🌎 Cerco di capire come un mondo complesso sta cambiando le nostre vite.
Podcast

“Il fascino della noia (e della matematica)” con Pietro Minto

Ep. 52 · Di Joe Casini · 21 luglio 2024 · 45 min
Con Pietro Minto

Trascrizione

Joe Casini: Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente. Un mondo che ci sfida ad evolverci per restare protagonisti attivi e consapevoli in tutti i sistemi di cui facciamo parte. Io sono Joe Casini e questo è Mondo Complesso. Buongiorno, buona domenica, benvenuti a una nuova puntata di Mondo Complesso, il podcast in cui parliamo della complessità del mondo in cui viviamo, sempre con nuovi ospiti e cercando argomenti che ci diano prospettive diverse sulla quotidianità in cui siamo immersi. L’argomento di oggi lo avevamo in cantiere da un po’: parleremo di noia. Dico «da un po’» perché parlarne oggi, dopo Sanremo, richiama inevitabilmente alla mente la canzone vincitrice; ma è una puntata che avevamo in mente da tempo, perché parlare di noia vuol dire parlare anche di tutto il contesto in cui siamo immersi, in cui la noia e tutto ciò che le è legato acquistano significati ben precisi. Non anticipo gli argomenti, perché avrò il piacere di fare questa chiacchierata con Pietro Minto. Pietro, benvenuto al podcast.

Pietro Minto: Ciao, grazie mille dell’invito.

Joe Casini: Grazie a te. Pietro è giornalista e scrittore, ha scritto diversi libri — ne esploreremo un po’ anche altri durante la puntata —, ma in particolare ha scritto «Come annoiarsi meglio», e già in tempi non sospetti: quindi da questo punto di vista siamo perfettamente in focus. Partirei proprio da quella che noi chiamiamo la domanda semplice, quella che dà a te la possibilità di fare il primo passo in questa esplorazione: cos’è la noia?

Pietro Minto: La noia è un insieme di emozioni, è uno stato d’animo. È una domanda molto complessa. Nel libro affronto anche un po’ la storia — non tanto della noia in sé, che è qualcosa di umano e che, come la felicità e altri stati d’animo, nasce con l’umanità, quanto la storia di come l’umanità si è accorta di questo sentimento e gli ha dato un nome. Nella concezione occidentale e cristiana — perché il cristianesimo, come si capisce dal libro, ha un suo ruolo in tutto questo —, la noia è un sentimento di disagio che ha nel DNA anche un po’ di nausea, non vera e propria, ma insomma una repulsione nei confronti di alcuni momenti della vita. È un sentimento che può essere piccolo: non è certo una delle cose più dolorose che si possano provare, però ha la possibilità di inserirsi in qualsiasi fase, in qualsiasi microsecondo della vita di una persona. E ognuno ha la sua noia, il suo momento di noia: è estremamente personale. Nel libro la definisco come un gas invisibile, senza odore e senza sapore, che ci circonda continuamente, e che è in grado di inserirsi in qualsiasi pertugio. Ed è questo che la rende importante: per quanto non sia una cosa piacevole, è sicuramente una cosa molto importante, proprio per questa sua capacità di adattarsi, di crescere e di insediarsi in qualsiasi momento. La definirei il più sfuggevole degli stati d’animo.

Joe Casini: Mentre parlavi, mi veniva in mente che ne hai fatto un ritratto molto individuale: se pensiamo alla noia, l’immagine che ci viene in mente è probabilmente di solitudine. E però il significato che diamo alla noia è un significato sociale, ed è cambiato moltissimo nel tempo: il valore che le diamo oggi non è lo stesso che le davamo cinquecento o mille anni fa. Quindi ha una dimensione profondamente sociale, come tutte le parole che utilizziamo.

Pietro Minto: Sì, è tra i più sociali di questi stati d’animo, ed è frutto del mondo in cui si trova a svilupparsi, e della società: è estremamente capace di adattarsi e di evolversi. Al punto che la noia la prova l’eremita che si ritira su una montagna per riflettere, o per trovare Dio — una cosa di cui parlo nel libro: all’epoca la noia veniva percepita come un demone, perché come fai ad annoiarti se sei lì per cercare Dio? Ma ti puoi annoiare anche in mezzo a un concerto, se il concerto non è bello, insieme a cinquantamila persone. È molto affascinante questa sua capacità di cambiare, di assumere forme diverse. E il motivo per cui ho scritto «Come annoiarsi meglio» è proprio fare i conti con la noia in un momento in cui non siamo mai davvero da soli, in cui ogni momento vuoto — e i momenti vuoti sono il terreno di coltura ideale per la noia — è facilmente riempibile: tirando fuori dalla tasca lo smartphone e aprendo qualche app, magari senza rendersene conto; o aprendo il telefono per fare una cosa e ritrovandosi a farne un’altra. Sono cose che facciamo tutti, e che, se ci si pensa un attimo, sono comportamenti stranissimi, e che dovrebbero debellare la noia. Perché se accettiamo la definizione classica — la noia è quella cosa che ti succede quando sei da solo e non hai niente da fare, sei in coda dal dottore, non hai il telefono e non ci sono riviste —, allora adesso che abbiamo tutti una mini televisione tascabile non dovremmo più annoiarci. Invece ci annoiamo guardando la TV, e ci annoiamo guardando feed infiniti di TikTok, di reel o quello che è. Questa cosa mi affascina molto, e mi inquieta: mi sembrava un argomento importante. E poi è una cosa che vivo sulla mia pelle ogni giorno.

Joe Casini: Sentimento che ci unisce. Tu facevi riferimento al tema dell’intrattenimento: fino a qualche anno fa, prima della pandemia, uno dei temi ricorrenti tra chi si occupa di informazione, intrattenimento e tecnologia era la cosiddetta guerra per l’attenzione — l’idea che tutte le piattaforme, il cinema, la letteratura, tutto concorresse in un unico mercato, quello dell’attenzione dello spettatore. Ricordo un’intervista al direttore creativo della DC Comics, a cui, vent’anni fa, chiedevano come vedesse la competizione con la Marvel: lui rispose che il suo competitor non era la Marvel, ma il cinema, perché l’attenzione dedicata al fumetto sarebbe stata presa dai film. Posto che la noia è il rovescio della medaglia di questa lotta per l’attenzione: cosa è successo, in questi ultimi anni? C’è una sovrabbondanza di micro-intrattenimento in grado di infilarsi in qualunque pertugio di tempo libero, tanto che anche tre secondi liberi sono ormai un tempo utile per consumare un contenuto su TikTok. Come ha cambiato il nostro rapporto con la noia?

Pietro Minto: Apro una parentesi: questa cosa del vero competitor della DC che è il cinema mi fa venire in mente il fondatore di Netflix, che prima della pandemia disse che il loro vero competitor era il sonno, e non la TV o il cinema. Fa ridere, perché poi sono arrivati i veri competitor: Prime, tutti gli altri servizi di streaming nati nel frattempo. Rispondendo alla tua domanda: la noia resiste sempre e si evolve, come l’essere più capace di adattarsi all’ambiente. In un momento estremo e assurdo come la pandemia, con i lockdown e il lavoro da casa, si è semplicemente insinuata nell’ambiente domestico — un ambiente illuminato continuamente dagli schermi. E non solo gli schermi: anche la mancanza di socialità ha avuto effetti psicologici, e credo anche sociali, che continueremo a vedere; probabilmente li capiremo solo col tempo. Ma anche nel mondo con più input, più luci, più effetti speciali, c’è sempre la noia. Mi interessa molto come le cose cambiano tantissimo, in maniera assurda, e però rimanga sempre una certa normalità di fondo. Per esempio, durante la pandemia c’è stata l’esplosione dei servizi digitali, ma anche un grande interesse per Twitch, soprattutto tra i più giovani. Io non ero avvezzo all’uso di Twitch — il sito nato per trasmettersi mentre si gioca ai videogame, anche se ormai ci fai quello che ti pare —, e ho cercato di capire come un sedicenne potesse passare ore pandemiche a guardarlo. E in realtà l’utilizzo di Twitch è estremamente passivo: è come le nostre nonne usavano la TV, tipo Rete 4, sempre accesa, come sottofondo continuo. Il fatto che ci siano content creator che fanno dirette di sei o sette ore al giorno non prevede un uso simile a quello di YouTube — «è uscito un nuovo video, me lo guardo» —, ma un uso più simile a quello di Rete 4: di puro accompagnamento. È un utilizzo passivo, la concentrazione non è altissima; certo, da un certo punto di vista è più attivo, perché c’è la chat, ma non tutti la usano. Quindi c’è un movimento di alti e bassi dell’attenzione che ricorda quello di altri media e di altre fasi, ma ovviamente è molto più pervasivo: perché lo puoi guardare dal telefono, e perché ci sono algoritmi di raccomandazione che ti profilano — per venderti pubblicità, ma anche per consigliarti contenuti più interessanti per te. Quindi la noia è cambiata tantissimo, ma ha la capacità di fregarsene di quello che succede. Anzi: più riempi di input, di intrattenimento, di proposte — tutte cose che dovrebbero ucciderla, «finalmente, intrattenuti a morte» —, più lei si fortifica, perché cresce nelle intercapedini, nei momenti vuoti, che ci sono sempre: non si possono avere giornate di ventiquattro ore al massimo dell’intensità, se no diventeremmo pazzi in pochi minuti. Quindi è cambiata tantissimo, ma è rimasta uguale: si adatta al giro di carte che c’è in quel momento, gioca le carte che ha. E anzi, risulta ancora più potente. Di solito su questo si fa il discorso sulle nuove generazioni; io cerco di non farlo, perché più passano gli anni più mi allontano dalle nuove generazioni, e non voglio fare il trombone che pensa che siano solo i giovani ad avere un problema con gli schermi — vedo molti settantenni che hanno un problema con gli schermi, ogni fascia ce l’ha a suo modo. Ma nel momento in cui siamo costantemente abituati a essere distratti, più che intrattenuti, occupati da qualcosa, abbiamo ancora meno tenuta muscolare per affrontare i momenti vuoti. E questo, paradossalmente, favorisce la noia: sembrerebbe debellarla, e invece la favorisce moltissimo, perché un momento vuoto, prima o poi, ce l’hai — e non siamo abituati. Infatti il libro non è proprio un saggio di storia: prende in prestito alcune parti della grammatica dei libri di self-help — un po’ li prende in giro, un po’ no — e propone degli esercizi per allenare questa nostra capacità di passare del tempo da soli. Io spero, più che credere, che nei prossimi anni ci sarà un movimento. Così come c’è stata una presa di posizione salutista — mangiare meglio, il movimento vegano, il fenomeno del running: settant’anni fa correre in un parco non era normale, adesso lo è —, spero che prima o poi ci sarà un movimento non di abbandono degli schermi, ma di presa di coscienza del fatto che l’attenzione e la capacità di affrontare i momenti vuoti sono come un tricipite: vanno allenate. E forse è molto più difficile allenarle di un tricipite, perché fai meno fatica sul momento, ma è più dura nel lungo periodo.

Joe Casini: Questa dinamica è ben nota anche in psicologia evolutiva: si parla spesso di quanto sia importante che i bambini in parte si annoino. Perché la noia favorisce la capacità di immaginazione: il bambino che si annoia immagina di più, inventa il gioco. Quello è uno spazio che in una certa misura ci deve essere, perché ci lascia lo spazio per esprimerci; se siamo costantemente sommersi dallo stimolo, dalla cosa da fare, dal compito, abbiamo meno spazio creativo. Sto chiudendo un documentario sul tema dell’intelligenza, e tra le persone che ho intervistato c’è Maura Gancitano, che su questo diceva una cosa che mi ha colpito: noi abbiamo quest’idea della creatività come qualcosa che si estrae, come una capacità che tiriamo fuori da noi e rivendiamo; mentre spesso la creatività è qualcosa che si genera, e si genera proprio nei momenti in cui ci annoiamo. Se non ci teniamo quello spazio libero, in cui non dobbiamo per forza avere l’idea, ci perdiamo proprio il momento in cui l’idea arriva. E questo mi porta all’altro rovescio della medaglia, che tocchi nel libro e in cui mi ritrovo molto: quello della produttività. Siamo immersi in una cultura di stampo capitalista che ci porta a vedere tutto in termini di produttività, tutto come qualcosa che si può monetizzare, e che ha senso se riusciamo a monetizzarlo. La noia può portarti a scoprire un hobby; ma oggi, quando parli con le persone, c’è l’idea che quell’hobby debba diventare un secondo lavoro, che debba in qualche modo monetizzare. Fare qualcosa per il gusto di farla ci sembra un approccio sempre più distante.

Pietro Minto: Esatto, ci sono due fronti. Il primo è il sogno: «che bello, ho scoperto questa cosa che mi piace fare, sarebbe bello farlo di lavoro». È un sogno ricorrente di tutti, ma nasconde delle insidie, perché a un certo punto, se una cosa diventa un lavoro, diventa un lavoro; e questo può intaccare quella purezza che ti attirava in quell’attività. Ma c’è anche una cosa ancora più diffusa: cominciare a fare una cosa nel tempo libero e sentire la tentazione di raccontarla online, di trasformarla in content. Nel libro finisco per consigliare di fare attività, tra virgolette, «inutili», nella misura in cui non servono né al content né tantomeno ai soldi. Perché serve a creare un equilibrio tra lavoro, tempo libero e vita privata: avere anche una micro-attività, una cosa che magari fai ogni giorno, o una volta alla settimana, e che non ti serve a coltivare la tua presenza social o a fare soldi. La corrente, invece, porta in una direzione completamente diversa, che potremmo estremizzare così: se una cosa non la posso mettere online, a che serve farla? Che mi sembra una posizione molto triste, e che credo possa portare solo a un burnout nel giro di qualche mese o anno; a una persona come me porterebbe a un esaurimento della pazienza. Perché è super utile, a livello psicologico e creativo, avere questi momenti solo per sé. È il motivo per cui si sente spesso dire: «le idee migliori le ho avute lavando i piatti, passando lo Swiffer» — ecco, ho appena fatto pubblicità: la scopa. Perché di certo non vai a fare una diretta mentre lavi i piatti. È importante coltivare, come un giardino zen, dei punti vuoti. E spero che diventi una pratica sempre più diffusa.

Joe Casini: A proposito degli esercizi che consigli nel libro: ce n’è uno in particolare che pratichi, o che consigli, per preservare questa dimensione di noia — che può essere anche una noia creativa?

Pietro Minto: In generale, cerco ogni tanto di pormi la domanda: devo proprio condividere questa cosa sui social? È anche uno dei motivi per cui non condivido molto sui social. Per quanto riguarda gli esercizi, uno di quelli che faccio di più, paradossalmente, prevede l’utilizzo del telefono: perché il libro non dice «butta via il telefono e non pensarci più», che mi sembrerebbe un consiglio poco utile. A un certo punto consiglio, se ti piace correre, camminare, andare in bici — tutte cose molto importanti, come la natura, un altro interesse cresciuto dopo la pandemia —, di utilizzare un’app come Google Lens: a me, per esempio, piace capire che piante ci sono in giro. Io vivo tra Milano e la provincia di Venezia, quindi non sono ambienti da giungla con piante esotiche, ma mi piace capire cosa succede, magari perché è una pianta bella, un fiore bello. Con Google Lens puoi provare a riconoscerla — non sempre ci azzecca. Adesso si parla molto di AI, di riconoscimento: ma Google Lens esiste da diversi anni, ed è AI, before it was cool. Ed è un modo per ricordarti che la tecnologia può essere molto utile: «cos’è questa cosa? Ah, che bello, adesso lo so». Ed è l’ideale perfetto di internet: usare la tecnologia per imparare cosa c’è attorno a te. Magari scopri che quella pianta ti piace, e te la compri per il terrazzo. È un modo per creare un ponte, usando internet invece di isolarti e farti assorbire da un algoritmo: lo usi per imparare qualcosa del mondo e della natura. È il mio preferito. Il più fricchettone, forse.

Joe Casini: È molto interessante: anch’io, con queste app, ho riscoperto una passione che non avevo, e ti porta a guardare il mondo con un occhio diverso. A proposito di occhi diversi con cui guardare il mondo: oltre a quello di cui abbiamo parlato, hai scritto un altro libro che mi ha colpito moltissimo, «La seconda prova». Affronta un tema che credo sia tra i più ricorrenti nella vita di tutti: il rapporto con la matematica. Raccontacelo, e soprattutto: come ti è venuta l’idea? Perché è qualcosa che ci portiamo dietro tutti — c’è a chi piace, ma la maggior parte delle persone ha avuto un rapporto ostico con questa materia.

Pietro Minto: «La seconda prova» è un libro in cui racconto la mia challenge, potremmo chiamarla così. Un giorno ho deciso che avrei ristudiato tutto il programma di matematica del liceo, dall’inizio fino alla seconda prova: ho fatto lo scientifico, e la seconda prova di maturità è dedicata alla matematica. Quindi ho rifatto la prova di quindici anni fa, dell’anno scolastico 2005-2006. È nato perché ho sempre avuto un pessimo rapporto con la matematica: quando ho scelto l’università ho proprio evitato i corsi che avevano matematica, o statistica — quegli esami da tre crediti non li volevo. E per molti anni non ci ho più pensato, ed ero felice così. Però, nei momenti d’ansia, ogni tanto facevo un incubo ricorrente: l’interrogazione di matematica, col mio prof di allora. Durante la pandemia mi è ricapitato, e ho pensato: ho più di trent’anni, perché sto ancora sognando la matematica? Parallelamente era nato un interesse: avevo letto un paio di libri sui matematici, che sono tutti personaggi molto strani, interessanti, un po’ pazzi; ma leggendoli mi scontravo col fatto che non so niente di matematica, zero. Ho messo insieme tutte queste cose e ho pensato: adesso ho un metodo di studio che alle superiori di sicuro non avevo, sono più centrato; magari, con questi mezzi, riesco a fare il programma.

Joe Casini: Com’è stato tornare in quei luoghi?

Pietro Minto: È stato molto intenso, e ci ho messo un annetto abbondante, perché nel frattempo lavoravo. È stato bello: per farlo sono tornato in contatto con il mio professore dell’epoca, quello degli incubi. E, a proposito di tempo libero, è una cosa che mi ha assorbito completamente il tempo libero, ha travolto un po’ la mia vita. Il libro parla di questo: ci sono pezzi di storia della matematica spiegati molto semplicemente, perché io non sono un matematico; qualche cenno biografico su personaggi davvero strani, come Leibniz, Newton, ma anche Napier, il padre dei logaritmi. E cerco di capire perché la matematica delle superiori abbia quella forma lì: perché quelli che vanno a fare matematica vera all’università fanno altro, non è che passano il tempo a fare equazioni. Quella è una matematica molto più di pensiero, quasi filosofica; mentre a scuola diventa quasi inevitabilmente puro problem solving, trovare la x. C’è uno scontro tra le grandi possibilità affascinanti del pensiero matematico, che è complessissimo, e la parte più superficiale, di esercizi. Detto questo: avendo rifatto il programma delle superiori, ho fatto migliaia di esercizi, e il dibattito filosofico l’ho visto da lontano.

Joe Casini: Tornare nei luoghi che conosciamo — il programma, quei ricordi — significa anche vedere come siamo cambiati, e come li viviamo in modo diverso. Ma a questo punto non posso non farti la domanda su come si legano i due temi: avresti voluto fare questa cosa per piacere personale, e poi hai deciso di farne un libro. Quindi torniamo al desiderio di renderla produttiva.

Pietro Minto: Predico bene e razzolo male, questa è la verità. No: si lega in questo modo. Mi sembrava il genere di libro che avrei voluto leggere — così come, quando ho pensato a «Come annoiarsi meglio», mi dicevo che sarebbe stato bello avere quel tipo di riflessione sulla noia: né troppo filosofica né troppo politica, perché su questo si possono fare anche libri molto marxisti, e io volevo tenermi in una via di mezzo. Quando penso «mi piacerebbe leggere un libro come questo», e non c’è, e ho la possibilità di farlo, lo faccio. Il legame con «Come annoiarsi meglio» c’è, perché quel progetto mi ha riempito la vita, ha quasi dato ordine alla mia vita per un anno e passa: non solo gli esercizi, ma anche lo studio, davvero immane. E mi sembrava una bella cosa da raccontare, anche perché dentro ci sono cose biografiche mie — il confronto con il te stesso del passato, il fatto di essere cambiato tanto, una cosa a cui penso spesso. Non l’ho vissuto come un modo di ottimizzare le due cose trasformandolo in content: senza quello non l’avrei fatto. L’ho vissuto come un’opera, quasi un documentario: faccio questa cosa, man mano la registro, e questa è l’esperienza che poi vado a raccontare.

Joe Casini: Visto che hai scritto libri con idee molto originali, mi viene in mente una domanda che faccio spesso: la domanda del furto. C’è un’idea, un libro, un concetto che hai letto e che ti ha fatto dire «cavolo, questo avrei voluto pensarlo io», magari qualcosa che ti ronzava in testa e che non avevi ancora messo a fuoco? Ti è mai capitato?

Pietro Minto: Avevo il terrore che succedesse mentre facevo «La seconda prova»: ne parlo anche nel libro, perché in America era uscito il libro di un signore andato in pensione che si era messo a studiare l’algebra, dopo essere sempre andato male in algebra — e quello mi aveva messo un po’ di terrore. È una bella domanda. La prima cosa che mi viene in mente, così in ordine sparso, è «Io sono vivo, voi siete morti» di Emmanuel Carrère, la biografia di Philip K. Dick, l’autore di fantascienza: un grandissimo scrittore, con una storia pazzesca, che Carrère racconta benissimo. È una storia stranissima, perché Dick ha scritto molti libri su realtà finte, realtà illusorie, gente in una sorta di coma che nel frattempo vive una vita, o intrappolata in una realtà parallela, un’illusione, una presa in giro — cose che ovviamente si prestano alla fantascienza. Ma poi lui ha avuto un rapporto difficile con vari medicinali, soprattutto con degli upper, roba per farti stare su, perché scriveva libri in tre giorni o una settimana, e dopo aveva questi crolli. Ha avuto una vita molto intensa, e negli ultimi anni la sua salute mentale non era in ottimo stato: ha finito per credere di essere lui stesso vittima di una cosa simile, che tutto il mondo fosse una burla, una presa in giro. È una storia pazzesca.

Joe Casini: Lo prendiamo anche come consiglio di lettura: quella biografia mi manca, la recupero. Pietro, siamo in chiusura di puntata, e da tre anni le puntate si concludono con questa piccola liturgia che prova a far dialogare tra loro gli ospiti a distanza: la domanda tra gli ospiti. Ti proporrò tre ospiti delle puntate precedenti, che ti racconterò molto rapidamente; ognuno ha lasciato una domanda, che non necessariamente ha a che fare con il profilo o con gli argomenti di cui abbiamo parlato. Poi chiederò a te, se vorrai, di lasciarne una per i prossimi ospiti. I tre ospiti sono: Massimo Cerulo, sociologo, che insegna all’Università Federico II di Napoli, con cui abbiamo parlato di capitalismo emotivo — di come il capitalismo faccia sempre più leva sugli aspetti emotivi per massimizzare i profitti, quindi qualcosa che sfiora anche i temi di oggi. Il secondo è Roberta Covelli, giornalista, che si occupa di temi legati al diritto, in particolare al diritto del lavoro: con lei abbiamo parlato di come sta cambiando il rapporto col lavoro anche dal punto di vista dei contratti. Il terzo è Giuseppe Riva, che insegna psicologia a Milano e si occupa degli aspetti psicologici del nostro rapporto con la tecnologia. Non è detto che le domande abbiano a che fare con questi profili. Quale ti incuriosisce di più?

Pietro Minto: Sono tutti interessanti. Proverei la terza busta.

Joe Casini: La domanda di Giuseppe, in questo caso, è a tema con quello di cui abbiamo parlato: quali sono gli aspetti positivi della tecnologia che più hai apprezzato nella tua vita? Anche qualcosa di piccolo, di quotidiano.

Pietro Minto: Quello che dicevo prima su Google Lens: quei piccoli momenti in cui — visto che di solito parliamo solo del male della tecnologia, specie ultimamente — è bello ricordarsi che è anche utile, bella e sorprendente. Io poi vivo raccontando cosa succede online, e spesso lo racconto online. Mi piace molto il web, proprio come rete: adesso quando si parla di internet si parla purtroppo sempre più di social network, ma i social sono solo una parte del web, che è una cosa molto più grande e spesso molto più bella. Il fatto che i social l’abbiano quasi divorato non è un bene. Mi piacciono i siti strani, i siti belli, i siti in cui perdermi tra pagine e pagine: sono quelli che mi ricordano di più le prime esperienze che facevo con internet, in biblioteca o a casa di amici.

Joe Casini: Quando la conoscenza era in modalità pull, mettiamola così, e non in modalità push: quando andavi tu a cercare l’informazione. Ricordo i primissimi anni, addirittura prima di Google, quando non c’era il motore di ricerca e c’erano i listing, le directory: quando trovavi un sito particolarmente ricco, avevi trovato una pietra preziosa. Lo condivido moltissimo, anche perché la tecnologia ci dà possibilità nuove nel rapporto con la conoscenza: a me capita spessissimo, mentre vedo un film — a proposito di noia e di micro-intrattenimento —, che venga citato un fatto storico o un personaggio, e ho subito la possibilità di andare a vedere chi è. Ti accelera in maniera pazzesca. Bene: a questo punto, Pietro, è il tuo turno. C’è una domanda che vuoi lasciare per gli ospiti delle prossime puntate?

Pietro Minto: Farei una domanda sulla noia, sul ruolo che la noia ha nella nostra vita: sulla nostra capacità di affrontare i momenti vuoti, e su come allenarci per essere più bravi ad affrontarli. Perché secondo me è una skill che sarà sempre più importante, e sempre più richiesta.

Joe Casini: Assolutamente, e di questa skill continueremo a parlare nelle prossime puntate, anche grazie alla tua domanda. Pietro, ti ringrazio tantissimo di essere stato qui con noi questa domenica.

Pietro Minto: Grazie a te.

Joe Casini: Ringrazio anche voi che ci avete ascoltato, e vi do appuntamento tra due settimane per una nuova puntata di Mondo Complesso. Buona domenica.

Condividi questo episodio