Nessun piano B
Ciao %FIRSTNAME%,
dopo la (breve) pausa estiva Mondo Complesso riparte a pieno ritmo!
Giovedì scorso abbiamo infatti registrato per la Rome Future Week due nuove puntate del podcast con Lorenzo Ceccotti e Beatrice Petrella che usciranno nelle prossime settimane (ci sono ancora un paio di serate da qui a fine anno, ti ricordo che l’ingresso è gratuito quindi se sei di Roma e vuoi partecipare seguimi sui social per avere tutte le info), e oggi riparte anche la newsletter con uno dei format più apprezzati: quello del dossier. Per i prossimi tre numeri parleremo infatti di capitalismo, guardandolo da prospettive diverse e mi auguro stimolanti… sei prontə?
Ricordi le fatiche di Eracle?
Anche se le lezioni di epica non erano le tue preferite, forse ricorderai l’Idra di Lerna, un mostro acquatico dalle molte teste di serpente. Ogni volta che Eracle ne tagliava una, al suo posto ne ricrescevano due. Era una battaglia senza fine: più colpiva l’Idra, più diventava forte. Alla fine, Eracle riuscì a sconfiggerla solo cauterizzando i monconi, ma la lezione è rimasta impressa nei secoli.
L’Idra è diventata il simbolo perfetto dell’antifragilità: non la semplice resistenza, ma la capacità di prosperare proprio grazie ai colpi subiti. Non si limita a sopravvivere al caos: ne trae vantaggio, si rinnova, cresce.
Perché te ne parlo?
Perché l’immagine dell’Idra è una delle prime che mi viene in mente quando leggo o ascolto discorsi sul capitalismo. Ogni crisi economica, ogni rivoluzione tecnologica, ogni scossa sociale sembrano colpirlo a morte. E invece no: rinasce, più robusto e più pervasivo di prima.
E questo è il filo che seguiremo in un dossier di tre uscite: chiederci come mai il capitalismo sembri essere davvero un sistema “perfetto”, capace di assorbire e piegare alle proprie logiche ogni istanza di trasformazione… o forse dietro la sua capacità di reinventarsi, nasconda fragilità che ancora non vediamo?

L’antifragilità, come la definisce Nassim Nicholas Taleb nel suo omonimo libro, non è solo la capacità di sopravvivere a un trauma, ma quella di uscirne rafforzati.
Un sistema fragile ha un comportamento rigido davanti a uno shock, resiste fino a un certo punto e poi si spezza; un sistema resiliente al contrario ha un comportamento più dinamico e davanti a uno shock magari “traballa”, ma poi è in grado di ripristinare il suo equilibrio iniziale rimanendo uguale a se stesso. Un sistema antifragile invece no: prende i colpi, li trasforma, e ne esce più forte. È l’opposto della fragilità, non la sua semplice versione potenziata, è capace abbracciare il disordine, l’incertezza, persino il rischio, sapendo che proprio lì può nascondersi la possibilità di crescita.
E qui entra in gioco il capitalismo. Non è un sistema perfetto, perché nella teoria dei sistemi la perfezione non esiste, eppure è il più vicino a quel modello antifragile: ogni crisi lo mette in discussione, eppure lui la ingloba, la metabolizza, la trasforma in un’occasione per reinventarsi. È sopravvissuto a guerre mondiali, a crolli finanziari, a pandemie globali e manifestazioni di massa. Ogni volta sembrava sul punto di crollare, e ogni volta è riemerso con una nuova veste: più digitale, più finanziarizzata, più pervasiva.
La sua forza non sta solo nella capacità di adattamento, ma anche in un meccanismo sottile: il capitalismo sposta continuamente il peso dalle strutture collettive agli individui. Se sei infelice, precario o schiacciato dai debiti, il sistema non si dichiara colpevole: sei tu a dover “lavorare su te stesso”.
E c’è un’altra strategia ancora più raffinata: il capitalismo è capace di assorbire e neutralizzare le lotte nate per contrastarlo. Prendiamo il femminismo: invece di trasformarsi in rivoluzione sociale, viene spesso convertito in slogan pubblicitari e prodotti patinati, dalle t-shirt con la scritta “girl power” alle campagne di empowerment brandizzate dalle multinazionali. L’ambientalismo? Spesso diventa greenwashing: bottiglie di plastica etichettate come “eco” o compagnie petrolifere che piantano alberi mentre trivellano nuovi giacimenti. E il razzismo? Viene inglobato in campagne di marketing che celebrano la diversità solo finché questa genera profitto, mentre le strutture di disuguaglianza rimangono intatte. In pratica, ciò che nasce come sfida al sistema viene trasformato in merce, svuotato del suo potenziale sovversivo e rimesso sul mercato.
Il capitalismo è quindi un sistema che resiste perché riesce a camuffare la sua violenza strutturale dentro narrazioni individuali e prodotti vendibili. Ma è davvero l’unica opzione che abbiamo?

Il capitalismo non solo sopravvive alle crisi: ne produce una che è ancora più insidiosa, perché non riguarda l’economia o la politica, ma l’immaginazione.
Come scrive Grafton Tanner in Nostalgoritmo , “controllando il tempo e lo spazio, il capitalismo globale mantiene molte persone in tutto il mondo in un perenne stato di nostalgia. Molti sono stati dislocati dal capitale e vagano alla ricerca di case e del tempo perduto. Ma il capitalismo e la nostalgia sono in realtà reciprocamente costitutivi, come scrive Alastair Bonneu: ill capitalismo produce […] nostalgia, ma la nostalgia offre una compensazione per il capitalismo, o un rifugio da esso”. È un cortocircuito temporale: mentre il capitalismo ci proietta in avanti a velocità crescente, ci spinge anche a rifugiarci in un passato idealizzato, incapaci di costruire visioni nuove.
È qui che nasce la crisi dell’immaginazione: non riusciamo più a pensare a un’alternativa. Le proposte in campo o non esistono, o non sono così nuove, o sono parziali. Il socialismo, per esempio, resta una delle alternative più proposte, con la sua idea di mettere lo Stato al servizio della collettività e del benessere invece che della crescita cieca del PIL. Ma per molte persone appare come un ritorno al passato, non come un futuro.
L’accelerazionismo , dall’altra parte, immagina di spingere il capitalismo fino al collasso, sperando che la sua corsa diventi autodistruttiva. Ma resta prigioniero dello stesso immaginario che vorrebbe superare: il mito della modernità, della velocità, della tecnologia come unico orizzonte possibile.
Il risultato è che restiamo intrappolati in un presente che non sa più generare futuri, se non sotto forma di nostalgie commerciali o di scenari apocalittici. Ed è forse questo il più grande successo del capitalismo neoliberista: aver demolito l’idea stessa che un mondo diverso sia possibile.
Eppure, come ha ricordato la scrittrice statunitense Ursula K. Le Guin: “Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineluttabile. Ma lo stesso si diceva del diritto divino dei re a governare. Ogni potere umano può essere resistito e cambiato dagli esseri umani. E la resistenza e il cambiamento spesso cominciano nell’arte ”.
Se il capitalismo si nutre delle crisi, allora il nostro compito è riaprire lo spazio dell’immaginazione, continuare a pensare futuri diversi, anche quando sembrano impensabili.
(Clicca sull’immagine oppure qui per ascoltare la risposta)
Vuoi esplorare meglio il conflitto tra ideali e realtà? Allora ti consiglio di recuperare una delle ultime puntate del podcast di Mondo Complesso in cui intervisto proprio il giornalista e autore Alessandro Sahebi. Il titolo dell’episodio? Idealismo realista.
Buona domenica e a presto,

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