Torniamo a meravigliarci!
“Poche cose nella vita sanno emozionarci come quando scopriamo qualcosa.
La prima volta che vediamo un paesaggio che ci piace, quando assaggiamo un nuovo sapore oppure quando ascoltiamo per la prima volta un nuovo genere musicale abbiamo l’impressione che la vita ci riservi ancora qualcosa di meraviglioso che è lì, in attesa che allunghiamo una mano per prenderlo”.
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Inizia dalla meraviglia, perché la meraviglia è un sentimento complesso, nonché un concetto che ha permeato le profondità della filosofia attraverso i secoli.
Ad esempio, Platone considerava la meraviglia come l’inizio della filosofia : è proprio quel momento di domanda e ricerca di comprensione di ciò che è al di là della superficie delle cose, secondo lui, che spinge l’umanità verso la conoscenza.
Nel corso dei secoli, filosofi come Aristotele, Cartesio e Kant hanno affrontato la meraviglia da altre prospettive: Aristotele la collegava alla curiosità intellettuale, mentre Cartesio la vedeva come un’emozione che potrebbe guidare la ricerca della verità. Kant, con la sua critica della ragione pura, ha sottolineato il ruolo della meraviglia nel contrastare la nostra tendenza a dare per scontate le nostre conoscenze e percezioni.
Ma cosa possiamo imparare dalla meraviglia oggi?
In un’epoca dominata dalla conoscenza scientifica e tecnologica, potremmo essere tentati di pensare che non ci sia più molto da meravigliarsi.
Tuttavia, la meraviglia continua a svolgere un ruolo fondamentale nel nostro modo di vivere e comprendere il mondo.

L’ho realizzato leggendo La società della performance , un saggio scritto nel 2018 dai filosofi e divulgatori Maura Gancitano e Andrea Colamedici.
In questo volume, Gancitano e Colamedici vedono nella meraviglia l’antidoto alla società in cui viviamo , che loro definiscono “società della performance”, ovvero un mondo in cui “ciascuno è costretto ad avere un’immagine pubblica, inautentica, che è costretto a costruire e che potrebbe essere la sua salvezza o la sua rovina”.
Secondo i due filosofi, infatti, “la meraviglia è una propedeutica per il sacro , cioè rappresenta un esercizio necessario per formare dentro di sé una matrice spirituale e innescare il processo di fioritura personale”.
In parole povere: la sensazione di meraviglia – che è sinonimo di ammirazione, stupore, ma anche di straniamento (unheimlich , come direbbe Freud) – ci permette da uscire dalla ruota del criceto in cui ci imprigiona la performance continua che ci spingono a ri-creare i social media.
“Creare occasioni quotidiane che siano sacre, cioè separate da un piano ordinario delle cose e dalle dinamiche della società della performance è un primo passo, faticosissimo all’inizio ma che rivela ben presto la sua necessità” scrivono infatti Gancitano e Colamedici nel libro.
Ma come far entrare la meraviglia nel quotidiano?
Per rispondere a questa domanda, i due filosofi si rifanno al pensiero di altri intellettuali e poeti, proponendo un paio di esercizi semplici solo in apparenza.
Il primo è passeggiare. Cosa c’è di meraviglioso nel passeggiare? Se lo si fa con intenzione, tutto. Passeggiare senza una destinazione precisa, senza il telefono in mano, prestando attenzione a ogni dettaglio della realtà, che sia in città o in campagna, porterà a qualche sorpresa.
Nella sua versione più cittadina, l’arte del passeggiare senza meta, in francese flâner , è stata resa celebre prima dal poeta francese Charles Baudelaire e poi dal filosofo tedesco Walter Benjamin.
Secondo Baudelaire, infatti, intorno al 1850, I cambiamenti sociali ed economici portati dall’industrializzazione richiedevano che l’artista s’immergesse nella metropoli e diventasse “un botanico del marciapiede ”, un conoscitore analitico del tessuto urbano. Il modo migliore per farlo? Passeggiare.
Dal canto suo, Walter Benjamin adottò questo concetto del flâneur sia come strumento analitico sia come stile di vita. Benjamin divenne il suo stesso esempio principale, raccogliendo le osservazioni sociali ed estetiche che ricavava da lunghe passeggiate per le vie di Parigi.
La trasformazione “da performer, ossessionato dal ranking e dal fatturato, a flâneur , il bighellone, lo sfaccendato” che auspicano Colamedici e Gancitano non è però l’unica via d’uscita dalla società della performance.

Credo che la meraviglia giochi un ruolo fondamentale nei processi di innovazione : quando una tecnologia riesce infatti a meravigliarci, allora riesce non soltanto a diffondersi rapidamente nelle nostre società, ma (cosa ancora più importante) riesce a farci immaginare il futuro. È stato così ad esempio per il telefono: non appena cominciò a diffondersi, cominciarono anche a girare sui giornali le prime vignette su come nel futuro lo avremmo utilizzato per gli scopi più disparati (spoiler: lo sapevi che avevamo immaginato internet decenni prima che cominciassimo a crearlo?). La stessa cosa è successa con la corsa alla Luna e, di recente, con l’intelligenza artificiale. Ci sono lunghe fasi in cui le nostre società accumulano conoscenze e tecnologie, ma è soltanto quando sperimentiamo la meraviglia che riusciamo a sentire come specie il nostro posto nel grande schema delle cose.
Il modo migliore per lasciarsi alle spalle gli imperativi della società della performance è associare alla flânerie gli esperimenti di rottura ideati da Harold Garfinkel , uno dei più grandi sociologi americani che fu a lungo professore all’Università della California.
Garfinkel è l’ideatore dell’etnometodologia , una teoria dell’azione sociale che indaga le pratiche che sottostanno alle nostre azioni quotidiane allo scopo di comprendere le radici dell’atteggiamento naturale, l’approccio che considera ovvio e scontato il mondo, semplicemente perché funziona così e ci è dato così.
Nel saggio, Colamedici e Gancitano spiegano che il suo opposto è l’atteggiamento filosofico , che è invece critico, dubbioso, non si accontenta di quel che appare ed è consapevole che per comprendere i fenomeni non basta descriverli.
“Sulla scia di Garfinkel, fai un esperimento: prova a chiedere a qualcuno “Che ore sono?”. Alla sua risposta (mettiamo ad esempio “Mezzogiorno”), chiedi: “In che senso?”. Oppure aggiungi un tocco poetico, inaspettato ma affascinante alla routine quotidiana: impegnati ad esempio a pagare di più un caffè, un vestito o un biglietto del treno. […] Metti in campo esperimenti di rottura a misura del tuo condominio, del tuo quartiere, della tua città, e gioca a vedere e far vedere lo scheletro di tutte le cose ”, suggeriscono i due filosofi nel libro.
Flânerie e ritorno alla filosofia sono i due antidoti prescritti da Colamedici e Gancitano per uscire dalla società della performance.
Ma siamo davvero sicuri che non esista un modo per unire meraviglia e tecnologia , senza snaturare né l’una, né l’altra?
Dal mio punto di vista, sì. Per me la tecnologia è sempre stata, con i suoi alti e suoi bassi, una fonte di immensa meraviglia.
Farò un passo in più e dirò che, personalmente, l’AI è la prima tecnologia in tantissimi anni che è tornata a entusiasmarmi così tanto (e non credo di essere il solo).
Il grado di entusiasmo che sento credo sia paragonabile all’avvento di Internet o prima ancora allo sbarco sulla Luna. Proprio come in questi due casi, infatti, qualcosa che fino a pochi anni fa era pura fantascienza oggi è realtà e torna a farci vedere al futuro con meraviglia (con tutte le limitazioni del caso, ovviamente).
Una meraviglia che so essere legata, nel caso dell’AI ma di molta tecnologia che uso più in generale, con spesse catene a grandi imprese, come Google, Meta o OpenAI, che su questa meraviglia fatturano milioni. Imprese che alimentano la società della performance di cui abbiamo parlato finora.
Esiste un modo per salvare questa meraviglia? Non lo so.
Di certo, esiste qualche esempio virtuoso, come quello di Wikipedia. Te ne vengono in mente altri?

Nelle ultime settimane sono arrivati molti nuovi iscritti a questa newsletter (benvenuti/e!), quindi penso sia utile un breve ripasso sul concetto di complessità.
E quale puntata del podcast migliore per farlo se non quella che ho registrato insieme a Dario Simoncini e Marinella De Simone , co-fondatori del Complexity Institute? La trovi qui.

«Cosa ti meraviglia?»
Buona domenica e a presto,
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