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Partire, sì ma perché?

Numero 65 · 30 giugno 2024

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

Scrivo questa newsletter sull’aereo di ritorno da un weekend a Vienna, dopo aver iniziato a raccogliere l’enorme elenco di libri dal quale nei prossimi giorni sceglierò (anzi sceglieremo , visto che come ogni anno condivido questa lista anche con voi) quali portare ad agosto in Sardegna per il mio mese di letture… è così che mentre torno da una vacanza, la mia testa è già rivolta alla prossima!

Non credo di essere l’unico. Per molte persone, e in Italia soprattutto, l’estate è una lunga attesa di un periodo che durerà giorni o, nel migliore dei casi, settimane.

Un periodo che immaginiamo essere di riposo e che, invece, molte volte, diventa il periodo più faticoso dell’anno.

Che fai, sei in vacanza e non esplori un po’ i dintorni? Non vai a vedere il museo, la caletta, il castello, la piazza, la chiesa e tutte quelle cose che, insomma, non puoi non fare e non vedere?

E poi ci vai. Ma non sempre sai bene il perché.

La newsletter di oggi parla proprio di questo: perché viaggiamo?

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L’articolo che più mi è servito per ragionare su questo tema l’ha scritto la filosofa Agnes Callard sul New Yorker circa un anno fa: si intitola The Case Against Travel.

Nel pezzo, Callard smonta, pezzo per pezzo, il carattere quasi epico che abbiamo dato al viaggio, a partire dall’impossibile distinzione tra turista e viaggiatore. “‘Turismo’ è il modo in cui chiamiamo i viaggi degli altri”, afferma Callard (e come smentirla?).

La filosofa si sofferma poi sulla promessa di trasformazione del viaggio: andare via per tornare diversi. Ma è davvero così?

“Fare una vacanza non è come immigrare in un Paese straniero, o immatricolarsi in un’università, o iniziare un nuovo lavoro, o innamorarsi”, scrive Callard. “Intraprendiamo questi percorsi con la trepidazione di chi entra in un tunnel senza sapere chi sarà quando ne uscirà. Ma il viaggiatore parte sicuro che tornerà con gli stessi interessi, le stesse convinzioni politiche e la stessa casa. Il viaggio è un boomerang. Ti fa tornare sempre al punto di partenza”.

Non solo: viaggiamo per cambiare noi stessi, ma finiamo per cambiare le persone che incontriamo nei posti dove andiamo.

Come scrive infatti Valene L. Smith in “Hosts and Guests”, uno dei classici dell’antropologia del turismo, è molto più probabile che i turisti influenzino le persone del luogo che il contrario. E questa influenza è il primo ingranaggio di una catena che porta al cambiamento… delle comunità che visitiamo. Non è difficile trovare esempi di questo fenomeno nelle città in cui viviamo: da Venezia a Roma, Firenze e Napoli, il turismo cambia il volto delle nostre città. Spinge persone a cambiare abitudini, lavori e case.

Un altro aspetto paradossale del viaggio sottolineato da Callard è la deferenza che dimostriamo nei confronti delle “guide”, siano esse cartacee, digitali o in carne ed ossa: reel, vlog, recensioni… insomma, qualsiasi cosa possa dirci cosa fare (e non fare) in un luogo, a cui ci affidiamo in quasi ciecamente.

Essere un turista vuol dire decidere che i tuoi sentimenti non contano ”, scrive Callard. A importare sono quelli delle persone che hanno visitato quel posto prima di te.

Essere turista vuol dire anche diventare una persona diversa, che però, alla ricerca di un’esperienza ‘unica’ e ‘autentica’, si ritrova non solo a fare le stesse cose che hanno fatto milioni di persone, ma anche a essere una persona che, in realtà, il resto del tempo, non si è.

Spesso quando viaggiamo mettiamo da parte gusti e abitudini per fare in modo che non ci limitino: ci dimentichiamo per un po’ delle nostre preferenze in termini di cibo, arte, ozio o di come usare il nostro tempo per entrare in un’altra dimensione. “Dopo tutto, pensiamo, lo scopo del viaggio è uscire dai confini della vita quotidiana. Ma se di solito evitiamo i musei e improvvisamente li andiamo a visitarne uno solo per sperimentare un cambiamento, cosa potrà mai voler dire per noi un quadro? Se la stessa stanza fosse piena non di quadri, ma di falchi, l’effetto sarebbe lo stesso ”, afferma la filosofa.

L’articolo di Callard finisce proprio qui, sull’idea che il viaggio sia, tutto sommato, la prova di cui abbiamo bisogno di essere davvero vivi. “Immagina come sarebbe la tua vita se scoprisse che non potrai mai più viaggiare. Se non hai grandi cambiamenti esistenziali in programma, la prospettiva è terribile: fare sempre quello che stai già facendo , e poi morire”, conclude la filosofa.

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Quando osserviamo il fenomeno del turismo, ci rendiamo conto che stiamo guardando non solo un settore economico, ma una rete intricata di relazioni che toccano ogni aspetto della società. Questo diagramma causal loop ci permette di vedere come ogni elemento influenzi gli altri, spesso in modi che non sono immediatamente evidenti. Prendiamo ad esempio l’aumento del turismo, che possiamo considerare il motore centrale di questa rete. Questo aumento porta a un incremento delle entrate economiche, le quali non sono solo numeri su un bilancio: rappresentano nuove opportunità per le comunità locali, permettendo investimenti in infrastrutture. Immaginiamo una città costiera che riceve fondi per costruire nuove strade e migliorare i trasporti pubblici, rendendo la destinazione più accessibile e attraente per ulteriori turisti. Questo ciclo virtuoso, però, ha il suo costo. L’incremento del turismo comporta un maggiore consumo di risorse, come acqua ed energia, che può portare a tensioni e scarsità per i residenti locali.

Un altro nodo fondamentale è l’occupazione locale. Il turismo crea lavoro, che a sua volta migliora la qualità della vita. Tuttavia, l’afflusso di turisti può anche portare alla gentrificazione: la trasformazione delle aree urbane per soddisfare le esigenze dei turisti può aumentare i prezzi degli immobili e spingere fuori i residenti a basso reddito, come abbiamo visto nei quartieri storici di città come Venezia e Barcellona. Questo processo aumenta i costi della vita, riducendo l’equità sociale e creando tensioni tra residenti e turisti.

Alla fine, quello che vediamo è un delicato equilibrio di forze. Ogni nodo del nostro diagramma è interconnesso, creando una rete complessa di cause ed effetti. Per navigare questo intricato paesaggio, dobbiamo adottare una visione sistemica, riconoscendo che ogni azione ha conseguenze che si propagano attraverso l’intera rete. Solo così possiamo aspirare a un turismo che sia davvero sostenibile e benefico per tutti.

A proposito di ambiente e clima, ti consiglio di recuperare l’ultima puntata del podcast di Mondo Complesso: l’ospite di questa settimana è infatti Diletta Bellotti, attivista per la lotta alla crisi climatica, alle agromafie e al caporalato , insieme alla quale ho cercato di dipanare il filo che unisce cibo, lavoro e clima.

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