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Polarizzazione, nevrosi e psicosi

Numero 72 · 6 ottobre 2024

Ci ri-siamo: è finalmente disponibile il terzo numero della rivista di Mondo Complesso!

Dopo “Tensione evolutiva” e “Punto critico”, in questa edizione è dedicato al concetto di “Crisi”.

Crisi è ogni volta che perdiamo l’equilibrio, quando improvvisamente perdiamo ogni certezza e lo status quo viene messo in discussione.

Proprio per questo, essendo qualcosa di inevitabile, imparare ad abbracciare l’incertezza – ma anche il dialogo – può renderci più forti, proprio come proverò a dimostrarti nella newsletter di oggi.

Faccio una piccola premessa: la newsletter di oggi sarà un po’ più lunga del solito , ma perché affronterà argomenti particolarmente importanti rispetto ai quali sento il bisogno di pesare le parole ancor più di quanto normalmente faccia.

Il paragone tra il modo in cui si manifestano le crisi personali e quello in cui entrano in crisi gli stati non è nuovo, ad esempio ne ha già parlato Jared Diamond nel suo libro Crisi. Nella newsletter di oggi vorrei però spingermi un passo oltre, facendo una lettura nell’ottica della complessità di come entra in crisi la nostra mente sul piano psicologico , ossia sviluppando psicopatologie.

Le psicopatologie vengono spesso distinte tra nevrosi e la psicosi, e per quanto possa sembrare ardito esiste a mio avviso un filo che le collega al tema di questo dossier, ovvero la polarizzazione (ti sei perso o persa la prima parte? Puoi rileggerla qui).

Ma facciamo un passo indietro: cos’è la nevrosi? E cos’è, invece, la psicosi?

Nel primo numero della rivista abbiamo parlato di tensione evolutiva, ovvero della tensione che si genera quando un sistema deve da una parte preservare se stesso e la propria organizzazione interna, dall’altra rispondere alle richieste di adattamento che provengono dall’ambiente esterno. In quanto sistemi, anche noi come persone siamo costantemente immersi all’interno di questa tensione, con esiti altamente variabili.

Adattarci con successo all’ambiente esterno di solito comporta dei riconoscimenti (o “reward”, per usare il lessico della psicologia comportamentale) ossia dei vantaggi (per usarne uno più vicino alla psicodinamica), il problema però è che l’ambiente esterno cambia continuamente e così ad esempio il modo in cui abbiamo imparato a interagire con un ambiente specifico come quello familiare, potrebbe risultare non sempre efficace nel momento in cui iniziamo ad esplorare nuovi contesti.

Essendo i nostri “sistemi personalità” in grado di esprimere un certo grado di flessibilità, a seconda delle situazioni possiamo assecondare a meno questa richiesta di adattamento. Come spesso accade da una dinamica fisiologica può però generarsi una patologica, e così quando il nostro bisogno di non cambiare diventa forte al punto da irrigidire alcuni aspetti della nostra personalità, è allora che si generano le nevrosi o – nei casi più estremi – le psicosi. La differenze tra queste due è che mentre nella nevrosi persiste un contatto con la realtà, quando si manifesta una psicosi il nostro bisogno di preservare noi stessi è talmente assoluto che diventa non soltanto predominante rispetto alla realtà esterna (che è appunto ciò che avviene nelle nevrosi), ma addirittura incompatibile con essa.

Questo meccanismo di distacco dalla realtà quindi, in maniera paradossale e drammatica, serve a preservare la coerenza interna dell’individuo quando l’integrazione con il mondo esterno diventa troppo dolorosa o difficoltosa. È un motore interno che ci spinge a mantenere la nostra integrità psichica, a costo non soltanto di allontanarci dalla realtà condivisa, ma anche di abbandonarla.

Al contrario, nella nevrosi l’individuo può manifestare comportamenti rigidi e ripetitivi, basati su modelli operativi interni appresi durante l’infanzia, che pur potendo essere disfunzionali (ovvero generatori di malessere), non risultano incompatibili con la realtà esterna. La persona nevrotica è consapevole del mondo esterno e, sebbene faccia fatica ad adattarvisi in modo flessibile, mantiene il contatto con esso ovvero resta “interconnessa” con il più ampio sistema sociale di cui tutti noi facciamo parte.

Ecco, credo che questa lettura della psicopatologia ci offra la possibilità di fare un parallelo interessante con alcuni dei principali fenomeni sociali contemporanei , in particolare nella sfera politica e nella comunicazione digitale. I social media, con i loro algoritmi e meccanismi di interazione, ad esempio, hanno creato terreno fertile per la formazione delle “camere dell’eco”, le quali a guardarle bene funzionano in modo simile ai meccanismi di difesa psicotici: sono ambienti creati appositamente per avere il minor livello possibile di frizione con le nostre idee e le nostre convinzioni, che così vengono costantemente confermate e rafforzate, isolandoci sempre più da prospettive diverse.

Questo fenomeno a mio avviso può portare a una scissione profonda nella società, simile a una “spaccatura psicotica” su scala collettiva.

Un esempio emblematico di questa dinamica è rappresentato dalla presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti. La sua comunicazione e le reazioni ad essa hanno creato un sistema coerente al suo interno ma spesso incomprensibile dall’esterno, portando a una profonda divisione nella società americana. L’ultimo esempio? La storia delle persone immigrate che mangiano cani e gatti.

Questa polarizzazione estrema ha conseguenze significative, tra cui un aumento dell’entropia sociale, interazioni più cariche emotivamente e il rischio di un collasso del sistema sociale che potrebbe portare a conflitti più gravi.

Nella scorsa newsletter abbiamo parlato dei problemi della de-polarizzazione, che per alcuni studiosi ed esperti ritengono addirittura impossibile.

È ora di scoprire le carte e dirti cosa ne penso io.

Ho trovato questa immagine all’interno di un articolo pubblicato qualche anno fa su Frontiers in Psychiatry, e credo rappresenti bene il “continuum” all’interno di cui si muove la psicologia. Come tutti gli ambiti del nostro sapere, anche la psicologia prova a ricondurre l’infinita complessità dell’esperienza umana all’interno di alcune categorie (in questo caso diagnostiche) le quali – con tutte le limitazioni che inevitabilmente una semplificazione del genere comporta – hanno il merito di riuscire a cogliere bene alcuni aspetti essenziali per poter attivare dei percorsi di cura. Come si vede dall’immagine ci sono sintomi con scarsa rilevanza clinica, che aggravandosi possono trasformarsi in fenomeni sempre più rilevanti dal punto di vista clinico, fino a convergere verso lo stato psicotico. Sebbene in questa immagine vengano distinte diverse possibili dimensioni (categorizzazioni) del disagio psicologico, l’impianto concettuale di base è lo stesso di cui abbiamo parlato oggi e che vede a un estremo un rapporto sufficientemente “integrato” con la realtà (tutte le situazioni descritte al di fuori della soglia di rilevanza clinica sono situazioni in cui episodi sporadici non pregiudicano un costante e tutto sommato efficace adattamento con la realtà esterna) mentre all’estremo opposto questo rapporto viene infranto, arrivando al ripiegamento psicotico.

Penso che la depolarizzazione delle conversazioni – nella vita reale e sui social – non sia soltanto una possibilità, ma l’unica strada possibile.

Il che non significa adottare una posizione di falso compromesso o di cerchiobottismo, ma piuttosto riconoscere il valore delle diverse prospettive e cercare attivamente punti di contatto. Questo implica la creazione di uno spazio di dialogo dove le differenze possono coesistere senza portare a una rottura totale del tessuto sociale.

Perché, se c’è una cosa che ci insegnano i sistemi complessi, più aumenta il livello di complessità più cresce il rischio di un collasso sistemico che potrebbe portare a conseguenze estreme (la cosiddetta “biforcazione catastrofica”).

L’aumento dell’entropia nelle interazioni sociali, caratterizzato da scambi sempre più carichi emotivamente e meno razionali, può raggiungere livelli insostenibili, portando potenzialmente a scenari di conflitto aperto o addirittura di guerra.

Siamo su un cammino pericoloso, dove la polarizzazione politica riflette e amplifica dinamiche psicologiche profonde. Così come la psiche individuale cerca un equilibrio tra coerenza interna e adattamento alla realtà, anche la società nel suo complesso deve trovare un bilanciamento tra diverse visioni del mondo.

Questo equilibrio è fondamentale per prevenire derive autoritarie o totalitarie, che sono l’equivalente della dittatura esercitata dal nostro inconscio nelle psicosi: il sacrificio della ricchezza del mondo , dovuto alla incapacità di sostenere il confronto con la diversità.

La depolarizzazione richiede uno sforzo consapevole da parte di tutti gli attori sociali: politici, media, istituzioni educative e cittadini. Implica la promozione di un pensiero critico che vada oltre le reazioni istintive e le affiliazioni tribali, incoraggiando invece un’analisi più profonda e sfumata delle questioni complesse che ci troviamo ad affrontare.

Solo attraverso questo difficile ma necessario esercizio di empatia e comprensione reciproca possiamo sperare di costruire una società più resiliente e capace di affrontare le sfide complesse del nostro tempo senza cadere nella trappola della polarizzazione.

E qui torno a chiederti: tu, che ne pensi?

Jared Diamond è un ottimo divulgatore che, pur essendo biologo di formazione, nei suoi libri parla quasi esclusivamente di antropologia… per questo lo abbiamo citato spesso nell’episodio del podcast di Mondo Complesso con Carolina Boldini, che da brava antropologa non ha fatto sconti alle opere di Diamond!

Guarda su YouTube

«Quanto è sostenibile la polarizzazione?»

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