“Sex work is work” con Alice Bianchi
Trascrizione
Joe Casini: Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente. Un mondo che ci sfida ad evolverci per restare protagonisti attivi e consapevoli in tutti i sistemi di cui facciamo parte. Io sono Joe Casini e questo è Mondo Complesso. Buonasera, benvenuti e benvenute a una nuova puntata di Mondo Complesso, il podcast in cui proviamo a raccontare la complessità del mondo in cui viviamo. Se avete seguito le ultime puntate, sapete che abbiamo temporaneamente lasciato la nostra amata redazione di Scomodo per spostarci nel bellissimo Parco delle Stelle, qui a San Lorenzo, a Roma — e di questi tempi, con questo caldo, anche più piacevole. Se avete seguito l’ultima puntata, sapete che questa coppia di puntate è speciale: è un dossier, due puntate per parlare di uno stesso tema visto da prospettive diverse. La peculiarità di questo dossier, oltre alla doppia prospettiva, è che a condurre non sono solo: stasera ho il piacere, ancora una volta, di condurre Mondo Complesso insieme a Cecilia Pellizzari, direttrice di Scomodo, che invito sul palco. Un applauso per Cecilia. Ciao Cecilia, bentornata. Come stiamo andando, dopo la prima?
Cecilia Pellizzari: Io sono positiva, e poi è un’ospite a cui tengo particolarmente, quindi sono anche molto elettrizzata.
Joe Casini: Anch’io ringrazio molto, perché è una puntata che rincorrevamo dalla prima stagione: un tema che volevamo affrontare, e il dossier sul corpo ci sembrava il momento perfetto per farlo. Senza ulteriori indugi, invito sul palco Alice Bianchi. Un applauso per Alice. Ciao Alice, benvenuta. Come stai?
Alice Bianchi: Bene, e tu?
Joe Casini: Bene. C’è il caldo, però questo posto aiuta, entriamo nella fase più piacevole della serata. Alice, grazie per aver accettato l’invito: è una puntata che rincorrevamo da anni, siamo quasi a quattro anni di podcast, e questa serata sui corpi era il momento perfetto. Il nostro podcast ha una piccola liturgia, dei momenti ricorrenti, e anche stasera non ci sottrarremo: iniziamo tutte le puntate con la cosiddetta domanda semplice, che dà a te la possibilità di iniziare il percorso della nostra chiacchierata. È la stessa domanda che abbiamo fatto a Isa Borrelli nella puntata precedente, proprio perché oggi giochiamo con le prospettive su questo tema: cos’è il corpo per te?
Alice Bianchi: Non è una domanda semplice.
Joe Casini: È il modo simpatico in cui mettiamo subito a disagio l’ospite.
Alice Bianchi: Cos’è il corpo per me? Per me il corpo è lo strumento con cui mi approccio al mondo. Grazie al corpo faccio esperienze, e le esperienze mi fanno crescere. Quindi direi che il corpo è uno strumento per conoscere e per fare esperienza.
Joe Casini: Mi piace moltissimo come risposta, e mi fa subito venire delle domande. La prima: essendo uno strumento — e uno strumento molto particolare, molto intimo, perché è il tuo corpo —, che rapporto hai con esso? Approcciarsi al proprio corpo come a uno strumento in che condizione ti pone, e che percorso di scoperta hai fatto?
Alice Bianchi: Essendo sex worker, gli altri e le altre hanno una percezione forse un po’ distorta del mio corpo. Mi dispiace quando si dice che il corpo è un tempio: il mio non lo è, non mi piacciono i templi. È uno strumento molto potente, e sono convinta che si possa fare un bel discorso anche sul sesso, perché la nostra società è molto sessofobica: per quanto riguarda il sex work, lo si vede come sporco, come qualcosa da nascondere. Invece il corpo è uno strumento bello anche perché il sesso è una delle esperienze più belle e più complesse — anche più brutte —, ed è un modo di scoprire l’altra persona, con il corpo, ovviamente.
Joe Casini: Come hai preso in considerazione, all’inizio, la possibilità di fare questo lavoro, e come si è evoluta la tua professione?
Alice Bianchi: Intanto specifico che «sex work» è un termine ombrello: ci rientrano tantissime tipologie diverse di lavoro sessuale. Io personalmente faccio l’OnlyFancer, quindi il mio mondo è quello digitale, non quello su strada né quello degli incontri. Scatto da quando ho 17 anni, e OnlyFans mi ha dato e mi ha tolto molto: mi ha aiutata a vedermi e a riscoprirmi bella, e allo stesso tempo mi ha imprigionata nella bellezza. Mi ci sono approcciata per scherzo: a 17 anni ho iniziato a scattare, anche nudo. Instagram non è una piattaforma che permette di postare foto di questo genere, e anche censurate mi bannavano il profilo — è successo quattro volte. Quindi ho dovuto cercare un’altra piattaforma più safe, per quanto OnlyFans non sia poi così safe, che mi permettesse di esprimere la mia libertà sessuale come volevo. Anche OnlyFans, comunque, non permette tutto: ci sono cose che non sono ammesse.
Joe Casini: Dopo ti farò delle domande su OnlyFans, perché mi incuriosisce la piattaforma, la mediazione che fa, il tipo di contenuto che promuove e veicola. Ma prima: come dicevi, è anche un tema di libertà. È un lavoro che non tutti e tutte hanno la libertà di prendere in considerazione facilmente, c’è molto stigma. Hai dovuto affrontare questo tema con te stessa, o con le persone vicino a te, oppure sei partita da una posizione già mentalmente libera?
Alice Bianchi: I miei amici, le mie amiche sono la mia famiglia, e non c’è nemmeno bisogno di dire che l’hanno «accettato», perché era una mia decisione e basta. Sono una persona molto fortunata e privilegiata rispetto a tante altre persone con cui sono in contatto, che hanno perso i contatti con la famiglia, gli amici, i partner proprio per la scelta di diventare sex worker. Io mi trovo in una situazione di privilegio: la mia scelta non è mai stata oggetto di discussione con nessuno.
Cecilia Pellizzari: In questo passaggio — scusa se ti facciamo girare la testa da una parte all’altra, questo podcast è una sorpresa continua —, mi chiedo come si sia trasformato, in termini proprio strumentali, il tuo corpo. Tu dicevi «scattavo da quando avevo 17 anni»: scattavi con una finalità oppure no? Il tema dello strumento mi interessa molto, perché lo strumento porta necessariamente con sé una finalità, un utilitarismo — che è mega legittimo e super rivendicabile —, ma mi interessa in che modo un corpo… Io mi ricordo che a quattordici anni ho cominciato a dire: ok, vado in giro con un corpo che a volte mi sembra diverso da me. Percepire il corpo come qualcosa che si muove nello spazio, a volte estraneo, a volte da scoprire, come se ci fosse un dialogo con il proprio corpo. In che modo, da quando avevi 17 anni a quando hai deciso di aprire OnlyFans, è cambiato qualcosa rispetto a quando scattavi senza una finalità?
Alice Bianchi: Assolutamente sì, è cambiato: sia come lo visualizzavo io, sia come lo visualizzavano gli altri. Essendo nata in una società super sessofobica, avevo introiettato la sessofobia: scattare a 17 anni è molto più complicato, perché non hai gli strumenti per capire che quello che fai va bene, che va bene scattare nuda. Quegli strumenti devi andarli a cercare, soprattutto quando a 17 anni non c’era tutta questa informazione sui social, non avevo la mia bolla transfemminista, ero sola. È cambiato il modo di vedere il mio corpo, non solo perché per la prima volta, dopo parecchio tempo, mi rivedevo bella, ma perché quella bellezza mi ha un po’ imprigionata: proprio perché il corpo è uno strumento, lo uso, lo uso per ricevere qualcosa in cambio. Le sedute con la mia psicologa iniziano così. Lo uso e l’ho sempre usato, soltanto che mi chiedo quando finirà questa bellezza: quando le tette mi cadranno, cosa sarà di questo strumento, cosa ci farò? La paura è quella di rimanere incasellata in un’etichetta che ho da quando ho 17 anni, l’etichetta della troia. E quando ti si appiccicano le etichette è molto difficile scollarsele, è più probabile che te le porti per tutta la vita. Non è una cosa che voglio fare: OnlyFans è uno dei tanti piani, il mio piano A in realtà è l’università, sto studiando per diventare biologa e nutrizionista. Però OnlyFans mi dà un’entrata, e l’ho fatto principalmente anche per quello.
Joe Casini: Che è il motivo principale per cui si fa qualsiasi lavoro: dobbiamo tutti fare la spesa. Hai toccato di passaggio un tema che mi incuriosisce molto, sempre sul corpo come strumento: quello dell’ageismo. Mentre pensavo con Cecilia alle domande, mi è venuta in mente Meryl Streep, una delle pochissime attrici che ha continuato a lavorare ad altissimo livello superata una certa età. Sul tema delle attrici a Hollywood, e non solo, si discute spesso di come abbiano carriere molto brevi, perché legate a uno stereotipo di immagine, anche legato all’età che il corpo rappresenta. La domanda è: questo strumento ha la peculiarità di invecchiare. Rispetto alla professione che fai, lo vedi come un vincolo oggettivo? Nella tua programmazione professionale dei prossimi anni tieni in considerazione una sorta di deadline, un momento in cui oggettivamente questa cosa potrà diventare un problema?
Alice Bianchi: Nella mia vita non ho niente in programma. Per quello che penso adesso, vorrei continuare a scattare anche quando avrò 80 anni, perché il corpo è bello, il corpo è bellissimo. Ultimamente mi sono stupita: su Instagram ho visto le foto di una donna grande, avrà avuto settanta-ottant’anni, che faceva ancora foto di nudo, ed era bellissima. A 80 anni, probabilmente, ci saranno meno sguardi sessualizzanti rispetto a una ventenne. È un argomento molto vasto. Penso che le donne, soprattutto la donna del primo mondo, la donna borghese, quella con i soldi, in teoria avrebbero raggiunto una libertà. Il problema è che, quando le donne raggiungono le strutture del potere, quando sembra che il genere femminile abbia raggiunto l’emancipazione, c’è sempre qualcosa che si frappone. E ci vergogniamo a dire che questo muro è costituito proprio dal body checking, dalla nostra fisicità, dal nostro aspetto fisico. Il problema è che l’industria della bellezza ci rende responsabili: sembra puntare il dito e dire «sei responsabile tu del tuo aspetto fisico, sei responsabile di come gli altri ti vedono». Quando leggiamo sulle riviste titoli come «adesso puoi scoprire anche tu il segreto di questa top model», implicitamente ci stanno dicendo che ora che sai, ora che conosci il segreto, non hai più scuse per essere brutta. È un linguaggio meritocratico che punta a trovare un colpevole della tua bruttezza, e fondamentalmente sei tu e solo tu. Così la donna diventa responsabile del suo aspetto fisico e anche dell’invecchiamento, come se io potessi davvero ringiovanire: posso comprarmi le cremine da 40 euro, farmi il filler, il Botox, ma non posso ringiovanire. E il problema è che la donna anziana fa paura, perché è una donna che ha fatto più esperienza, che ha un passato più ampio, che è meno facile da manipolare rispetto a una ventenne. Ecco perché agli uomini piacciono le donne giovani: sono più facili da manipolare. Quindi il tema dell’ageismo c’è, eccome.
Cecilia Pellizzari: Io su questo avevo una domanda. Prima hai detto che viviamo in una società sessofobica, e mi interessa capire cosa intendi. Dall’altra parte, dal tuo discorso emerge che un corpo di donna anziano perde attrattività perché non è più sessualizzabile, non è più fecondo, non è più un corpo con cui poter scopare; mentre il corpo di un uomo che invecchia in parte acquisisce attrattiva sociale, perché la sua attrattività passa per altri canoni rispetto alla sessualizzazione: lo status, i soldi, il benessere, quello che può garantirti come partner, tutta una sfera che non ha a che fare col sesso. Vorrei tornare su questo passaggio: da una parte diciamo che siamo in una società sessofobica, dall’altra il corpo delle donne è costantemente sessualizzato, e lo vediamo proprio in questi processi di invecchiamento e di perdita di potere sociale in quanto non più sessualizzabile.
Alice Bianchi: Secondo me non è un controsenso. È vero che viviamo in una società sessofobica, ma sono le donne ad avere questo problema: gli uomini possono ancora sessualizzarci, possono guardare il porno e masturbarsi, lo fanno da quando hanno dodici anni. Per le donne è molto più complicato. Io ho scoperto la masturbazione molto tardi, proprio perché con le mie amiche non se ne parlava, mai. Anche la pornografia l’ho scoperta molto tardi, fortunatamente, aggiungerei: sono quasi addicted adesso.
Cecilia Pellizzari: Magari se l’avessi scoperta prima, avresti dieci anni di esperienza alle spalle e ti saresti rotta le scatole.
Alice Bianchi: Chi lo sa. Però mi stupisce quanto l’uomo non si renda conto che vuole accanto, allo stesso tempo, una santa e una puttana. Deciditi, dimmi cosa vuoi, decidiamo insieme. Anche su Instagram: ci sono molti uomini che mi commentano le storie e i post aggredendomi, ma se vai a vedere chi seguono, sono soltanto persone mezze nude. Sono loro il controsenso.
Cecilia Pellizzari: C’è un problema di riconoscimento. Anche il fatto di trasformare il proprio corpo, di seguire tutti i passi del proprio corpo… io vedevo banalmente, alle medie, corpi molto sviluppati di bambine che venivano guardati, osservati, ipersessualizzati. Quando hai detto che siamo in una società sessofobica mi sono un po’ ritratta, perché quello sguardo lì, per me, era già sessualizzante, e su un corpo di una ragazza di 13 anni. Poi, nel tempo, ho capito tante cose, e sono d’accordissimo sul fatto che ci sia un odio, una reticenza verso il corpo di donna che si autodetermina attraverso il sesso, perché non è tuo, non è una cosa di tua proprietà, non lo puoi determinare.
Alice Bianchi: Il problema è che le regole le hanno fatte loro, non le ho fatte io. Eppure mi ritrovo con messaggi di odio. La bellezza è ormai diventata un ostacolo anche al riconoscimento delle competenze professionali. Io stessa mi rendo conto di caderci: davanti a una professionista — prendo quello che voglio fare io, la nutrizionista — sceglierò, tra le tante, quella che mi piace di più esteticamente. E allora, se io per lavorare e per affermarmi devo essere bella, perché non far diventare la bellezza un lavoro? Tempo fa ho fatto una battuta dicendo che la mia unpopular opinion era che essere bella è un lavoro: ho scoperto che non è affatto un’opinione impopolare. Se io, per ritrovarmi così, devo spendere soldi per il trucco, per i capelli, per il Botox, per il filler, allora pagatemi. E adesso gli uomini sono arrabbiati proprio perché le donne rivendicano questo corpo, questa bellezza, questo fare i soldi col proprio corpo. Le regole le avete fatte voi, non le ho fatte io: io ci sto guadagnando.
Joe Casini: Io non pensavo di portare nessuna bandiera stasera, ma mi accollo qualunque cosa, evidentemente. Prima hai toccato il tema del porno, e mentre parlavate mi veniva in mente come il porno abbia sempre molto a che fare con la performatività: richiama un immaginario molto distante dalla vita quotidiana di molti di noi. È un tema super attuale, e vale anche per le altre piattaforme che abbiamo citato, tipo Instagram: siamo tutti chiamati, oggi, a performare. Che rapporto hai con la performatività, sia come donna, con il ruolo sociale e le aspettative che ci sono, sia come creator, come professionista di contenuti? È uno stimolo, o è una cosa che subisci? Ci si può chiamare fuori, e quindi trovare una nicchia per ogni cosa, o al contrario bisogna sempre riuscire a stare negli standard per poter arrivare, oggi?
Alice Bianchi: Penso che ci si possa tirare fuori, ma non è il mio caso: io non riesco a farlo, sono molto fissata con la performatività, e lo sto facendo anche adesso in qualche modo. Sono molto prigioniera degli standard canonici di bellezza, ho paura di invecchiare, e penso che ce l’abbiano tutte le donne. Sembra quasi che le donne possano stare al mondo soltanto se sono belle, soltanto se sono scopabili dall’uomo. E parlavo di linguaggio meritocratico perché sembra che abbiamo una responsabilità nel rimanere non solo belle, ma anche performanti. Ha radici così potenti che è difficile sradicarle. Siamo nel XXI secolo, e la responsabilità della bellezza nasce anche prima della caccia alle streghe: intorno al 1486-87 due geni, due frati domenicani tedeschi, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, scrivono un manuale di caccia alle streghe, il «Malleus Maleficarum», il martello delle streghe. Tra le caratteristiche indicate per riconoscere una potenziale strega — oltre ad avere un rospo, ovviamente, e a conoscere bene le erbe, e anche lì ci sarebbe molto da dire — c’era anche l’aspetto fisico: una donna molto bella o una donna molto brutta erano potenziali streghe, molto più la donna brutta. Il nostro immaginario della strega — la donna vecchia e gobba, con il naso grande e le verruche — deriva proprio da lì: in realtà è una donna anziana del Quattrocento, perseguitata e processata per stregoneria soltanto perché era anziana e brutta. E il fatto che fosse brutta, all’uomo non stava bene: se non sei scopabile, non sei manipolabile. È una cosa che ha radici davvero molto profonde.
Joe Casini: Io sul tema della performance e del controllo andrei subito sul mondo delle piattaforme, ma se hai altre domande prima…
Cecilia Pellizzari: Sì, perché la contraddizione mi interessa molto, sono fissata con i glitch. Da una parte la bellezza, nel tuo lavoro e nella tua persona, la rivendichi, ed è una cosa fichissima, anche per la genuinità con cui lo fai: «ho postato perché mi sentivo bella», una rivendicazione egoica sanissima, che molto spesso non viene esplicitata. Dall’altra parte, però, denunci un problema sociale legato allo stigma che la bellezza porta con sé, alla gabbia che può creare. In questo doppio meccanismo mi viene in mente — sembra che ti stalkeri da due anni — una storia che avevi fatto due anni fa: me la ricordo perché era il periodo in cui io avevo dei cedimenti verso la frazione abolizionista sul lavoro sessuale. Avevi scritto: io faccio lavoro sessuale, sono una sex worker, però non mi ritrovo, non mi identifico nel «sex work is work».
Alice Bianchi: Che risuona un po’ come «love is love».
Cecilia Pellizzari: Esatto. È una cosa che mi interessa moltissimo, perché detta da chi è davvero abolizionista, separatista, con un’attivazione escludente verso il lavoro sessuale, è un dialogo che mi interessa fino a un certo punto. Detta da te, che fai quel tipo di lavoro, questa contraddizione mi interessa molto di più.
Alice Bianchi: Penso che tu ti stia riferendo proprio a quelle storie.
Cecilia Pellizzari: Ero stalker davvero, scusate.
Alice Bianchi: Mi ero avvicinata a quel mondo proprio perché non mi ritrovavo negli slogan delle mie compagne, cioè «sex work is work». È uno slogan da cui poter partire, ma non è il mio: il sex work non è soltanto un lavoro. Si porta dietro anni di stigma, e le donne ci muoiono, per il lavoro sessuale. Dire che il lavoro sessuale è un lavoro come tutti gli altri non è il mio slogan. Tra l’altro, molte mie colleghe me lo proponevano come empowerment femminile, quando in realtà il lavoro non è mai empowerment: fa schifo. Tanto più il lavoro sessuale, in cui stai davvero tanto a contatto con gli uomini, e io non ci ritrovavo l’odio che avevo verso un genere che ci ha sempre oppresse. Nelle SWERF avevo rivisto un po’ quella culla: «tranquilla, gli uomini sono cattivi, odiamo gli uomini». Mi sono avvicinata per questo, e me ne sono subito allontanata dopo aver capito. Però non voglio far passare il messaggio che il sex work sia empowerment femminile e che non abbia niente di problematico, perché il genere maschile è problematico finché non si decostruisce. Quando hai sotto mano un corpo femminile devi stare molto attento, perché quel corpo è stato oppresso, e sei tu l’oppressore. Non lo dico a te, non mi rivolgo a te.
Joe Casini: No, questo lo rivendico: abbiamo fatto anche una puntata, l’anno scorso, sul tema della mascolinità tossica. Questo è uno spazio bellissimo, che è stato creato — non dagli uomini, evidentemente —, e credo che, come tutti gli spazi belli e di cambiamento, si possa abitare insieme. Non è semplice, da uomo, maschio, bianco, cis, abitarlo; però penso sempre che sia un po’ di sano disagio che ci viene restituito, e non mi sognerei mai di lamentarmi del disagio di dover decostruire. Posto che decostruire fa bene in primis alle donne, ma anche a noi, un po’ di sano disagio è una goccia rispetto al disagio che le donne sperimentano ancora oggi. Quindi, ingenuamente non pensavo di portare bandiere, ma evidentemente sì, me le accollo senza problemi. Mi interessava molto un tema che hai sfiorato all’inizio, quello economico, e in generale quello dell’autodeterminazione. Posto che l’autodeterminazione è una cosa positiva, concretamente la possibilità di prendere delle scelte non è sempre realmente libera: tutti noi abbiamo dei vincoli, magari economici in primis, e dare possibilità di scelta a persone che quella possibilità materialmente non ce l’hanno rischia di diventare controproducente. Come si coniuga l’idealismo con le questioni materiali, di lotta di classe, di reddito?
Alice Bianchi: La questione è molto complicata, non penso di riuscire a snocciolarla bene come vorresti. Come hai detto tu, non tutti e tutte possiamo scegliere di fare lavoro sessuale: qui entriamo anche in altri argomenti, c’è lo sfruttamento di esseri umani, c’è la tratta, temi molto caldi. Io scelgo di parlare di un’altra parte: mi piace pensare che ho scelto, come qualsiasi altra persona ha scelto il proprio lavoro. Soltanto che la prostituzione, o più in generale il lavoro sessuale, non si potrà mai scardinare del tutto, non potrà mai sparire, perché è figlia del sistema capitalista. Alle SWERF, che hanno una posizione abolizionista, rispondo: ok, se vuoi avere un punto di vista abolizionista sul lavoro sessuale, se vuoi che le persone scelgano davvero come vivere la propria vita, allora prima distruggiamo il capitalismo. Oppure dammi un lavoro, un lavoro che mi retribuisca quanto mi retribuisce il sex work, perché altrimenti stiamo parlando di niente. Finché esisterà il capitalismo esisterà anche il lavoro sessuale, perché il lavoro sessuale è anche sopravvivenza. E mi dispiace quando si parla di legalizzarlo, perché le sex worker non vogliono la legalizzazione, vogliono la decriminalizzazione, che è molto diverso. Legalizzarlo vuol dire rendere visibili anche persone che non hanno il privilegio di poter essere visibili; decriminalizzarlo vuol dire dare diritti a persone che non hanno il privilegio di potersi mostrare. I modelli sono quelli della Nuova Zelanda, di alcuni posti dell’Australia, e anche del Belgio; in Olanda c’è la legalizzazione, ma non è quello che le sex worker vogliono.
Joe Casini: Ci racconti brevemente cosa succede in Nuova Zelanda, in Belgio?
Alice Bianchi: Semplicemente, le sex worker sono riconosciute come lavoratrici e lavoratori. Qual è il problema qui? Che se io invito a casa mia delle ragazze che vogliono fare incontri, sto favoreggiando. E non dovrebbe essere così: sto aiutando delle mie colleghe a far soldi. In Nuova Zelanda, in Belgio, in Australia questo non succede. La decriminalizzazione è il riconoscimento come lavoratrice autonoma di una persona che fa sex work, senza dover avere un codice ATECO come succede qui — c’è il codice ATECO delle accompagnatrici, ma quella è a sua volta un’etichetta che ti rimane attaccata: il fatto che io abbia fatto l’accompagnatrice, quando andrò a cercare un lavoro socialmente accettato, come la biologa, mi farà probabilmente subire stigma e discriminazione, perché l’accompagnatrice è una puttana, fondamentalmente.
Cecilia Pellizzari: Su questo è molto interessante il discorso che facevi: l’autodeterminazione non passa attraverso lo slogan «sex work is work», ma attraverso una condizione di base, di sostentamento. È il motivo per cui alcune frange sensate di abolizionismo dicono: non facciamo in modo che il lavoro sessuale sia sfruttato solo da persone in condizioni di disagio, che devono necessariamente metterlo in campo per sopravvivere. Poi a me fa sempre molto strano — e forse qui torna quello che dicevi sulla società sessofobica —, perché un operaio, un’operaia: se non è quello un lavoro che usa, sfrutta e usura il proprio corpo… Dai tempi delle grandi teorie, il corpo viene usurato in un processo di produzione ed è parte del materiale che viene prodotto. Quindi quanto lo stigma sul lavoro sessuale c’è soltanto perché l’utilizzo del corpo è sessuato, sessualizzato? L’utilizzo del corpo lo facciamo anche mettendo il cemento in strada, o in fabbrica, e lì si dice «devono essere emancipati, quello deve essere automatizzato» — ma si parla comunque di corpo. Il fatto che il corpo venga legato necessariamente al sesso e slegato da funzioni corporee molto debilitanti, come il lavoro operaio, per me rientra in quello che dicevi tu.
Alice Bianchi: Assolutamente sì, e ce ne accorgiamo proprio perché le puttane sono ovunque, letteralmente ovunque, eppure l’unica legge a cui possiamo fare riferimento è la legge Merlin. Lina Merlin era una senatrice, e propose questa legge nel 1948: non si aspettava che venisse approvata, e invece nel 1958 lo fu. Perché? Perché c’erano le case chiuse, le case di tolleranza, e quello è un altro discorso, su cui sono totalmente d’accordo: le sex worker che vi operavano venivano stuprate, abusate, sottoposte a trattamenti sanitari obbligatori. Però è una legge vecchia, del 1958, ed è l’unica a cui possiamo fare riferimento sulla prostituzione. È assurdo.
Joe Casini: Parlando di case chiuse, di spazi: con Scomodo condividiamo questa passione per gli spazi, per i luoghi fisici, anche perché viviamo in un momento in cui gli spazi sono prevalentemente digitali. La maggior parte delle nostre relazioni, anche le più intime, sono ormai mediate digitalmente. Mi interessa molto il tema della piattaforma, anche da un punto di vista pratico, perché il modo in cui le piattaforme vengono progettate — la parte di design — è finalizzato a un certo tipo di utilizzo e di socialità. Come funziona esattamente OnlyFans: che tipi di contenuti si possono pubblicare, come funziona la parte economica?
Alice Bianchi: OnlyFans è una piattaforma digitale che permette anche di inserire contenuti a sfondo sessuale. Non nasce per quello: ci sono persone che suonano, che cucinano, ne ho visti di tutti i tipi. Però circa il 70%, mi pare di aver letto, è indirizzato al lavoro sessuale. È molto simile a Instagram: c’è una home dove pubblichi contenuti, che possono essere commentati, e ci sono i direct. Tecnicamente, OnlyFans può essere aperto o chiuso: posso decidere io, come creator, se aprirlo, cioè non far pagare l’abbonamento e far pagare il singolo post o il singolo video, oppure impostare un abbonamento mensile, che va dai tre fino a un massimo di cento dollari al mese.
Joe Casini: La piattaforma ha quindi un massimo?
Alice Bianchi: Sì, anche per le tip: 200 dollari è il massimo che puoi dare. C’è l’abbonamento mensile e la gente ti può parlare direttamente: al contrario di Pornhub, c’è un contatto diretto con la persona che ti piace. Puoi chiedere contenuti customizzati — io li ho fatti, ho fatto contenuti personalizzati per il singolo —, puoi fare live e impostare delle soglie di tip: se arrivo a 20 dollari mi tolgo il reggiseno, se arrivo a 30 anche le mutande, eccetera.
Cecilia Pellizzari: Prima dicevi che non puoi fare tutto. Ovvero?
Alice Bianchi: Diciamo che piacciono di più i liquidi maschili di quelli femminili: lo sperma ci può essere, ma non ci possono essere video di pissing. Non posso far vedere che ho il ciclo, assolutamente no, ti bannano.
Cecilia Pellizzari: Cioè la piattaforma ti banna.
Alice Bianchi: Assolutamente sì. Una volta mi hanno fatto storie perché avevo postato una foto in mutande in cui si vedeva l’assorbente esterno.
Joe Casini: È interessante, perché ti dà l’idea di quanto le piattaforme non siano neutre: il design risponde a degli standard.
Alice Bianchi: Aggiungo: io pago delle tasse a OnlyFans, il 20% di quello che guadagno va a loro, e poi c’è l’IVA.
Joe Casini: Dicevi che c’è la possibilità di interagire. Com’è l’esperienza dell’interazione, rispetto per esempio a Instagram, dove pure hai un profilo? Che tipo di interazione c’è?
Alice Bianchi: Mi ritengo molto fortunata e privilegiata anche qui, perché le persone con cui interagisco sul sito provengono da un account che parla di diritti, quindi non so quanto se la sentano di fare la mossa sbagliata. Però, come dicevo prima, il rapporto con il sesso opposto è sempre problematico, perché «se io ti pago, pretendo». Ed ecco perché faccio fatica a dire che il sex work è solo lavoro: se tu mi paghi, non puoi pretendere, ci deve essere uno scambio di un altro tipo. Quando io pago un cibo, quello lo posso pretendere; ma quando si parla di sex work, di corpi femminili discriminati e oppressi, non si può fare questo discorso: non mi puoi dire «ho pagato, quindi pretendo che tu mi faccia un video». Ci sono stati momenti in cui mi avevano pagato dei contenuti e io avevo le mestruazioni, o avevo avuto un breakdown, o stavo semplicemente male, ero triste: non lo puoi pretendere, devi aspettare i miei tempi.
Joe Casini: Non c’è una moderazione da parte tua? Cioè, l’utente acquista direttamente il servizio, non sei tu ad accettare la richiesta?
Alice Bianchi: Intanto, le persone che si iscrivono possono farlo anche in forma anonima: io non so mai chi si iscrive — probabilmente c’è tutta la mia classe. Quando mi chiedono un contenuto personalizzato, a volte lo pagano prima: vengono in chat, ci sono i DM proprio come su Instagram, e mi dicono «ti mando una tip», una mancia di 40-50 euro, «e tu mi fai questo video». E io glielo devo insegnare, che non è così che si fa: che si rispettano i miei tempi, che si decide insieme il contenuto — anche perché non mi va di bestemmiare per dieci minuti, non è il mio genere. Bisogna insegnarglielo. E quindi mi ritrovo a fare da partner, da mamma e da psicologa a questi uomini, totalmente incapaci di gestire un corpo femminile, soprattutto quando lo pagano.
Cecilia Pellizzari: È assurdo quanto la sfera sessuale incroci la sfera emotiva, relazionale, di vulnerabilità e fragilità, l’incontro con l’altro, che esulano dalla masturbazione fine a se stessa. OnlyFans ha proprio questo tema: l’incontro, la chat, il fatto che non vado su Pornhub, su una piattaforma che mi dà un contenuto uguale per tutti; il customizzare, il personalizzare, il sentirsi importanti tocca sfere emotive, e apre di nuovo il tema dell’incapacità di gestire rapporti umani dentro e fuori la piattaforma, questa ineducazione all’incontro con l’altro. Mi ricordo che, quando ne avevamo parlato la prima volta, mi avevi detto: uno mi ha scritto di domenica mattina, ma io la domenica mattina dormo.
Alice Bianchi: «Ti faccio il contenuto alle 5». «No, me lo devi fare adesso».
Cecilia Pellizzari: Ecco: l’incontro tra vita lavorativa e vita personale. Anche in questo c’è la sfumatura del «sex work is work»: se è un lavoro, io ho degli orari, ho una pausa, ho delle regole. E queste regole vengono invece costantemente travalicate, proprio per questa sfumatura emotiva e relazionale.
Alice Bianchi: Assolutamente sì, ed è per questo che è importante l’educazione sesso-affettiva nelle scuole: facciamo ancora fatica a mettere insieme la sfera lavorativa — il lavoro che è di per sé sfruttamento — e la sfera sessuale, che è godimento. Si crea una dissonanza cognitiva, ed è complicato; proprio per questo ci deve essere educazione, soprattutto per l’uomo, che non ce la fa, non ci riesce.
Joe Casini: Il confine tra vita professionale e vita privata, che Cecilia citava, è in realtà un tema della società liquida di Bauman: siamo tutti immersi in questo, tutti un po’ freelance. Rispetto alle generazioni precedenti, in cui la divisione tra ore di lavoro e ore private era netta, oggi il confine è sempre più sfumato. La domanda è, da un punto di vista identitario: la tua dimensione professionale impatta anche sul modo in cui le persone interagiscono con te. Mi ha colpito che, siccome ci si può iscrivere anonimamente, magari hai compagni di corso iscritti e non lo sai. Come lo vivi, questo confine ormai quasi inesistente?
Alice Bianchi: Male. Succede anche con i miei compagni di classe: non ho chiuso completamente i rapporti, ogni tanto ci riparlo, nascono discussioni sul sex work, su OnlyFans, sulla mia immagine. Il problema è che mi rendo conto che l’immagine che loro hanno di me non combacia con la mia persona: si sono creati un personaggio molto figo — banalmente, è quello che ho costruito io su Instagram — che però non mi rispecchia. È un personaggio sempre pronto al sesso, molto più acculturato di me, un personaggio che non ha mai le mestruazioni, perché le sex worker non hanno mai le mestruazioni. È un personaggio idealizzato, come possiamo idealizzare qualsiasi attore. È quello che succede quando ci rapportiamo, attraverso lo schermo, con la persona che crea contenuti sui social: la idealizziamo, diventa quasi intoccabile, diventa una non persona, diventa uno schermo. Anche su questo servirebbe un po’ di educazione al digitale. Io vengo idealizzata tantissimo, ed è poi quello che ho fatto io con me stessa — è di questo che parlo con la mia psicologa. È complicato, perché io vorrei distruggerlo, questo personaggio: il sex work rischia di diventare un’identificazione più che un lavoro, più che quello che faccio diventa quello che sono. «Sono una puttana, sono un’OnlyFancer». Il problema è che io non lo sono: io lo faccio. E sono due cose totalmente differenti: il lavoro non è un’identità, è semplicemente quello che fai per campare. Purtroppo ci sono cascata anch’io: quando vado in giro sono il personaggio figo di Instagram. Dovrei riuscire a uccidere questo personaggio.
Joe Casini: Grazie. Ceci, hai altre domande?
Cecilia Pellizzari: Sì, perché mi interessa molto anche il tuo attivismo: fai contenuti anche di attivismo vegano. Per tanto tempo ho seguito il dibattito sui corpi delle persone non umane, e su quanto il corpo animale venga sfruttato tanto quanto il corpo della donna — in termini riproduttivi in primis, e in termini di mercificazione. Volevo capire, nella tua esperienza: arriva prima il lavoro sessuale, poi il veganesimo? Arrivano insieme? Come dialogano, se dialogano — non per forza devono farlo —, e qual è la tua posizione.
Alice Bianchi: È complicato dire quale cosa venga prima: sono più o meno tutte sulla stessa linea. Io non ho mai pensato che veganesimo e femminismo — il mio lavoro di attivismo sul femminismo — potessero in qualche modo toccarsi. E invece sono due mondi che collidono molto facilmente. Se non fosse così, se le due oppressioni non avessero la stessa matrice, probabilmente non ci saremmo mai imbattuti in pubblicità in cui, per pubblicizzare un prodotto alimentare, di fianco c’è la bella ragazza in bikini che ti vende l’hamburger. O in pubblicità — ne ho viste — con maiali o vacche vestiti con abiti succinti, sensuali, «da donna», con slogan del tipo «prenditi questo bel pezzo di manzo». Hanno tutte e due la stessa matrice, patriarcale e capitalista, e nessuna delle due battaglie viene prima dell’altra. C’è molto di sessista nel fare a pezzi un animale: noi donne siamo abituate a smembrarci, quando ci chiedono cosa ti piace e cosa non ti piace del tuo corpo pensiamo a un punto, come se il corpo fosse diviso in tanti piccoli pezzi. In realtà non è così, sono unica. E anche il maiale: non esistono la spalla, la costina, la coscia, il lardo. È assolutamente specista, ma è anche sessista. Carol J. Adams — mi pare si chiami così — ha scritto un libro bellissimo, «Carne da macello», che è la politica sessuale dello sfruttamento animale: lei parla proprio di referente assente. Quando mangiamo un pezzo di carne, togliamo dal dibattito politico l’animale: l’animale non c’è più, vediamo un pezzo di carne e pensiamo che sia solo un pezzo di carne, non che derivi da qualcuno. Stessa cosa con le donne: siamo portati a spersonificarle, a smembrarle, anche letteralmente. E con quelle pubblicità — il maiale e la vacca vestiti con abiti femminili — ci si sta dicendo molto di più: che stai facendo a pezzi un corpo femminile. Se quel maiale è vestito da donna, noi introiettiamo l’idea che la violenza sul genere femminile sia normalizzata, che sia ok, perché non ci sono ripercussioni morali sullo smembramento degli animali.
Cecilia Pellizzari: È molto vero quello che dici sull’annientamento della soggettività altrui: non c’è più un soggetto con cui dialogo. È l’annientamento dell’altro, lo strumentalizzare per un fine privato l’esistenza di un altro essere vivente, e questo ha dei rimandi al femminismo e al soggiogamento di genere.
Joe Casini: Hai altre domande, Ceci? Andiamo con la chiusura?
Cecilia Pellizzari: No, prego, prego. Mi piace condurre.
Joe Casini: Fa piacere. Allora, Alice, siamo arrivati al momento di chiusura, la piccola liturgia che ti raccontavo, che ci accompagna da quattro anni.
Alice Bianchi: Io mi diverto.
Joe Casini: È divertente, ma è un po’ una roulette russa. Ti propongo tre ospiti delle puntate precedenti, te li racconto brevemente; ognuno ha lasciato una domanda, che potrebbe non avere nulla a che fare con come te lo racconto. Tu sceglierai una persona, e scoprirai che domanda ha lasciato. Poi ti chiederò, se vorrai, di fare lo stesso e lasciarne una tu per i prossimi ospiti. Il primo è Massimo Cerulo, che insegna sociologia alla Federico II di Napoli: con lui abbiamo fatto una puntata molto interessante sul capitalismo emotivo, su come il capitalismo incanali e sfrutti le nostre emozioni per le proprie finalità. Poi ti propongo Roberta Covelli, giornalista, che si occupa in particolare di lavoro: con lei abbiamo parlato di diritti del lavoro e di come sta cambiando il mondo del lavoro in questi anni. Il terzo è Francesco Marino — spoiler: Francesco sarà ospite di una delle prossime puntate qui a San Lorenzo. Anche lui giornalista, si occupa di comunicazione, ed è molto attento a raccontare il mondo dei social media e di come le piattaforme stanno trasformando le nostre società. Ecco, mi sembravi già instradata sulla chiacchierata che abbiamo fatto finora: la domanda di Francesco, che non c’entra nulla — ma vedi qual è il gioco — è: qual è il romanzo che più di ogni altro ti ha formato?
Alice Bianchi: Che mi ha formata…
Joe Casini: Sì, o quantomeno che ti ha segnato.
Alice Bianchi: Mi ha segnato tantissimo, ed è la mia Bibbia, dovrebbe essere la Bibbia di tutti: «Il mostruoso femminile» di Jude Ellison S. Doyle, un autore trans che racconta di donne e mostri. È veramente bellissimo.
Joe Casini: Non lo conosco, è un romanzo?
Alice Bianchi: È un testo che esplora la figura del mostro nelle varie culture, prendendo come riferimento anche romanzi horror. Leggilo, leggilo.
Joe Casini: Me lo segno. Ogni tanto faccio agli ospiti domande sui consigli di lettura.
Alice Bianchi: Leggi questo, assolutamente.
Joe Casini: Ho visto che Cecilia ha alzato gli occhi: stavi pensando anche tu alla risposta. Allora faccio la stessa domanda anche a te: qual è il romanzo che ti ha più segnata?
Cecilia Pellizzari: «Lettera a un bambino mai nato», di Oriana Fallaci. Era il libro che stava leggendo mia sorella quando ero piccola — lei ha cinque anni più di me, li ha sempre avuti. Non è il mio libro preferito, ma è sicuramente il libro che mi ha più formata, perché ero in età evolutiva: a otto anni me lo aveva letto lei, e mi ha proprio segnata più che formata. Infame. È il motivo per cui non ho letto per anni: colpa di mia sorella, mi ha bloccato la crescita.
Joe Casini: Sempre a parlar bene dei libri, e invece guarda i danni. Alice, a questo punto è il tuo turno: vuoi lasciare una domanda per gli ospiti delle prossime puntate, su quello che vuoi, anche non necessariamente sulle cose di cui abbiamo parlato?
Alice Bianchi: Faccio una domanda banale: ti iscriveresti mai all’OnlyFans di una ragazza o di un ragazzo che ti piace?
Joe Casini: Interessante. La registriamo, e la userò al momento opportuno, in maniera oculata. Ti ringrazio per la domanda e per essere stata qui con noi stasera: vi chiedo di fare un grande applauso ad Alice Bianchi, e di estenderlo a Cecilia Pellizzari, che ha condotto con me queste due puntate di Mondo Complesso. L’applauso vale anche per il bellissimo Parco delle Stelle che ci ospita, per Scomodo, che è sempre con noi, e per voi che siete stati qui stasera. Buonasera, grazie. Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente. Un mondo che ci sfida ad evolverci per restare protagonisti attivi e consapevoli in tutti i sistemi di cui facciamo parte. Io sono Joe Casini e questo è Mondo Complesso.