Quando il privilegio diventa un ostacolo
Anche se leggi questa newsletter da tempo, forse non sai che la mia prima azienda è stata una casa editrice.
Ho iniziato da lì, e in un contesto molto privilegiato : grazie infatti a dei rapporti personali, la mia casa editrice poteva vantare su di una distribuzione nazionale!
Nel caso in cui non fossi addentro al settore, considera che avere una distribuzione nazionale per un piccolo editore è un risultato importante, perché i grandi distributori lavorano solo con editori “noti” e quindi le realtà più piccole per vedere i propri libri in tutte le librerie italiane devono fare il triplo degli sforzi spesso senza neanche riuscirci.
E capisci bene che – soprattutto quindici anni fa – per quanto buono fosse, se un libro non era presente in libreria era difficile riuscire a venderlo… insomma, avevo un bel vantaggio, vantaggio che non mi ero guadagnato con meriti particolari.
Nonostante questo, la mia prima avventura come imprenditore non andò bene, e parte del fallimento di quell’avventura – oggi – lo ricollego proprio a questo privilegio.
Grazie al “superpotere” della distribuzione nazionale, iniziai a comportarmi come un editore tradizionale, senza però averne né le conoscenze, né le risorse.
Inoltre questo privilegio mi ha in qualche modo “distratto” da alcune idee innovative che pensavo di aver avuto, ma che preso com’ero dal voler diventare un editore “normale” non ho coltivato come forse avrei fatto se non avessi avuto altre possibilità…
Insomma, la newsletter di oggi – l’ultima del dossier sul privilegio – parte da qui. Quando e perché un privilegio smette di essere tale per diventare, invece, un ostacolo?

Esiste un altro modo per chiamare questo fenomeno dal punto di vista economico: è la “maledizione delle risorse”, un termine coniato per la prima volta dal professore di geografia economica Richard Auty nel 1993.
Negli ultimi trent’anni, numerosi studi, soprattutto quelli di economisti come Jeffrey Saches e Andrea Warner, ma anche i più recenti di Bruce Bueno de Mesquita, hanno esplorato questo paradosso.
Io l’ho incontrato nella prima volta in Armi, acciaio e malattie del biologo e fisiologo Jared Diamond. Nel suo libro, infatti, Diamond include la “maledizione delle risorse” tra i fattori geografici alla base della povertà di certe nazioni.
Sul nostro pianeta infatti ci sono paesi, come la Nigeria, ricchissimi di preziose risorse naturali, oro e altri minerali, petrolio, legnami pregiati, e, al contrario, paesi come l’Italia che ne sono del tutto sprovvisti.
A una prima superficiale analisi, i paesi ben forniti di ricchezze naturali, come la Nigeria, dovrebbero essere più prosperi di quelli che, come l’Italia, ne possiedono assai poche.
A quanto pare, però. è vero esattamente il contrario: i paesi ricchi di risorse naturali tendono a essere poveri, perché la dipendenza da tali risorse, sia ai fini delle esportazioni, sia sul piano degli equilibri valutari, finisce per danneggiare l’economia.
Insomma, visto che a volte i vantaggi possono diventare degli ostacoli, non potrebbe valere la stessa cosa anche per i privilegi?
La maledizione delle risorse non colpisce soltanto i paesi ricchi di risorse naturali ma paradossalmente poveri in quanto a PIL: è una maledizione che colpisce qualsiasi sistema, comprese ad esempio le nostre aziende! Immaginate di avere due risorse – ad esempio due prodotti oppure due persone all’interno di un gruppo di lavoro. Se per un qualsiasi motivo in A verranno investite più risorse che in B, questo innescherà un effetto auto-rinforzante per cui avendo più risorse A avrà più facilmente successo di B, il che giustificherà l’attribuzione di ulteriore risorse ad A a discapito di B.
È un archetipo ben noto quando si fa analisi sistemica e che prende il nome di “success to successfull” , e se ci pensiamo bene parla non soltanto dei nostri privilegi (se ad esempio all’inizio A riceve più risorse per via di un bias, il successo che avrà successivamente lo legittimerà a continuare ad avere risorse attribuendole a questo – e non al privilegio iniziale) ma apre anche una prospettiva interessante sul famoso “merito” : perché è vero che A continua ad avere risorse perché ha successo rispetto a B (potremmo quindi dire “meritatamente”), ma quanto hanno influito le condizioni iniziali?
Tre anni fa, il giornalista Derek Thompson raccontava sulla rivista The Atlantic del più grande divario di genere tra donne e uomini nella storia dell’istruzione superiore negli Stati Uniti, un paese in cui ci sono sei studentesse ogni quattro studenti.
Questo squilibrio rivela un vero e proprio cambiamento nel modo in cui gli uomini partecipano all’istruzione, all’economia e alla società – nonostante tutti gli enormi privilegi di cui godono all’interno del sistema patriarcale in cui viviamo, o forse proprio in virtù di essi.
Non sono un giocatore di golf, ma mi ha sempre affascinato il “sistema a vantaggio” (il cosiddetto handicap) che viene utilizzato per consentire ai giocatori meno bravi di confrontarsi alla pari con quelli più esperti. In poche parole, posto che di solito un campo viene completato con 72 par , con un handicap di 20 avrei a disposizione ben 92 colpi per battere un giocatore più esperto. Nel golf il punteggio di handicap viene costantemente aggiornato, ma cosa succederebbe se invece due giocatori giocassero per anni senza mai aggiornarlo, per poi magari toglierlo improvvisamente?
Come si legge nell’articolo di The Atlantic , secondo la sociologa Kathryn Edin è un po’ quello che avviene agli uomini non laureati nell’America deindustrializzata, i quali sono alla deriva da decenni.
Dopo aver vissuto gli ultimi due secoli in contesti in cui godevano di enormi privilegi e in cui si confrontavano con una popolazione in cui più di metà delle persone erano non emancipate oppure discriminate per motivi che non avevano nulla a che fare con le loro competenze e capacità, improvvisamente hanno dovuto affrontare gli shock simultanei della perdita del lavoro, della disintegrazione delle famiglie nucleari e dell’aumento delle morti nelle loro comunità. I loro tassi di matrimonio sono diminuiti di pari passo con la costanza con cui andavano in chiesa. Ormai lontanissimi dall’ideale dell’Organization man degli anni Cinquanta, i non laureati hanno maggiori probabilità di vivere ciò che Edin e altri ricercatori chiamano vite “disordinate”, distaccate dalla famiglia, dalla fede e dal lavoro.
Ecco perché combattere i propri privilegi non è una battaglia da fare soltanto pensando agli altri, ma anche pensando a noi stessi e facendo il nostro stesso interesse. Perché i privilegi ci rendono più fragili e se è vero che riceviamo dei vantaggi da essi, dopo un po’ finiamo per dipendere da qui vantaggi, senza i quali entreremmo in crisi.
Penso alla crisi della mascolinità innescata dal movimento #MeToo sull’idea di consenso e, più in generale, sulle relazioni interpersonali tra i generi.
Penso anche ai nazionalismi come risposte a una perdita di potere economico dovuta alle numerose crisi economiche degli ultimi anni.
Penso, in fondo, a come il privilegio, a lungo andare, diventi parte della nostra identità e di come disfarcene, o accettare che smetta di esistere, sia faticoso. Ma non per questo impossibile.
Tu che ne pensi? Che rapporto hai con il tuo privilegio e con la sua scomparsa, se ti è successo?

Rinunciare o mettere in discussione i propri privilegi porta con sé un cambiamento enorme. Ed è proprio di adattamento al cambiamento che poche settimane fa ho parlato con Mick Odelli, imprenditore, cantante, content creator, divulgatore, trader e oggi esploratore: puoi recuperare la nostra chiacchierata qui.

«Hai mai sentito che un vantaggio che avevi ti stava rendendo fragile?»
Buona domenica e a presto,

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