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(Ne) sei cosciente?

Numero 91 · 29 giugno 2025

Immagina il primo organismo che ha avuto coscienza: non solo vivo, ma consapevole.

Un batterio diventa un pesce che diventa un mammifero che diventa un essere umano, e lungo il cammino, qualcosa cambia.

Non è solo questione di sopravvivenza: emerge la capacità di percepire il mondo, di apprendere dall’esperienza, di soffrire, e persino di immaginare.

Ma come ha avuto origine tutto questo?
Ci sono varie teorie a riguardo. Oggi ne esploriamo una delle più interessanti.

Nel volume Picturing the Mind, le scienziate Simona Ginsburg ed Eva Jablonka sostengono che il passaggio cruciale verso la coscienza sia stato l’evoluzione della capacità di apprendere in modo illimitato per associazione (Unlimited Associative Learning, UAL).

Secondo loro, quando un organismo sviluppa questa abilità, tutte le componenti chiave della coscienza (quella che le due studiose chiamano “coscienza minima ”) sono già operative:

  1. Percezione unificata degli stimoli: quando vediamo una mela, non la percepiamo come “una macchia di rosso, qualcosa di tondo, una superficie liscia”: la vediamo come una mela, tutta intera, un oggetto unico. Questa capacità di unire caratteristiche diverse in un’unica esperienza coesa è la base di qualsiasi percezione consapevole;
  2. Comunicazione “interna” efficace: il cervello non è un singolo centro di comando, ma un insieme di moduli specializzati che parlano fra loro. Le informazioni devono potersi “trasmettere” da un modulo all’altro, essere disponibili in tempo reale per confronti, discriminazioni, generalizzazioni, valutazioni. È questo scambio continuo che ci permette di prendere decisioni informate;
  3. Attenzione selettiva: decidiamo su cosa focalizzarci e cosa ignorare, in base al contesto attuale e a quello che abbiamo imparato dal passato. Ad esempio, se stai attraversando la strada, il colore del cielo conta poco: tutta la tua attenzione è sul semaforo e sul suono dei motori;
  4. Rappresentazione: il cervello costruisce mappe di come sta il corpo, di com’è il mondo fuori, di quali azioni sono possibili e cosa potrebbero produrre. È quella proprietà per cui la mente “parla di” qualcosa: il rosso è il rosso della mela, il rumore è il rumore dell’auto;
  5. Integrazione temporale: gli stimoli non sono semplici fotogrammi isolati, ma si integrano nel tempo per creare un presente che ha spessore: qualche secondo di continuità che ci permette di pensare, valutare, scegliere. Non viviamo solo nell’istante esatto, ma su una piccola finestra temporale che ci consente di integrare informazioni appena ricevute;
  6. Valutazione delle situazioni: questa cosa mi porta un vantaggio o un pericolo? Devo avvicinarmi o scappare? E tutto dipende dal contesto: quello che oggi è cibo, domani potrebbe essere veleno. Serve quindi un sistema valutativo flessibile, capace di aggiornarsi;
  7. Agentività: un essere cosciente agisce, sceglie, si muove, orienta il proprio comportamento verso uno scopo, non è solo un osservatore passivo del mondo;
  8. Senso del sé: la capacità di distinguere tra io e il resto, di avere un punto di vista stabile, una prospettiva da cui osservare il mondo e sé stessi in esso.

Gli organismi che raggruppano tutte queste caratteristiche possono accedere all’ apprendimento associativo illimitato.

Cosa significa? Significa che un organismo non si limita ad associare stimoli semplici (suono-cibo, luce-pericolo), ma è in grado di creare associazioni complesse e sempre nuove , anche tra stimoli variabili e combinati, durante tutta la sua vita.

In pratica: non solo “se sento il rumore scappo”, ma “se sento quel tipo di rumore, in quel contesto, dopo aver visto quella cosa, allora forse devo scappare, o forse no ”. È l’abilità di costruire una vera e propria mappa cognitiva del proprio ambiente, che si aggiorna in continuazione man mano che accumuliamo esperienze.

Per questo Ginsburg e Jablonka lo considerano un vero “marcatore evolutivo”: là dove compare UAL, compare coscienza.

Tuttavia, la teoria di UAL non è universalmente accettata, anzi: è solo una tra le tante teorie sullo sviluppo della coscienza.

Gli scienziati cognitivi Bernard Baars e Stan Franklin, ad esempio, alla fine degli anni Ottanta hanno proposto la teoria dello spazio di lavoro globale (in inglese Global Workspace Theory), secondo cui la coscienza emerge quando le informazioni vengono selezionate e diffuse in una sorta di “spazio di lavoro ” centrale del cervello, rendendole accessibili a diversi processi cognitivi e permettendo il controllo volontario delle azioni.

Al contrario, la teoria dell’informazione integrata (Integrated Information Theory , proposta dal dal neuroscienziato Giulio Tononi nel 2004) sostiene che la coscienza coincide con la quantità di informazione integrata generata da un sistema fisico: più gli elementi del sistema sono interconnessi e influenzano reciprocamente i propri stati, maggiore sarà il livello di coscienza, indipendentemente da una funzione di “broadcast” centrale.

Secondo alcune ricerche, invece, forme basilari di auto-consapevolezza e attenzione selettiva sono presenti in animali che non mostrano capacità complesse di apprendimento associativo illimitato.

Infine, alcuni filosofi della mente come Ned Block e David Chalmers ritengono che il “problema difficile” della coscienza non si possa ridurre al solo apprendimento o alla capacità cognitiva. In questo senso, UAL descrive come funziona la coscienza, non perché.

Insomma: UAL è certamente un potente modello esplicativo, ma potrebbe non essere il marcatore definitivo della coscienza , che potrebbe configurarsi invece come un mosaico di capacità parzialmente sovrapposte.

Come spesso accade in scienza, la verità probabilmente sta nell’integrazione di prospettive multiple: processi neurobiologici, comportamentali, cognitivi e culturali che si intrecciano in modi ancora da decifrare pienamente. E intanto, mentre discutiamo, la coscienza continua a sorprenderci, dentro e fuori dai laboratori.

In vena di riflessioni filosofiche? È il momento giusto per recuperare “La morte all’epoca dell’AI”, l’episodio della scorsa stagione del podcast in cui ho intervistato Davide Sisto, filosofo e professore esperto in tanatologia, cultura digitale e postumano.

Buona domenica e a presto,

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