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Quanto ci resta prima del buio?

Numero 87 · 4 maggio 2025

Lunedì scorso, un blackout improvviso ha lasciato al buio ampie aree di Spagna, Francia e Portogallo.

Mentre scrivo, le cause non sono ancora del tutto chiare, ma le immagini delle metropolitane ferme, delle auto bloccate nel traffico e delle città al buio hanno riportato a galla una verità scomoda, che spesso preferiamo dimenticare: quanto profondamente dipendiamo dall’energia. E quanto poco ci basta per renderci vulnerabili.

Questi eventi ci interrogano su una domanda fondamentale: possiamo prevedere il momento in cui una risorsa si esaurirà? Possiamo sapere quanto ne resta, o se siamo già entrati in una fase di declino?

Esistono molti modelli per analizzare l’andamento delle risorse naturali, ma ce n’è uno che ha segnato un punto di svolta: il picco di Hubbert. Una teoria formulata da uno scienziato visionario, che ci ha offerto un modo nuovo – e radicale – per pensare alla nostra economia, alla nostra civiltà e al nostro futuro.

È da qui che partiamo oggi.

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C’era un tempo in cui parlare della fine del petrolio sembrava fantascienza. Poi arrivò Marion King Hubbert , geofisico alla Shell, e nel 1956 presentò una teoria che scosse l’intero settore energetico. Hubbert osservò i dati sull’estrazione di carbone in Pennsylvania e li trasformò in un modello che oggi conosciamo come curva di Hubbert : una funzione a campana che descrive l’andamento nel tempo della produzione di una risorsa esauribile, come il petrolio.

Secondo questa teoria, ogni giacimento – e in scala più ampia, ogni nazione, ogni pianeta – attraversa quattro fasi nella sua “storia estrattiva”:

  1. Espansione rapida : si trovano i primi giacimenti, l’estrazione è facile, la produzione cresce in modo esponenziale.
  2. Inizio dell’esaurimento : le riserve più accessibili si esauriscono, serve più energia e denaro per estrarre il resto.
  3. Picco e declino : si raggiunge il punto massimo di produzione – il picco di Hubbert – oltre il quale si può solo scendere.
  4. Declino finale : la produzione si riduce sempre di più, fino a diventare marginale o nulla.

Nel 1956, Hubbert usò questa curva per prevedere che gli Stati Uniti avrebbero toccato il loro picco petrolifero intorno al 1970. All’epoca fu preso poco sul serio. Ma quando la produzione americana cominciò davvero a calare nei primi anni ’70, le sue previsioni iniziarono a essere viste sotto una luce molto diversa. Tanto che oggi il suo modello viene applicato non solo al petrolio, ma anche a gas, carbone, metalli e terre rare.

La curva di Hubbert è una derivata della funzione logistica: descrive un inizio lento, una crescita accelerata fino a un massimo, e un successivo declino. Questa rappresentazione ha il merito di farci vedere la produzione di una risorsa non come infinita, ma come limitata e ciclica , legata ai limiti fisici del pianeta.

Ma c’è di più. Negli anni successivi, la teoria è stata raffinata e ampliata da altri studiosi come Colin Campbell , Jean Laherrère , e soprattutto – in tempi più recenti – da James Murray e David King , che nel 2012 hanno scritto su Nature un articolo che non lasciava spazio a interpretazioni ambigue:

“La produzione convenzionale di greggio ha smesso di crescere dal 2005. Siamo entrati in una nuova fase: la produzione è diventata anelastica, incapace cioè di seguire la domanda. Il risultato? Prezzi instabili, shock economici, crisi energetiche”.

Secondo Murray e King, da anni viviamo già oltre il picco globale del petrolio convenzionale. Le riserve non solo stanno calando, ma sono sempre più difficili da raggiungere: servono anni di investimento, tecnologie più sofisticate, costi altissimi. E spesso si tratta di risorse in zone geopoliticamente complesse.

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Il modello di Hubbert ha il fascino delle idee semplici che funzionano. Ma proprio questa semplicità ha attirato diverse critiche. Non tanto sul piano scientifico – lì l’intuizione resta solida – quanto sulla sua applicabilità nel mondo reale, dove tecnologia, economia e politica raramente si comportano in modo lineare.

Una delle obiezioni principali arriva dagli economisti. Michael Lynch , del MIT, ha definito il modello “eccessivamente semplicistico” e accusato Hubbert di avere una visione malthusiana delle risorse: come se fossimo destinati a esaurirle senza alternative. In realtà, sostiene Lynch, l’innovazione può sempre cambiare le carte in tavola, rendendo accessibili risorse prima inutilizzabili o introducendo sostituti. Anche Leonardo Maugeri , ex dirigente ENI, riconosce che molte riserve oggi non sono sfruttabili per costi o difficoltà tecniche, ma insiste sul fatto che il rapporto riserve/produzione sta migliorando, non peggiorando.

Un’altra critica riguarda l’anelasticità della domanda : il petrolio non è un bene qualsiasi. È una necessità. Finché ci sarà domanda disposta a pagare prezzi alti, la produzione continuerà. E se i costi diventano insostenibili per i privati, possono intervenire governi o modelli ibridi che mantengano attiva l’estrazione anche in perdita apparente.

L’ex società di consulenza Cambridge Energy Research Associates propone un’alternativa: non un picco netto, ma un plateau ondulato. Secondo loro, la produzione globale oscillerà per decenni intorno a un valore massimo, senza un crollo improvviso.

Ma il picco di Hubbert non ha generato solo critiche, ma anche altre teorie altrettanto interessanti (e radicali), come la teoria di Olduvai , formulata nel 1989 da Richard C. Duncan , ingegnere e direttore dell’Institute on Energy and Man. Duncan non si limita a parlare di picchi di produzione, ma ipotizza la fine della civiltà industriale così come la conosciamo.

Secondo lui, il rapporto tra energia prodotta e popolazione mondiale raggiungerà un punto critico – il cosiddetto “precipizio di Olduvai” – tra il 2008 e il 2030. Dopo di che, si tornerà progressivamente a uno stile di vita simile a quello dell’Età della Pietra, da cui il nome. Duncan prevede che la popolazione mondiale diminuirà drasticamente, fino a 5 miliardi di persone entro il 2030, per effetto del collasso energetico globale.

È una visione estrema, e infatti ha ricevuto numerose critiche. I suoi detrattori gli rimproverano di non aver tenuto conto dello sviluppo tecnologico, del cambiamento nei comportamenti energetici o del ruolo crescente delle rinnovabili. Inoltre, la sua teoria si basa su proiezioni ormai superate – ad esempio, sottostima la popolazione globale prevista per il 2030 (che oggi stimiamo in oltre 8 miliardi di persone) e non considera l’aumento dell’efficienza energetica pro capite.

Eppure, anche se Duncan sbaglia i numeri, il messaggio di fondo rimane provocatorio: la nostra civiltà si è sviluppata su una base energetica fragile, e non possiamo darla per scontata.

Chiudo questa newsletter con uno sguardo al presente. E a ciò che ci aspetta.

Secondo i calcoli di Geopop, se sommiamo le riserve accertate di petrolio di tutti i Paesi del mondo, arriviamo a una stima di circa 1.650 miliardi di barili. E ogni giorno, l’umanità ne consuma circa 100 milioni. Facendo un rapido conto, significa 36,5 miliardi di barili all’anno. Se questo ritmo rimanesse invariato, ci resterebbero circa 45 anni di petrolio. Cioè fino al 2065.

Ovviamente, questo è un calcolo semplificato. Le riserve potrebbero aumentare (o ridursi) in base alle scoperte future e agli investimenti tecnologici. I consumi potrebbero scendere, in parte, grazie alla transizione energetica. Ma una cosa è certa: non si parla di mille anni. Si parla di decenni.

Questo rende la teoria del Picco di Hubbert ancora attualissima. Non tanto come previsione esatta, quanto come avvertimento strutturale. Ci ricorda che viviamo in sistemi altamente complessi, sostenuti da risorse limitate , e che più una società è sofisticata, più diventa fragile se non è in grado di adattarsi.

La nostra resilienza dipende dalla nostra capacità di leggere questi segnali e agire per tempo.

E se non impariamo a diversificare, risparmiare e ripensare i nostri modelli, rischiamo davvero di scivolare – magari non nel precipizio di Olduvai – ma in un futuro meno stabile, meno giusto, e soprattutto meno abitabile.

Forse è il momento di ascoltare quelle teorie che, per decenni, abbiamo liquidato come allarmistiche. Non per paura, ma per intelligenza.

image](https://www.joecasini.com/podcast/share/alessandro-sahebi-2/)
(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

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«Oltre le risorse naturali, quali altre risorse stiamo consumando più in fretta della loro velocità di rigenerazione?»

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