Parliamo come pensiamo o pensiamo come parliamo?
Se un giorno arrivassero gli alieni, saremmo in grado di capirli?
È la domanda al centro di Arrival (2016), il film di Denis Villeneuve in cui la linguista Louise Banks cerca di decifrare il linguaggio di una specie extraterrestre che sbarca sulla Terra.
Gli Eptapodi, infatti, comunicano in modo radicalmente diverso dagli esseri umani: la loro scrittura è circolare, non segue una sequenza lineare e, man mano che Louise la studia, il suo stesso modo di percepire il tempo cambia.
Fantascienza? Forse. Ma il film si basa su un’ipotesi linguistica reale, secondo cui la lingua che parliamo influisce sul nostro modo di pensare. Una teoria affascinante, che ha diviso il mondo accademico tra sostenitori e critici.

L’idea che la lingua che parliamo modelli il nostro modo di pensare è nota come ipotesi di Sapir-Whorf, o ipotesi della relatività linguistica.
Il nome è ingannevole: né Edward Sapir né Benjamin Lee Whorf l’hanno mai formulata esplicitamente: fu il linguista Harry Hoijer, nel 1954, a coniare il termine, e successivamente Roger Brown ed Eric Lenneberg cercarono di trasformarla in un concetto verificabile sperimentalmente.
L’ipotesi si divide in due versioni principali:
- La versione forte, o determinismo linguistico , sostiene che la lingua determina completamente il pensiero. In questa visione estrema, se una lingua non ha una parola o una struttura grammaticale per un certo concetto, chi la parla non può nemmeno concepirlo.
- La versione debole, o relativismo linguistico , afferma invece che la lingua influenza il modo in cui vediamo il mondo, ma non lo determina rigidamente. In altre parole, la lingua guida l’attenzione su certi aspetti della realtà, rendendoli più salienti rispetto ad altri.
Questa distinzione è cruciale perché, mentre la versione forte è stata ampiamente rigettata, la versione debole ha trovato maggiore accettazione ed è ancora oggetto di studi.
In Language, Thought, and Reality (1956), pubblicato postumo, Whorf portò avanti l’idea che il sistema grammaticale di una lingua plasmi il modo in cui i suoi parlanti percepiscono il mondo. Il suo esempio più famoso riguarda la lingua degli Hopi, una popolazione nativa americana, che, secondo lui, non avrebbe una concezione del tempo simile a quella occidentale. Questo portò Whorf a concludere che gli Hopi non vedessero il tempo come una linea con passato, presente e futuro, ma come un flusso continuo.
Questa interpretazione, così come l’idea che gli Inuit abbiano decine di parole per la neve e quindi la percepiscano in modo diverso dagli anglofoni, ha reso l’ipotesi affascinante e popolare. Ma ha anche sollevato molte critiche.

L’ipotesi di Sapir-Whorf, nella sua versione più estrema, è stata oggetto di numerose critiche, soprattutto da parte della linguistica generativa e delle scienze cognitive.
Uno dei principali oppositori della relatività linguistica è Noam Chomsky, fondatore della linguistica generativa. Secondo Chomsky, tutte le lingue condividono principi grammaticali universali perché il linguaggio è innato, cioè radicato nella biologia umana. In questa prospettiva, le differenze linguistiche sono superficiali e non incidono realmente sulla struttura del pensiero. Se l’ipotesi forte di Sapir-Whorf fosse vera, chi parla lingue diverse dovrebbe mostrare differenze cognitive profonde, ma la ricerca non ha mai trovato prove solide a sostegno di questa idea.
Un altro punto critico riguarda il celebre esempio delle molte parole Inuit per la neve, spesso usato per dimostrare che il linguaggio modella la percezione. Geoffrey Pullum, nel saggio The Great Eskimo Vocabulary Hoax (1991), ha smontato questa teoria, dimostrando che il numero di termini per la neve nelle lingue inuit non è superiore a quello dell’inglese , che ha parole come snow, slush, sleet, blizzard. Più che una prova del relativismo linguistico, l’idea che gli Inuit “vedano” la neve in modo diverso a causa della loro lingua è diventata una leggenda metropolitana.
Infine, nel suo libro The Language Instinct (1994), Steven Pinker attacca direttamente l’ipotesi di Sapir-Whorf, sostenendo che il pensiero è indipendente dalla lingua. Secondo Pinker, esiste una sorta di “mentalese ”, un linguaggio del pensiero che precede il linguaggio verbale. Per lui, le parole servono solo a esprimere concetti che esistono già nella mente, e non a crearli. Questo spiegherebbe perché i bambini piccoli e gli animali sono in grado di ragionare e risolvere problemi senza bisogno di una lingua complessa.
Le critiche hanno reso chiaro che la lingua non determina rigidamente il pensiero, come voleva la versione forte dell’ipotesi Sapir-Whorf. Ma ciò non significa che il linguaggio non abbia alcun effetto sulla cognizione.
Anzi: studi più recenti hanno dimostrato che la lingua può influenzare il modo in cui categorizziamo e ricordiamo informazioni.
Ad esempio, il linguista Dan Slobin ha introdotto il concetto di “pensare per parlare ”, secondo cui le strutture linguistiche non determinano il pensiero, ma influenzano il modo in cui organizziamo le informazioni quando comunichiamo.
Un altro contributo fondamentale viene da Lera Boroditsky, che ha condotto esperimenti su come le lingue modellano la percezione. Ad esempio, il genere grammaticale può influenzare l’immaginario che abbiamo degli oggetti: in tedesco, dove “chiave” è maschile (Schlüssel), viene descritta con aggettivi come “pesante” e “dentellata”, mentre in spagnolo (llave), dove è femminile, viene associata a parole come “elegante” e “delicata”.
Oggi il dibattito non è più sul se la lingua influenzi il pensiero, ma su quanto lo faccia e in quali ambiti. Gli studi più recenti suggeriscono che il linguaggio agisce come un filtro cognitivo : non limita ciò che possiamo pensare, ma rende più accessibili alcune categorie concettuali rispetto ad altre.
Quindi Arrival aveva ragione? Forse in parte. Perché la lingua non ci imprigiona, ma ci orienta. E ogni lingua ci offre un nuovo modo di guardare la realtà.
Per questo, come dice il linguista Nicholas Evans, “studiamo altre lingue perché non possiamo vivere abbastanza vite ”.

Il linguaggio è politico? Ne ho discusso insieme alla linguista Vera Gheno in uno degli episodi della prima stagione del podcast: puoi recuperarlo qui.

(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

«Ci sono parole che più di altre hanno influito sul modo in cui pensi?»
Buona domenica e a presto,
Iscriviti per ricevere i prossimi numeri direttamente nella tua casella.
Iscriviti