Economia dell'affettività (non della conoscenza)
Apri una qualsiasi app e conta quanti dei contenuti che scorri sono informazioni. Pochi. La maggior parte ti fa sentire qualcosa: ti diverte, ti indigna, ti rassicura, ti tiene compagnia.
Continuiamo a chiamarla economia della conoscenza. È un frame preciso per quello che misuriamo (dati, informazioni, competenze), ma non descrive quello che muove davvero i flussi di attenzione e denaro. Quello che gira in rete è soprattutto affetto: narrativo, estetico, ludico. Reckwitz lo chiama “macchina culturale”: il capitalismo contemporaneo che ha smesso di estrarre dalla natura per estrarre dalla cultura. Eva Illouz lo fotografa da un’altra angolazione, il “capitalismo emotivo” che mette al lavoro le relazioni e i sentimenti come infrastruttura economica. Due autori, due strade, la stessa osservazione di fondo.
L’economia della conoscenza resta un descrittore utile per certi mercati. Ma se applichi quella lente ai social, all’intrattenimento, al consumo digitale di massa, metti a fuoco la cosa sbagliata. Il problema pratico: quando misuri la cosa sbagliata, ottimizzi la cosa sbagliata. Quante piattaforme hanno cercato di vincere con più informazione di qualità, e hanno perso contro chi capiva che il gioco era sulla risposta emotiva?
Non sto dicendo che la conoscenza non valga. Sto dicendo che il vettore che la trasporta, il contenitore che la rende diffondibile, è quasi sempre affettivo. Separarli è una scelta analitica, non una descrizione del mondo.
Mi chiedo se questo cambia il modo in cui costruiamo contenuti. Non solo “questa informazione è utile?” ma “questa informazione ha una texture emotiva che qualcuno vuole abitare?” Se continuiamo a progettare per la conoscenza ma il mercato remunera l’affetto, stiamo costruendo sistemi che producono sempre di più la cosa che vendiamo come se fosse l’altra.