello, la casa, la cornice, diciamo, di interpretazione. I social media no. E io credo che questo sia molto pericoloso e molto come dire, cioè, crea un cortocircuito importante rispetto all’interpretazione della realtà. Perché c’hai queste proprio queste due cose che si scontrano: cioè, da un lato c’h’infrastruttura costruita intorno alle identità. Perché la cosa interessante poi dei social network è che dall’idea di Zuckerberg sono cambiati tantissimo, ma il profilo c’è. Tu stai sempre lì con nome e cognome e foto. Diciamo, a prescindere. Cioè, questa cosa non è cambiata. E quindi è una piattaforma costruita e nata. Sono tutte piattaforme costruite e nate intorno alle identità. Però, dall’altro hai questa enorme barriera all’ingresso della produzione dei contenuti, e quindi chi lo fa? Lo fa chi lo vuole fare, chi può professionalizzare questa cosa. E questo ticiamo, poi ti porta a. Non riuscire sempre a separare, a capire che cos’è intrattenimento, che cos’è non intrattenimento. Faccio
Joe Casini: un parallelo su questo, con anche un po’ il tema del contenuti generali dell’intelligenza artificiale. Cioè, in generale, viviamo in un momento in cui l’impressione è che il rapporto che abbiamo. Con la realtà digitale è un rapporto che sta diventando sempre più complesso. Prima, in qualche modo, avevamo ben chiaro anche negli ambienti digitali ciò che poteva essere finzione, penso, al mondo gaming, tutto quello che era il contenuto prodotto per intrattenimento, e ciò che invece era in qualche modo una dimensione, appunto, di la riproposizione di contenuti che attingeva direttamente la nostra realtà. Quindi le notizie circolavano piuttosto che i contenuti che vivano scritti. Chi ci metteva la faccia, ci metteva la faccia in una dimensione più Se vogliamo genuina, autentica, spontanea. Ecco, invece questo cortice di cui stiamo parlando, in qualche modo mi fa venire in mente anche il tema. Proprio del rapporto che abbiamo, penso, con le foto, con i video, ora che iniziano sempre più a circolare contenuti prodotti di intelligenza artificiale. Come se in qualche modo. Non dobbiamo ogni volta che approcciamo un contenuto, fare un’operazione in più,
Francesco Marino: sì. L’altra una cosa da aggiungere rispetto alla natura dei social media oggi è che c’è una continua rinegoziazione delle cose. Nel senso che già i social network di per sé fin dalla nascita sono oggetti che vivono intorno alla sparizione del contesto, cioè Tu, quando pubblichi un post, sì, ok, posso andare a vedere il tuo profilo e lì dentro posso farmi un’idea di te. Però io vedo una sequela di post tutti diversi, che non hanno nulla in comune, se non il fatto che provengono dai miei amici e che per l’algoritmo potrebbero essere per l’algoritmo dovrebbero essere interessanti per me. Questo è ancora più radicale in un contesto in cui i post che io vedo sui social network non provengono da persone che ho scelto di seguire, ma provengono da tutto il mondo e sono basati sostanzialmente sempre solo sugli interessi. E quindi ogni post in realtà è una rinegoziazione, diciamo, della mia identità, della realtà, del contesto. Non c’è contesto e c’è sempre meno. E di conseguenza. Questo rende anche molto più complicata l’interpretazione delle cose che uno vede perché se sparisce il contesto e se diventa sempre più anche difficile da interpretare quello che vedi, perché non c’è riferimento. Dici io mi fido di quella persona. Allora io seguo quella persona, seguo quelle 15 persone, mi fido di quelle 15 persone e allora da loro mi informerò. Quando stai invece nella sezione di Reel o su TikTok o comunque sui social network oggi. Potresti vedere contenuti da persone che non segui, e questo secondo me poi rende anche più complicata la negoziazione rispetto ai contenuti generati da intelligenza artificiale. Anche se poi lì bisogna sempre capire i contesti in cui parliamo di contenuti generati da intelligenza artificiale. Cioè, oggi, secondo me, i contenuti generati da intelligenza artificiale sui social network sono molto. Interessanti nel supporto di narrazioni già esistenti, diciamo, è difficile. Trump in galera per dire o Taylor Swift generata da Trump. Non è che io credo effettivamente che ci sia Taylor Swift che si è messa la maglietta. Però, se io voglio dire una cosa. A sostegno di una determinata tesi, quel contenuto rafforza, diciamo, quella cosa. Domani non lo so. Io. Non lo so, cioè nel senso, io credo poi che a un certo punto si dovrà parlare di questa cosa, cioè si dovrà parlare del fatto che abbiamo appaltato l’intrattenimento, l’informazione a dei sistemi che proprio volevano fare altre cose in realtà, cioè, nel senso, a dei sistemi nati intorno ad altri obiettivi. E che poi si sono. Forse TikTok, in realtà, è quello più a cavallo: che poi si sono adattati a gestire questa molle di informazioni. Ma che però sono costruiti intorno ad un’infrastruttura che non è detto che sia, diciamo, giusta. Assolutamente.
Joe Casini: Guarda, il tema questo della perdita del contesto, pure secondo me, è veramente uno dei degli snodi che stiamo vivendo. Il contesto, chiaramente in forma come si dice: cioè crea dei vincoli intorno al messaggio, rendendolo con questi vincoli in qualche modo meno ambiguo, cioè la libertà di interpretare il messaggio. Nel momento in cui è contestualizzato, ovviamente si riduce. Spostando un po’ questa cosa dalla dimensione digitale a una dimensione più fisica e reale, diciamo. Secondo te questi effetti di questa perdere del contesto in qualche modo della comunicazione che impatti stanno avendo poi fuori da queste piattaforme?
Francesco Marino: Allora, io credo che in generale ci sia una anche una rinegoziazione del nostro rapporto con lo spazio fisico a causa a causa della relazione che abbiamo con le piattaforme. Per molti di noi le piattaforme, il digitale, Sono il modo principale con cui accediamo alla realtà e quindi sono il primo filtro che si pone tra noi e lo spazio fisico. E questo, secondo me, genera una rinegoziazione del rapporto con lo spazio fisico. Cioè, io vedo, mi sembra di vedere personalmente, un rapporto sempre più utilitaristico con il reale e con lo spazio, cioè si va sempre più verso il consumo. Di spazi, luoghi, oggetti persone anche in alcuni casi in cui io sostanzialmente mi informo rispetto a un tema, luogo, oggetto, ristorante, persona, e poi decido se convertire quell’informazione sulla base di una valutazione, sulla base di un’interazione che avviene in un altro spazio e. Il rischio, secondo me, poi è trasformare lo spazio fisico, la realtà. Poi, vabbè, sulla realtà uno dovrebbe fare un paio di puntate del podcast almeno. È di trasformare la realtà esclusivamente in uno spazio di consumo di qualcosa che avviene fuori.
Joe Casini: Assolutamente. Tutto diventa una location per un selfie in qualche modo.
Francesco Marino: Sì, esatto, ma in parte sì: in parte tutto diventa un qualcosa di utilitaristico a prescindere. Cioè, io decido di frequentare un luogo non per vivere quel luogo. Sono dinamiche, se vogliamo, anche un po’ turistiche. Che però si applicano alla vita di tutti i giorni. Tutti noi lo facciamo io per primo. Se devo frequentare un posto, prima capisco che cosa può darmi quel posto, prima mi rendo conto di tu del menu. Pensa al ristorante, il menu, i prezzi e tutto il resto, e poi vado a consumare quel posto. Questo, però, poi che fa? Ti allontana dai luoghi? Perché quel luogo smette di essere un luogo in cui tu ti relazioni con delle persone, ti relazioni con uno spazio. Magari costruisci anche qualcosa, dipende dal luogo, naturalmente. E diventa tutto, secondo me, quello, cioè la trasformazione. Io quello che vedo più di ogni altra cosa rispetto al modo in cui i social media e le piattaforme digitali influenzano lo spazio fisico, e che lo trasformano in un luogo di consumo.
Joe Casini: Questo è anche molto interessante. Viene in mente, sai, anche dice, il modo in cui viviamo i posti i propri posti fisici. Siamo un po’ immersi in questa cultura come se viessimo, e questo forse è anche uno degli effetti dei social, del mondo di Gemma, in particolare forse dei social. Come se viessimo sempre in questo eterno presente in qualche modo. Noi abbiamo sempre il contenuto che. È un contenuto che vale ora e tra un secondo già è vecchio, abbiamo bisogno di un nuovo contenuto. Stiamo sempre immersi, che non è e va un po’ in antitesi con, per esempio, il fatto di viversi posti, essendo appunto immersi nel presente, nel senso di avere un’esperienza profonda. Invece abbiamo un atteggiamento sempre più superficiale, in qualche modo, con i luoghi, con le persone, ma anche dettato, probabilmente proprio dal modo in cui ormai siamo abituati a consumare l’informazione. Non abbiamo più il fatto di o facciamo non abbiamo più facciamo sempre più fatica in qualche modo ad avere un pensiero magari più approfondito, più a lungo termine, a raccogliere informazione e metabolizzarla nel tempo. E questo, secondo me, è molto legato al fatto che l’informazione lo vediamo anche con le notizie più tragiche che ci arrivano ogni giorno. Anche le guerre nel giro di pochi mesi se arrivano a nostra attenzione: perché non tutte arrivano, ma se arrivano in giro, magari già di pochi mesi diventano già. In qualche modo, un contenuto vecchio. E questa cosa qui ha degli effetti pazzeschi, no? Sì,
Francesco Marino: in generale, una delle cose più importanti, e tu hai citato, diciamo, hai usato la formula attenzione, una delle cose più importanti, a cui, secondo me. Su cui prestare attenzione, scusa di la ripetizione. È proprio questa: cioè che noi viviamo in quello che potremmo chiamare un capitalismo dell’attenzione, cioè in cui tutto è funzione diretta della capacità che qualcosa o qualcuno ha di catturare una scalcagnata attenzione. Perché le piattaforme funzionano sulla base di questo, funzionano sulla base della capacità di catturare l’attenzione. E interi, diciamo interi sistemi economici in qualche misura vengono costruiti intorno a questa capacità di catturare l’attenzione. Io ho questa teoria per cui diciamo la caduta Di Chiara Ferragni caduta sicuramente, perdita reputazionale piuttosto importante, sia dovuta proprio a questa via violentissima rivelazione del fatto che dietro quella cosa dietro quella capacità di catturare l’attenzione, che per una serie di contingenze, anche la Ferragni ha avuto per un lungo periodo di tempo, ci fosse molto, e quindi che quell’impero fosse costruito. Su un qualcosa che poi non aveva delle fondamenta, diciamo, dietro non c’era nulla. E questo, secondo me, è un enorme esempio di questo contesto in cui a fare la differenza è la capacità di qualcuno o qualcosa di catturare l’attenzione. È un filtro enorme all’inizio del nostro percorso di scoperta della realtà, della nostra relazione con la realtà. Questo naturalmente poi ti porta ad applicare questa cosa a tutto, cioè ogni situazione deve essere qualcosa che ti colpisce, che ti ruba l’attenzione. L’eterno presente che tu dici è quello, ma è il fatto che i contenuti, la non finitezza dei contenuti su internet è come se ti negasse la possibilità di elaborare, è come se ti negasse la possibilità di avere una distanza interpretativa rispetto alle cose. Se ci fai caso su internet, non finisce mai nulla. Cioè, tu, a un certo punto, al massimo, non ne senti più parlare. Poi però non sai esattamente come è andata a finire. Però è come se. Un buon parallelismo è che Internet è un database fondamentalmente. Quindi riga su riga su riga su riga di questo enorme Excel, poi a un certo punto, diciamo, le cose rimangono indietro. E si
Joe Casini: diventano dei fiumi carsi a un certo punto e tu non
Francesco Marino: le hai interpretate. C’è chi parla Byung-Chul Han. Nel suo ultimo libro, credo, ha parlato di collasso narrativo, ha parlato di fine delle storie che è assurdo. In un’era di storytelling, diciamo, pensare a questa cosa. Però è vero, perché le storie hanno un percorso, le storie finiscono e sui social network nulla finisce, non finisce mai nulla. Quindi potremmo, sia, magari avere a che fare con oggetti che sembrano storie, però in realtà la narrazione è in una crisi fortissima. Perché. Non c’è narrazione online. In realtà è un appunto fiumicarsi, rivoli di contenuti e storie diverse che si sovrappongono e che poi l’altra cosa, secondo me, piuttosto importante rispetto all’effetto che questo contesto che stiamo descrivendo ha è un certo disorientamento, cioè come se. Anche noi, come i contenuti, passassimo da una cosa all’altra senza sapere bene a cosa dare priorità, senza sapere bene cosa scegliere. Spesso, se tu parli anche con persone che usano i social network, nemmeno loro lo sanno perché hanno iniziato a guardare video su TikTok. E ci hanno passato un’ora. Perché spesso è qualcosa di quasi involontario a cui noi cediamo, diciamo, una parte del nostro tempo. E per questo, secondo me, una delle cose più importanti di cui parlare in questi tempi è l’attenzione, cioè il potere politico dell’attenzione, cioè riappropriarsi dell’attenzione. Secondo me, è una cosa molto importante. Cioè, io credo. Visto che l’attenzione, possiamo dire, che è una delle risorse scarse, più preziose, diciamo, della nostra cultura, io credo che oggi, come mai, prestare attenzione sia un atto politico, quasi, cioè perché noi siamo quello a cui prestiamo attenzione.
Joe Casini: Io permesso, non credo che tutto questo fosse in qualche modo predeterminato, voluto, ovviamente, però ti voglio fare: posto che il tema c’è. Secondo te viene utilizzata a questo punto però strumentalmente, ci sono, no? Secondo te c’è una volontà in qualche modo di mantenere, di continuare a spostare le conversazioni? Cioè, se noi abbiamo la nostra attenzione assorbita, ovviamente, focalizzata su alcune cose, di conseguenza non ce l’abbiamo su altre. Questo ti faccio questa domanda perché? Secondo me abbiamo parlato prima, a parlare anche di intelligenza artificiale. Io, per esempio, questa è una tecnica in qualche modo che vedo spesso utilizzata quando si parla di intelligenza artificiale. Non so se sei d’accordo, però spesso chi sono, appunto, in qualche modo, i Deus X machina che ci sono dietro i grandi processi di intelligenza artificiale, tendono a prospettare questi futuri apocalittici, queste grandi cose. Che è un buon modo appunto per spostare l’attenzione rispetto a problemi molto più urgenti, non che non ci possano essere quei rischi e che non dobbiamo in qualche modo farci una riflessione. Però tra un ipotetico futuro distopico tra qualche anno e tutto ciò che banalmente l’intelligenza artificiale oggi comporta, ma anche in termini di sorse utilizzate, i diritti del lavoro e così via, in qualche modo mi sembra un modo strumentale di catturare l’attenzione. Ecco, in generale, secondo te c’è una bontà o meno ci sono persone, strutture, organizzazioni che spostano, utilizzano questo fenomeno? Con delle logiche, appunto, se vuoi, ultrapitaliste, proprio per portare avanti,
Francesco Marino: sì, sicuramente. Cioè è chiaro che poi, come ogni contesto informativo, relazionale e sociale, ha in qualche misura delle regole e che possono essere sfruttate per fini differenti. Quello che fai tu, l’esempio che fai tu dell’intelligenza artificiale, mi sembra un chiaro esempio di questa cosa. Cioè io Sposto l’attenzione su qualcosa che non so nemmeno se e quando potrebbe succedere, per non parlare del fatto che magari il prodotto non è così buono in quel momento, oppure delle risorse, oppure di una serie di altri temi. Credo sia una delle modalità fondamentali con cui si distoglie l’attenzione oggi, cioè quella di. Portare quell’attenzione da altre parti secondo stilemi ormai piuttosto noti. Cioè, lo sappiamo tutti che per far funzionare qualcosa su internet bisogna dire qualcosa di polarizzante, di estremo, di conflittuale. Cioè, di recente. C’è un altro che non se la passa particolarmente bene in questo periodo che si chiama Mr. Beast, che è lo youtuber più famoso al mondo, che ha avuto un po’ di questioni riguardanti il reality che ha fatto e riguardanti, diciamo, l’etica di questi reality. E di recente è uscito, è stato diffuso online il suo documento di onboarding per la Mr. Beast Production, cioè quel documento che viene dato alle persone che iniziano a lavorare lì dentro. E lui fa questa analogia. A parte il documento ha delle cose folli, ma è molto interessante come fotografia, diciamo di quel mondo. E lui dice: Tu, se non ti piace mangiare una banana, se tu vuoi fare un video su internet, non puoi dire non mi piace mangiare la banana. Devi dire, la banana è il peggior cibo che c’è che c’è sulla Terra. E questa cosa è nota, è ben conosciuta. E questo, ovviamente, poi che fa? Porta al fatto che si crei, diciamo, una discussione spesso intorno a temi assurdi, perché l’ecosistema in cui stiamo funziona intorno a queste tecniche, questi trucchi. Questa, secondo me, una cosa molto importante, cioè questa. Diciamo, ostentata neutralità della rappresentazione sulle piattaforme, cioè il fatto che quello che vediamo lì dentro ci sembra reale, lo percepiamo come reale, c’è questa sensazione di intimità, di non montato, di autentico e tutto il resto. In realtà si scontra poi col fatto che. Tutto è format, in realtà sulle piattaforme. Cioè, il fotodump di Instagram di quest’estate che tutti abbiamo visto. Delle 20 delle 20 foto sul carosello, è fido del fatto che prima si potevano mettere 10 foto, adesso se ne possono mettere 20, e che Instagram vuole che le persone passino più tempo sulla piattaforma. E quindi scorrere 20 foto è più lungo, diciamo, che scorrere 10 foto. E quindi, se io pubblico 15-20 foto, è più probabile che l’algoritmo faccia vedere. Più spesso il mio contenuto. Quindi ciascuno di noi, poi in realtà, questa è la cosa, secondo me, poi interessante. È che ciascuno di noi in realtà si rivolge a queste tecniche per avere anche. per fare qualcosa anche
Joe Casini: di per abitare in uno spazio, chiaramente lo abiti secondo anche le regole dello spazio.
Francesco Marino: Esatto, ma anche per fare qualcosa di completamente, diciamo. Inocuo come condividere le foto delle vacanze, magari con le persone che conosci, ma io ho 100 follower, sono tutti amici e familiari, e vuole far vedere che andate in vacanza. Però in realtà poi per negoziare la tua relazione con le piattaforme devi sempre. Trasformare la realtà in un format.
Joe Casini: A proposito di algoritmo, c’è, appunto, ora il fatto delle nuove feature su casa, piuttosto che hai citato il caso di TikTok, hai citato Threads, che è stato anche un altro caso catante. Rispetto a, secondo te questa tecnologia in che momento, in che fase della propria vita sta? Cioè, c’è un po’ l’impressione che in qualche modo si stiano poi alla fine le piattaforme collassando su. Un unico formato, diciamo, sempre molto simile, ci sono piccoli cambiamenti, piccole cose, però in realtà sembra un’esperienza in qualche modo ormai esaurita da un punto di vista creativo, dal punto di vista di novità. E quindi come la vedi, a che punto siamo e come vedi il domani, cosa succederà domani.
Francesco Marino: Allora, per quello che riguarda l’oggi il modello TikTok è in questo momento. Cioè, quindi, per capirci, per spiegarci, il modello per cui i contenuti che vedi non sono dettati dalle persone, dai profili che segui, ma è tutto per te. Quindi è tutto basato sugli interessi. Qualcuno dice passare dal social network all’interest network, insomma, quindi basato sugli interessi. E quindi io vedo appunto video di cucina, basket e calcio, perché sono le cose che mi interessano e non da persone che seguo, ma insomma, sulla base di un calcolo di probabilità che quelle cose mi piacciono. E questo modello. In questo momento è irrinunciabile per i social network. La motivazione, tra l’altro, l’ha spiegata Adam Mosseri, che è il CEO di Instagram qualche giorno fa in una storia che ha pubblicato, in cui qualcuno gli chiedeva: Sì, ma perché non possiamo scegliere il che dobbiamo vedere? E lui dice: Sì, guarda, noi abbiamo fatto degli esperimenti, poi ci siamo resi conto che però le persone che ci avevano il feed following, quindi quello basato sulle persone seguite, A certo punto smettevano di tornare così spesso, e se tornano meno spesso loro, tornano meno spesso i loro amici. E quindi, insomma, è un disastro. E ora è un disastro per meta, non hai detto che sia un disastro per le persone che utilizzano Instagram il fatto di non tornarci ossessivamente varie volte al giorno e di andarci una volta al giorno a vedere che cosa è successo ai loro amici. Quindi Che questo poi è diciamo il problema fondamentale.
Joe Casini: Poi diventa potere dei giochi, chiaramente è uno scenario competitivo, ovviamente non è che una piattaforma può muoversi.
Francesco Marino: Esattamente. E quindi in questo momento quello scenario, e questo modello, è irrinunciabile per qualunque piattaforma, perché poi alla fine, paradossalmente, tu hai forse meno soddisfazione. Ma più addiction, in qualche misura, più diciamo dipendenza e volontà attornare. Quando TikTok emerge, diciamo, tra il 2020, quando c’è la pandemia. E il 2021 la cosa più incredibile, enorme di TikTok sono i tempi di utilizzo. Cioè, tu avevi un contesto in cui un’applicazione che aveva ancora, sì, relativamente pochi utenti, ma aveva dei tempi di utilizzo clamorosi. Era proprio perché. Questo, diciamo, modello quasi a palinsesto, non tanto diverso dalla TV, in qualche misura, era difficile da lasciare lì. Ti dava sempre quella sensazione che potessi scoprire qualcosa di nuovo e qualcosa di interessante a quella dopo. No, il. Questo modo di funzionare. E quindi io oggi non vedo un’uscita dal modello TikTok. E non so cosa succederà in futuro, ci sono una serie di tentativi di uscire da questo modello. La stessa Threads in realtà permette una personalizzazione dell’algoritmo, cioè gli si può segnalare cosa non piace, cosa piace di più e quindi già lì. C’è un po’ anche se in realtà non funziona così bene l’algoritmo di thread. Una strada è quella che sta usando Blue Sky, che è il social network fondato da Jack Dorsey dopo Twitter, credo che adesso lui ne sia uscito, ma insomma, blu sky per chi lo utilizza, non tantissimi, permette di scegliere su una specie di market dei feed. Cioè, quindi tu vai lì e c’è quello di default, e poi tu puoi scegliere se vedere tutte notizie, oppure tutte foto, oppure una cosa basata su. E ognuno si costruisce. Non è detto che sia una soluzione migliore, non lo so. Però io credo che a un certo punto, diciamo, ci sarà una negoziazione, una come dire. Un tentativo di capire. Vedo già un po’ di sentimenti negativi nei confronti di alcune delle cose che vediamo sui social network. Soprattutto in questo periodo con gli influencer, con questo tipo di ostentazione. Cioè, intendi
Joe Casini: che, secondo te, è possibile a un certo punto inizieremo a regolamentare questi aspetti delle piattaforme?
Francesco Marino: Guarda, la regolamentazione io non so nemmeno come potrebbe andare per questa cosa. Cioè, nel senso che io l’ho raccontata di recente questa cosa. Sono stato a Piacenza al Festival del Pensare Contemporaneo. Alla fine del mio intervento mi si è avvicinato un ragazzo e mi ha detto: Guarda, secondo me il problema fondamentale di tutto sono i Reel. Perché i Reel sono ingestibili, ti stai lì, stai lì te ore, non te ne rendi conto, ma perché la politica non fa niente? Nel senso che non saprei nemmeno esattamente da dove cominciare rispetto a una regolamentazione politica di questa cosa. Io credo che tra l’altro l’Europa stia facendo già molto rispetto alle tutele dei cittadini europei che oggi sono molto più tutelati dei cittadini americani che stanno sui social network per dirne una. Io, però credo che a un certo punto dovremo fare i conti con quello che vogliamo dai social network, comunque perché. Sai, poi è una tecnologia particolare. Perché poi, se tu ti studi un po’ la storia della tecnologia, ogni tecnologia di solito è un tentativo di ammaestrare il mondo in qualche modo, diciamo, di ridurre la complessità, di renderlo un pochino più prevedibile. E diciamo in qualche misura quello che i social network hanno fatto all’inizio era rendere un po’ più semplici le connessioni in un periodo, diciamo, le relazioni in un periodo. In un periodo in cui tutti lavorano, città sono complesse e tutto il resto. Bisogna capire adesso che cosa stanno ottimizzando. Secondo me, la domanda principale da farci è questa qua: che cos’è in questo momento che i social network ci stanno rendendo più semplice, oppure stanno, cioè quello che è il ponte che ti permette di andare da una parte all’altra in una città. Qual è diciamo l’ottimizzazione che i social network ci stanno garantendo? Secondo me. Io credo che già ci sia in qualche misura questo sentimento rispetto anche a solo 3-4 anni fa, credo che la pandemia sia stato un acceleratore gigantesco di tendenze in senso positivo e negativo. Io credo che già ci sia una sensazione, un sentimento in questo senso. Che adesso si sta esprimendo, per esempio, con gli influencer, con un certo scetticismo nei confronti delle cose che vengono pubblicate online. Io credo che a un certo punto. Questa domanda ce la faremo, cioè qual è esattamente la cosa che ci stanno rendendo più facili, più facile queste piattaforme? Posto che sono piattaforme che hanno potenzialità straordinarie, non voglio fare nemmeno quello che parla sempre e solo male, sono piattaforme che ti consentono davvero di avere una finestra sul mondo. Però ecco, secondo me un bilanciamento potrebbe essere, potrebbe essere una strada, oltre a una regolamentazione di una serie di aspetti, perché poi le piattaforme sono un far west rispetto alle pratiche che avvengono all’interno delle piattaforme. Bisognerebbe poi capire che da un lato c’è regolamentare l’algoritmo per dire e i dati e le fake news e tutto il resto, è quello l’Europa mi sembra che lo stia facendo. Dall’altro, per esempio, ci sta tutti i modi di monetizzazione, ci stanno i fuffaguru, ci stanno tutta una serie di cose che accadono all’interno di quello spazio e che non è facilissimo regolamentare. Assolutamente.
Joe Casini: In questo contesto, prendiamo, diciamo, una notizia recente. Di cronaca italiana, che al di là della notizia insieme, ma proprio per l’atteggiamento, e anche della classe politica in questo momento, comunque, insomma, governa il mondo che tendenzialmente è una classe politica conservatrice e molto, molto, molto. Da questo punto di vista polarizzata, mi avrebbe da dire di recente: la circola per cui si è detto di non utilizzare il cellulare nelle scuole, neanche per fini didattici fino a una certa età. Questo come fa match con il fatto che abbiamo bisogno invece di una sempre maggiore consapevolezza, non soltanto rispetto a decisione in sedico, ma proprio. Come stiamo approcciando quindi a un livello un po’ più ampio a livello politico, alla questione? Cioè, che aspettativa abbiamo?
Francesco Marino: Guarda, c’è un altro dei temi di discussione di quest’ultimo periodo per quello che riguarda i social network, questo libro che ha pubblicato uno psicologo americano che si chiama Jonathan Haidt, che si chiama La Generazione Ansiosa. Ed è un libro che negli Stati Uniti ha diciamo creato un terremoto mediatico piuttosto importante, sostanzialmente Haidt sostiene. Che i social network hanno causato un’epidemia di salute mentale negli adolescenti del mondo occidentale, in particolare lui si concentra sul mondo anglosassone e che quindi i social network sono pericolosi per gli adolescenti, per i bambini e per una serie di categorie. E tra le cose che Haidt suggerisce c’è, per esempio, il fatto di vietare i social network gli smartphone fino ai 14. I social network fino ai 16, se non ricordo male. I social network sì, usare i social network dai 16, gli smartphone dai 14. Quindi in realtà, questo per dirti che è vero che serve consapevolezza ed educazione allo spazio digitale, ed è una delle cose che serve assolutamente. Però forse. Una delle cose a cui dobbiamo pensare, Haidt probabilmente ha un po’ di debolezze scientificate. Il libro di Haidt probabilmente ha un po’ di debolezze scientifiche, nel senso che non ci sono veramente delle. Evidenze conclusive rispetto a quello che afferma. Fa però una lettura, secondo me, cioè, secondo me, va letto, fa una lettura molto interessante del fenomeno e fa delle proposte, secondo me, sensate. Bisogna capire a partire da quando e a partire da dove facciamo queste cose. Io sulla scuola e sui 14 anni credo che in realtà. Ritardare a un momento in cui si possa essere più consapevoli non sia una cattivissima idea. Diciamo, ritardare l’inizio della relazione uno a uno con lo strumento. Poi è chiaro che con i genitori uno può avere a che fare. No, no,
Joe Casini: a livello personale non sono anche d’accordo. La cosa che mi colpiva, per esempio, la circolare, è che. Vi è dato anche a livello didattico e quello diventa uno. Secondo me, porta un po’ a giungere lo stigma. Nel senso che parlare appunto di generazione ansiosa. Ci sono poi ovviamente. La tecnologia acquista anche Sinfia Direzione delle prospettive dal quali la guardiamo. Ci sono persone appunto che magari sono isolate, che quindi non nella tecnologia hanno la possibilità di rimanere in contatto con le persone e così via. E secondo me c’è anche una diciamo fisiologica, difficoltà. Cioè partiamo sempre al presupposto in qualche modo che il mondo che conosciamo è il È il mondo migliore, nel senso che tutto ciò che diventa un cambiamento legato alle nuove generazioni, che però facciamo fatica a comprendere, tendiamo sempre un po’ a stigmatizzarlo. Quindi la mia paura è un po’ che piuttosto che cercare di capire come sta cambiando il mondo e quindi essere a disposizione delle nuove generazioni per affrontare il cambiamento in maniera. Con maggiori risorse, in maniera più consapevole, eccetera, si tende un po’ a voler puntare i piedi e a dire ok, no, si stava meglio prima. Assolutamente, una cosa diventa di per sé negativa e stigmatizzata. E quello mi preoccupa perché punto primo, non sono cambiamente secondo me, puoi frenare, quindi diventa anche un po’ una perdita di tempo. Punto secondo, perché secondo me il rischio che corriamo è anche quello un po’ di spezzare il dialogo generazionale.
Francesco Marino: Io sono molto d’accordo su questo. In realtà poi tutta la storia del via dare gli smartphone ha un corollario piuttosto importante, cioè la costruzione delle alternative. Nel senso che poi spesso c’è stata una tendenza anche, e Haidt ne parla bene, devo dire, nel libro: anche una tendenza genitoriale al controllo che ha spinto gli adolescenti e chi stava crescendo, chi sta crescendo. Verso, diciamo, lo smartphone, perché era quello lo spazio, ed è quello lo spazio di espressione e di socializzazione che è necessario quando uno sta crescendo. E quindi se io non posso andare, faccio un parallelismo anche un po’ semplice al parchetto a giocare, allora sto a casa e sto sullo smartphone perché ho bisogno di quello spazio. Allora, se io, come dici tu, giustamente metto uno stigma su quell’oggetto, ho bisogno anche della costruzione delle alternative. E questa è una cosa che non possiamo delegare e che non possiamo. Cioè, il punto lì è quella sottile linea che separa una scelta politica consapevole con un occhio al futuro dal puntare ai piedi. Cioè, se io dico no allo smartphone perché si stava meglio quando si stava peggio, si stava meglio prima. Allora sto puntando i piedi. Se io dico no allo smartphone perché c’è una letteratura che dice delle cose e perché posso e sono in grado di costruire delle alternative, degli spazi di socializzazione sicuri, dei momenti, diciamo, di costruzione dell’identità che non siano esclusiv all’interno dello spazio digitale, allora sì, forse sto costruendo una relazione anche futura con lo smartphone migliore. Perché spesso, e questo è fondamentale dircelo: gli adolescenti non hanno alternative.
Joe Casini: Assolutamente. Beh, Francesco, allora il tempo è volato e siamo arrivati un po’ alle battute finali della puntata, che, così come sia, per esempio, la domanda semplice, anche qui. In chiusura abbiamo un momento ricorrente che è quella della domanda tra gli ospiti. Io ora ti proporrò tre ospiti delle puntate precedenti, te li racconterò brevemente. Ognuno di loro ha lasciato una domanda che non necessariamente ha a che fare col profilo che ti farò. Quindi, magari appunto una persona che si occupa di scienza lascia una domanda su uno sport. Però a sorpresa, in qualche modo ti sceglierai un ospite tra di te che ti propongo, e scoprirai quindi quale domanda lasciata alla quale potrai rispondere. Dopodiché, chiaramente è il tuo turno, e quindi anche tu potrai lasciare una domanda per gli ospiti delle prossime puntate. Allora, i tre ospiti che ti propongo sono Antonello Giannelli. Antonello è presidente della NP che è l’associazione di rappresentanza dei dirigenti scolastici. Con lui, insieme a Antonella, Questa abbiamo fatto una puntata molto bella sulla pedagogia, quindi su come In qualche modo si è sviluppato negli ultimi decenni e in particolare ora il rapporto appunto con l’educazione delle nuove generazioni. Proprio anche quello di cui stavo parlando ora. Ti propongo Lino Apone. Lino Apone è stato per tantissimi anni dirigente responsabile in Feltrinelli, e comunque appunto ha vissuto la vita nel mondo di editori. Abbiamo fatto con lui. Una propria una lettura sistemica in qualche modo del mondo dell’editoria, prendendolo un po’ come case study, se vogliamo, per osservare un po’ di dinamiche. E il terzo ospite che ti propongo è Paolo Benanti, appunto anche lui conosciutissimo, col quale ovviamente abbiamo parlato di intelligenza artificiale ed etica. Ripeto, non è necessariamente la domanda che hanno lasciato a strettamente a che fare con questi temi, però di questi tre, qual è quello che ti incuriosisce di più?
Francesco Marino: Vabbè, non voglio restare troppo, diciamo, nel mio ambito. E quindi dico Giannelli. Ok,
Joe Casini: allora la domanda che ha lasciato Antonello e che ti rigiro è: come si potrebbe utilizzare al meglio la tecnica dell’etutain nelle attività formative?
Francesco Marino: Bella domanda a cui diciamo non sono così qualificato a rispondere, secondo me, tracciando nella maniera migliore i confini tra educazione e intrattenimento, nel senso che io credo che diciamo. Lavorare intorno all’idea che tutto debba per forza essere anche intrattenente e anche intrattenimento non sia una buonissima idea in realtà. E quindi ti rispondo a questa domanda dicendoti che ci sarebbe bisogno probabilmente di tracciare un confine un po’ più netto tra educazione e intrattenimento, anche per abituarsi un pochino di più alla complessità di alcune cose.
Joe Casini: Assolutamente è un po’ il tema di cui stiamo parlando anche ora. Che credo è un tema che potremmo anche riprendere una delle prossime puntate. Insieme se ti va, perché sicuramente in qualche modo da mettere bene a fuoco di nuovo il patto generazione, secondo me, cioè c’è una stata una rottura enorme. Noi siamo insomma una generazione per cui quei ventenni, magari già l’acquisiamo questa cosa, ti confronti e ti rendi proprio conto di come. Siamo cambiati noi in qualche modo ancora appartiamo da delle generazioni dove si partiva dal presupposto che si entrava nella società non so quanto sia ancora attuale, non so tu come la vedi questa cosa, e quindi bisogna un attimo riaprire un po’ una dimensione di dialogo. Sì,
Francesco Marino: sì, assolutamente. Non so poi se sia un male, nel senso che poi uno dei problemi della nostra generazione, quindi di quelli nati, diciamo, All’inizio de anni 90 è proprio che non abbiamo mai rotto per niente il patto generazionale. Io non vedo
Joe Casini: male
Francesco Marino: la volontà di rottura del patto generazionale da parte della generazione Z, che spesso viene anche in maniera piuttosto diciamo paternalistica, stigmatizzata. Tuttavia, sì è chiaro che serve, diciamo un patto, bisogna capire dove si va poi con questo
Joe Casini: patto. Assolutamente, beh, a questo punto, Francesco, è il tuo turno. Qual è la domanda che vuoi lasciare agli ospiti delle prossime puntate? Questa è una domanda veramente pertinente con quello di cui abbiamo parlato oggi, ma puoi anche fare una domanda: assolutamente Marietta, ne preferisci?
Francesco Marino: Guarda, io sono un grande appassionato di romanzi, quindi dico qual è il romanzo che più di ogni altro ti ha formato.
Joe Casini: Beh, bellissima domanda. Mi dà sicuramente poi spunto anche di prendere un suggerimento. Tra l’altro, visto che siamo in chiusura, ne approfitto, mi consigli un libro, un film, una serie tv, qualcosa che hai letto di recente? Abbiamo già accettato un paio di libri della chiacchierata, ma insomma, tieni in mente un.
Francesco Marino: E allora guarda, perché ho letto Infinite Jest di Foster Wallace ultimamente, ma non lo consiglierei. Nel senso, è un libro straordinario, ma è anche enormemente difficile. E quindi consiglio un libro molto molto breve che si chiama L’Invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares, che è famoso perché era un grande amico di Borges, più grande scrittore argentino, ed è un libro che ha molto a che fare con la discussione che abbiamo avuto oggi: cioè su che cosa consideriamo reale e su che cosa desideriamo ottimizzare della vita che abbiamo.
Joe Casini: Perfetto, allora lo recuperò, ovviamente resta agli atti anche per i spettatori. Io allora ti ringrazio Francesco per essere stato con noi questa domenica.
Francesco Marino: Grazie mille a te e grazie a tutti gli ascoltatori.
Joe Casini: E chiaramente ringrazio anche voi per aver passato anche questa domenica con noi. Ci vediamo come sempre tra due settimane per una nuova puntata di Mondo Complesso. Buona domenica. Questa puntata del podcast è stata probabilmente una delle puntate con più densa di contenuti, anche grazie alla capacità di Francesco di esplorare il mondo del digitale. Le piattaforme digitali che abitiamo ormai quotidianamente sono nate in un momento in cui avevano il bisogno di collegarci e mantenere contatti con persone che conoscevamo. Poi ne sono sempre più trasformate, ma non solo, hanno anche sempre più trasformato le società, appunto. Le nostre società hanno acquistito un ruolo. che non era il ruolo per il quale sono stati creati. La riflessione che fa Francesco su quali bisogni e quali necessità oggi rendono, ottimizzano in qualche modo queste tecnologie. È una riflessione molto interessante perché sono molto cambiate queste necessità nel corso degli anni. L’impatto che ha sulle nostre società oggi, i social network e anche le diverse prospettive con le quali utilizziamo questi strumenti è una riflessione fondamentale per capire non soltanto come stiamo vivendo oggi, la nostra generazione, le generazioni più grandi, questi spazi nella nostra società, ma anche e soprattutto come si stanno approcciando le nuove generazioni, i nuovi social network che sono emersi negli ultimi anni, rispondono a dei bisogni precisi che è quello di intrattenersi il più possibile, di riempire il più possibile tempo nelle nostre giornate. E questo non credo sia un caso, ma soprattutto è un fenomeno che ha degli impatti enormi nuove generazioni e se vogliamo mantenere la capacità di dialogo tra generazioni diverse che è fondamentale per poter far prosperare e evolvere le nostre società, dobbiamo imparare in qualche modo a condividere prospettive anche così diverse.