Da qualche mese gira una notizia che, dopo anni di pessimismo sui social, suona quasi consolante: parlare con un’intelligenza artificiale può diminuire la nostra polarizzazione. All’inizio del 2025, un esperimento pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication ha messo più di mille persone a discutere con un chatbot proprio del tema su cui erano più intransigenti. Chi ha conversato con un bot che ascoltava e ribatteva con garbo è uscito dall’esperimento un po’ meno arroccato, e con un po’ meno ostilità verso chi la pensava all’opposto. Altri studi raccontano cose simili: l’AI sa riscrivere un tweet velenoso in versione civile, sa riordinare un feed così che l’odio scorra più in basso.
Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo. La stessa tecnologia che in tutti questi anni ci ha frammentato adesso ci riavvicina. Leggendo però questi studi con attenzione, un po’ di sollievo sparisce.
I chatbot di quegli esperimenti depolarizzano infatti per un motivo molto semplice: sono stati costruiti per farlo. Qualcuno, in un laboratorio, ha scritto nelle loro istruzioni “ascolta, riconosci le ragioni dell’altro, porta verso il centro”. E quando glielo si chiede, l’AI obbedisce benissimo. Ma la stessa, identica capacità funziona altrettanto bene nella direzione opposta. Due ricerche gemelle uscite a fine 2025 su Nature e Science lo dimostrano. Nella prima, chatbot istruiti a spingere per un candidato hanno spostato gli elettori più di una normale campagna elettorale. Nella seconda – quasi 77.000 persone su oltre 700 temi politici – è bastato addestrare i modelli e istruirli a riempire le risposte di fatti per renderli molto più persuasivi. Un dettaglio interessante è che più un modello veniva reso persuasivo, meno diventava accurato: esaurite le informazioni vere, cominciava a inventarle.
Lo strumento, in sé, non ha una direzione. È una leva: se la spingiamo in un senso raffredda gli animi, se la spingiamo nell’altro li manda a fuoco. Ciò che a mio avviso è importante degli studi che stanno uscendo in questi mesi sulla depolarizzazione è che evidenziamo come la polarizzazione non sia una proprietà dell’intelligenza artificiale ma il risultato di una scelta su come configurarla. E le scelte hanno sempre un ragione e sono frutto del contesto in cui vengono prese.
La polarizzazione che conosciamo nasce da un motore preciso, che è evidentemente frutto del paradigma capitalista in cui siamo immersi. I social non sono stati progettati per dividerci, sono stati progettati per trattenere la nostra attenzione il più a lungo possibile, perché su quell’attenzione si vendono inserzioni. La divisione è arrivata come effetto collaterale: lungo la strada si è scoperto che niente trattiene quanto l’indignazione. Nessuno ha deciso “polarizziamo il Paese”. È bastato decidere “massimizziamo il tempo sullo schermo”, e lasciare che la metrica facesse il resto. Una logica funzionale con effetti non intenzionali, ma il risultato non cambia.
Ora che su Internet noi esseri umani siamo la minoranza, dobbiamo fare i conti con una tecnologia – l’intelligenza artificiale generativa – che eredita lo stesso motore, e ne sposta solo la leva. Il prodotto che usiamo ogni giorno non è il bot civico del laboratorio. È un assistente ottimizzato per soddisfarci, per farci tornare, per non contraddirci troppo. Un interlocutore che converge sulle nostre premesse, le conferma con tono autorevole e non ci mostra mai che esista un altro lato non è meno divisivo di un feed pieno di rabbia. È peggio: la vecchia bolla era sociale, vedevi almeno che qualcuno dissentiva. Questa è una camera d’eco costruita su misura per una persona sola, e parla con la voce paziente di chi sembra darti ragione perché ti ha studiato.
Allora la domanda vera non è “l’AI fa bene o male al dibattito”. Quello che secondo me dovremmo domandarci è cui prodest: chi decide la metrica? Oggi la decidono pochi laboratori e un mercato che continua a guadagnare sulla nostra attenzione e sulla nostra permanenza. Gli studi ottimisti, per quanto seri, rischiano di fare un favore involontario a quel mercato: ne ripuliscono l’immagine proprio nel momento in cui dovremmo chiederci chi ha le mani sul volante. Perché sì, l’AI può depolarizzarci – ma non lo farà da sola, e non lo farà gratis. Richiede di scegliere deliberatamente un obiettivo che il mercato non premia. E anche quando lo si sceglie, una meta-analisi pubblicata su PNAS nel 2025 invita a non illudersi: gli effetti di tutte queste terapie contro l’ostilità politica restano piccoli, e svaniscono nel giro di un paio di settimane.
La macchina, da sola, non ha una politica. Ce l’ha la metrica che le diamo. E quella scelta – decidere cosa vogliamo che ottimizzi, cosa consideriamo un buon risultato – la stiamo lasciando prendere ad altri, quasi sempre senza accorgercene. Il motore invisibile che muoveva il feed non si è spento quando abbiamo smesso di scrollare. Si è seduto accanto a noi, e ha imparato a parlare.





