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Quand’è che il cambiamento cambia davvero le cose?

Numero 67 · 28 luglio 2024

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

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Io mi chiamoJoe Casini , e questo è Mondo Complesso.

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Oggi parlo di…
🔎 Cambiamento
🌍 Movimento No global
✊🏽 Black Lives Matter


Punti “quasi” critici


Ci siamo: da qualche giorno è disponibile il secondo numero della rivista di Mondo Complesso (non ti sei ancora abbonato/a? Puoi farlo qui).

Il tema di questo secondo numero è il “punto critico”, il termine che il sociologo e giornalista statunitense Malcolm Gladwell usa per riferirsi quella soglia magica oltre la quale una piccola e apparentemente insignificante variazione inizia a produrre un cambiamento significativo e repentino.

Nella rivista trovi numerosi esempi di questo concetto e delle sue conseguenze. In questa newsletter, però, voglio fare un passo indietro per guardare le cose dall’alto.

Se guardiamo al passato, che ne è di tutti quei punti critici che “critici” non lo sono stati per davvero?

Ovvero, di tutti quei momenti che sentivamo avrebbero portato a una vera svolta, dato inizio a un cambiamento, e che non hanno mantenuto le loro promesse?

E poi, quando è che un cambiamento diventa “significativo”? Quando inizia e quando finisce il cambiamento?

Proviamo a capirlo insieme analizzando due movimenti sociali, un più recente e uno meno: il movimento no global e Black Lives Matter.

Infographic

Questa infografica illustra i tre fattori chiave che Malcolm Gladwell identifica come fondamentali per raggiungere il punto critico nei movimenti sociali. La leva del contagio, rappresentata dalla rapida diffusione delle idee simile a un virus, è esemplificata dalle proteste No global di Seattle nel 1999 e dal video virale di George Floyd nel movimento Black Lives Matter. Il ruolo dei connettori, mostrato attraverso figure chiave e reti sociali, include attivisti come Naomi Klein e l’uso dei social media da parte di influencer BLM. Infine, la potenza del contesto evidenzia come le circostanze ambientali e socio-politiche, come la disillusione verso la globalizzazione e le tensioni razziali negli Stati Uniti, abbiano favorito l’emergere e l’espansione di questi movimenti. Questi fattori insieme spiegano come piccoli eventi possano innescare cambiamenti significativi e duraturi.

Prendiamo ora un altro esempio, più recente: il movimento Black Lives Matter.

A quattro anni dalla sua nascita, il movimento sembra non aver (mai? ancora?) raggiunto il cambiamento che voleva portare nella società statunitense. E se già l’eco in Italia delle proteste era abbastanza flebile, le sue conseguenze oggi sono quasi impercettibili.

È troppo presto per giudicare Black Lives Matter?

Su questo tema, ti propongo un’interessante riflessione di Nesrine Malik, editorialista del Guardian.

Il suo pezzo comincia così: “se il 2020 è stato l’anno in cui Black Lives Matter è diventato mainstream, il 2024 è stato l’anno in cui è morto. In sordina, senza nemmeno il consueto lamento, gli orpelli della diversità così freneticamente cercati e ostentatamente branditi dopo le proteste di quattro anni fa sono stati messi da parte”.

In sostanza, secondo Malik, il potenziale rivoluzionario di Black Lives Matter è stato ridotto, o meglio, appiattito, a una questione di rappresentazione, sia in politica che nelle aziende. “Un movimento che era stato innescato dalla brutalità della polizia e la cui richiesta principale era la riforma delle forze dell’ordine e la sicurezza delle comunità nere emarginate, si è diffuso in tutto il mondo e ha portato più volti neri sulla copertina della rivista Vogue”, scrive Malink.

E certo, la rappresentazione è importante. Anzi, è fondamentale. Ma le ambizioni di BLM andavano ben oltre. Soprattutto se il tipo di rappresentanti che arrivano a posizioni di potere politiche repressive nei confronti delle stesse persone razzializzate (l’ex primo ministro inglese Rishi Sunak è l’esempio più recente).

L’editoriale di Malik è molto duro, forse troppo, ma finisce con una nota di speranza che mi sento di condividere.

Dal 2020, Black Lives Matter UK sostiene economicamente e offre assistenza psicologica alle persone vittime della violenza delle forze dell’ordine e ai loro famigliari. Non è la rivoluzione su scala globale che il movimento aveva in mente, ma per le persone che ricevono questo aiuto, è già una rivoluzione enorme.

“Black Lives Matter come presa di posizione mainstream può essere morta; ma in modo più modesto, mirato e, possiamo sperare, sostenibile, è ancora molto viva. E forse è giusto che sia così”, conclude Malik.

E tu, che ne pensi?

I grandi movimenti sociali degli ultimi anni si sono lasciati alle spalle per sempre la loro finestra di opportunità o il loro “punto critico” deve semplicemente ancora arrivare?

A proposito di movimenti sociali: a quasi cinque anni dalla nascita del movimento #MeToo, quali sono i discorsi nuovi e innovativi sulla mascolinità? Ne ho parlato con Claudio Nader, esperto in comunicazione e fondatore dell’Osservatorio Maschile, in una delle ultime puntate del podcast che ti consiglio di recuperare.

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«Quale sarà secondo te il prossimo grande cambiamento?»

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