Parlare di privilegio ti mette a disagio? Sei sulla strada giusta
Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

Io mi chiamoJoe Casini , e questo è Mondo Complesso.
Oggi parlo di
:crown: Privilegio
:gear: Bias cognitivi
:man_teacher: Formazione in azienda
DOSSIER PRIVILEGIO 1 di 3
“Ma il concetto della libertà di scelta per le donne non si sarà spinto troppo oltre?”, si chiede un presentatore televisivo in una delle mie puntate preferite della serie Bojack Horseman.
“Abbiamo riunito un gruppo di uomini bianchi con il papillon per parlarne”, continua. Forse avrai riconosciuto la scena di cui parlo, che negli ultimi anni è diventato un famoso meme (e che continua a essere una scena abbastanza comune, almeno in Italia).
Una scena che mi ha fatto subito molto ridere, ma su cui ho riflettuto molto negli ultimi tempi.
Passione per i papillon a parte, io potrei essere uno di quegli uomini. Sono anche io bianco, uomo, benestante, con abbastanza titoli di studio per essere considerato un ‘esperto’ in qualcosa.
Sono una persona privilegiata. E, grazie al mio privilegio, ad esempio, la mia voce ha un’eco che altre non hanno.
Ecco, questo è il punto di partenza da cui comincia questo nuovo dossier di Mondo Complesso. In questa newsletter e nelle prossime due, userò quindi questa voce per parlare proprio di privilegio. Di cos’è, cosa non è e cosa dovrebbe essere.

Il concetto di ‘privilegio’ per come lo conosciamo oggi appare per la prima volta nel 1988, quando Peggy McIntosh, una studentessa di Women’s Studies alla Wellesley University, ha pubblicato un saggio intitolato “White Privilege and Male Privilege: A Personal Account of Coming to See Correspondences Through Work in Women’s Studies”.
Con ‘privilegio’, McIntosh indica l’accesso al potere sociale ottenuto non sulla base del merito, ma per la semplice appartenenza a un gruppo sociale che risulta dominante e favorito.
Alcune manifestazioni del privilegio sono evidenti e molto discusse, come ad esempio il divario economico tra gli stipendi di lavoratori e lavoratrici.
Altre, invece, sono molto più insidiose, ma non per questo meno importanti.
Tra il 2016 e il 2017, ad esempio, i ricercatori e le ricercatrici del Centre for Social Investigation dell’Università di Oxford hanno risposto a più di tremila offerte di lavoro inviando lettere di motivazione e curriculum falsi.
Il risultato? Nonostante tutte avessero le stesse qualifiche e lo stesso livello di esperienza, le persone con nomi pachistani o nigeriani (come Tariq o Adeola) hanno dovuto mandare più del doppio delle candidature per ricevere lo stesso numero di risposte di chi aveva invece un nome tipicamente bianco e inglese (come James o Emily).
Secondo gli psicologi, tuttavia, non tutti i recruiter che hanno ingiustamente cestinato le prime candidature sono razzisti, o almeno non lo sono in maniera consapevole: molti di loro potrebbero aver avuto una reazione inconscia, il risultato di quelli che vengono chiamati unconscious bias.

In questa foto sono insieme ad Anna Rosling Rönnlund , coautrice di “Factfulness” uno dei miei libri preferiti in assoluto, che ho coinvolto in “HI! Human Intelligence”, il docufilm che sto girando sul tema dell’intelligenza umana. Il sottotitolo del libro è “Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo”, e in effetti è ciò che Factfulness fa: accompagnare il lettore in maniera molto intuitiva alla scoperta dei nostri bias, aiutandoci a vedere i pregiudizi che abbiamo e soprattutto facendoci vedere gli impatti che questi hanno.
Gli autori infatti hanno una lunghissima esperienza come conferenzieri e nei decenni sono potuti intervenire in una miriade di contesti diversi, molti dei quali davvero prestigiosi come la World Bank e l’IMF. In tutte queste platee – composte senza dubbio da gente ben istruita e che ogni giorno è chiamata a prendere decisioni che impattano la vita di milioni di persone – hanno sottoposto alcune “semplicissime” domande come ad esempio «Qual è l’attuale aspettativa di vita a livello mondiale?»… ci potremmo aspettare che persone che muovono miliardi di dollari abbiano una conoscenza ben più avanzata dei fondamentali socio-economici dei paesi in cui investono, eppure le loro risposte ti sorprenderebbero!
Ma è soltanto un problema di “cultura”? Ovviamente no, sono i famosi bias cognitivi – pregiudizi che applichiamo inconsciamente quando prendiamo le decisioni “distorcendole”.
Che rapporto c’è tra questi bias e il tema del privilegio? Beh, perché non provi a fare anche tu uno dei loro test (sono davvero domande di cultura generale e puoi scegliere il tema o il paese che preferisci) e a domandarti che impatto avrebbero le tue risposte su questi paesi a seconda che godano o meno di questa distorsione…
I pregiudizi inconsapevoli sono pensieri o associazioni tra idee che rispecchiano le diseguaglianze e gli stereotipi di una certa cultura o della società del tempo. Il fatto che siano inconsci, però, non li rende meno pericolosi: negli Stati Uniti, ad esempio, molti medici tendono a prescrivere meno antidolorifici ai pazienti neri e di origine latinoamericana, anche quando la loro situazione è molto grave.
Per provare a misurare l’intensità di questi meccanismi mentali, nel 1998 tre psicologi hanno sviluppato l’Implicit Association Test (IAT), un test che misura le associazioni tra idee che il nostro cervello stabilisce in maniera implicita. Chi decide di sottoporsi al test deve collegare il più velocemente possibile un’immagine o una parola a uno dei due concetti che vengono proposti (ad esempio, omosessualità/eterosessualità, bianco/nero, etc.).
In poco tempo, i test di associazione implicita sono diventati la colonna portante dei programmi di formazione su diversità, equità e inclusione (DEI) di moltissime aziende, tra cui Google, Starbucks e Sephora.
Ma se la formazione sui bias inconsci ti sembra già la soluzione migliore per affrontare le conseguenze dei tuoi privilegi, mi dispiace dirti che non è così. O almeno, non del tutto.
Nel 2017, infatti, Edward Chang, professore all’Harvard Business School, ha studiato gli effetti a medio termine della formazione sui pregiudizi inconsapevoli su più di tremila lavoratori. “Abbiamo fatto del nostro meglio per progettare un corso efficace”, spiega Chang, “ma i nostri risultati indicano che i classici corsi da un’ora che scelgono le aziende non portano a cambiamenti comportamentali che durano nel tempo ”.
Tuttavia, secondo Katerina Bezrukova, professoressa all’Università di Buffalo, questi corsi “funzionano solo quando ci mettono a disagio ” ed “è normale tentare di prenderli alla leggera”, ovvero stare sulla difensiva e rifiutare idee nuove e provocatorie.
Conoscere i propri pregiudizi inconsapevoli è un buon metodo per aumentare la consapevolezza su certi temi , ma per modificare i nostri comportamenti servono percorsi – sia professionali che più personali, di lettura e riflessione – più lunghi e strutturati.
Insomma, parlare di bias e privilegi ti mette a disagio?
Sei sulla strada giusta, ma ne hai ancora molta da fare. Una strada che continueremo a percorrere insieme tutto il prossimo mese, con gli ultimi due numero di questo dossier dedicato al privilegio.

A proposito di privilegi e discriminazione, ti consiglio di recuperare una delle ultime puntate del podcast di Mondo Complesso: al suo interno troverai una chiacchierata con Silvia Semenzin , ricercatrice e attivista, in cui parliamo di come difendere i nostri diritti digitali dalle piattaforme , dell’evoluzione dell’attivismo online e della campagna che ha portato alla prima legge che criminalizza in Italia la condivisione non consensuale di immagini intime.

«Quali sono i tuoi privilegi?»
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Buona domenica e a presto,

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