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L’homo oeconomicus non abita più qui

Numero 88 · 18 maggio 2025

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

Io mi chiamoJoe Casini , e questo è Mondo Complesso.

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L’essere umano è naturalmente egoista o altruista?

Se non riesci a dare una risposta su due piedi, sappi che sei in buona compagnia.

L’economia tradizionale ha a lungo descritto l’essere umano come mosso da motivazioni egoistiche. “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla considerazione del loro interesse personale”, scriveva l’economista Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni nel 1776.

Eppure, lo stesso Smith, solo pochi anni prima, nel volume La teoria dei sentimenti morali, osservava l’esatto contrario: “per quanto egoista si possa supporre l’uomo, ci sono evidentemente in lui alcuni principi che lo interessano alla sorte degli altri ”, una forma di sympathy (compassione) che rende il benessere altrui parte del proprio.

La tensione tra egoismo e altruismo – il cosiddetto “problema di Adam Smith” – affascina da secoli economisti ed economiste. Oggi, grazie all’economia comportamentale e alla teoria dei giochi, iniziamo a capire meglio quanto questa dinamica sia complessa (e profondamente umana).

Dilemma del Prigioniero

Per semplificare, l’economia classica ha costruito un modello ideale: l’ homo oeconomicus.

Chi è? Un individuo perfettamente razionale, informato, coerente, che prende decisioni per massimizzare la propria utilità (cioè il proprio benessere) e minimizzare i costi.

Nella teoria, questo modello è comodo: prevede che ogni persona sappia cosa vuole, calcoli le alternative, e scelga sempre l’opzione migliore per sé.

Nella pratica, però, ci somiglia poco. Le persone reali si contraddicono, agiscono d’impulso, tengono conto delle emozioni, delle relazioni sociali, delle norme morali. E non sempre fanno scelte che aumentano il proprio benessere, almeno nel breve periodo.

Eppure, per molto tempo l’ homo oeconomicus è stato lo standard con cui si interpretavano i comportamenti economici. E questo ha rafforzato l’idea che l’egoismo sia non solo normale, ma anche razionale ed efficiente.

Negli anni Settanta, a rianimare il dibattito sul “problema di Adam Smith” è arrivata la genetica. Nel 1976, infatti, il biologo Richard Dawkins pubblicò Il gene egoista, un libro di grande successo in cui proponeva una lettura evolutiva della selezione naturale: gli organismi – noi compresi – sarebbero “macchine da sopravvivenza” costruite dai geni per replicarsi.

Ma attenzione: Dawkins non dice che gli esseri umani devono essere egoisti. Il “gene egoista” non è una giustificazione morale. È una metafora che serve a spiegare come alcuni comportamenti, anche apparentemente altruisti, possano emergere da dinamiche genetiche orientate alla sopravvivenza.

Ad esempio: un animale può rischiare la vita per salvare un parente stretto. Perché? Perché condividono molti geni. Quindi, in termini evolutivi, sacrificarsi può “conviene” al gene, se aumenta le probabilità di essere trasmesso.

È un meccanismo potente, ma riduttivo se usato per spiegare ogni aspetto del comportamento umano. Le società umane sono molto più complesse : abbiamo cultura, norme sociali, istituzioni, relazioni non genetiche. E prendiamo decisioni anche in base a valori, identità, senso di giustizia.

Non solo: al contrario di quanto afferma l’economia classica con il modello di homo economicus , non sempre l’egoismo individuale porta al miglior risultato. A dimostrarlo è uno degli esperimenti più noti della teoria dei giochi: il dilemma del prigioniero.

Immagina due persone arrestate per un crimine. Sono interrogate separatamente.
Se entrambi tacciono: un anno di carcere a testa. Se uno parla e l’altro tace: chi parla è libero, l’altro prende 10 anni. Se entrambi parlano: 5 anni di carcere ciascuno.

Ragionando individualmente, ognuno ha un incentivo a parlare: “se l’altro tace, io esco; se l’altro parla, tanto vale parlare anche io”. Ma se entrambi fanno questo ragionamento, entrambi parlano e finiscono con 5 anni, invece che 1 con uno.

Il paradosso è chiaro: seguire l’interesse individuale porta a un risultato peggiore per entrambi.

Questo succede perché le loro scelte sono interdipendenti. E nel mondo reale, la maggior parte delle situazioni sociali assomiglia a questo schema: le nostre decisioni influenzano quelle degli altri, e viceversa.

Cooperazione

Sì, l’essere umano può essere egoista. Ma è solo metà della storia.

L’altra metà racconta di come, nella nostra mente e nei nostri geni, esista anche una spinta alla cooperazione.

L’economia comportamentale , che integra la psicologia cognitiva nei modelli economici, ha mostrato che le nostre decisioni non si basano unicamente sul tornaconto personale.

Negli esperimenti reali, le persone non si comportano come l’ homo oeconomicus : ad esempio, nel gioco dell’ultimatum , dove un partecipante decide come dividere una somma con un altro, l’offerta più frequente si aggira tra il 40 e il 50%. Le offerte più basse del 25% vengono spesso rifiutate, anche se ciò non è razionale perché significa rinunciare a qualsiasi guadagno (il 20% è pur sempre meglio di niente)! Perché? Perché vengono percepite come inique. Questo comportamento, che va contro la teoria standard, ha portato allo sviluppo di modelli alternativi, come quello dell’“avversione all’ineguaglianza”, che tengono conto delle preferenze sociali: l’equità, il benessere del gruppo, la rabbia per l’ingiustizia.

Queste preferenze non nascono dal nulla: si basano su un principio fondamentale della nostra socialità, la reciprocità. A differenza dell’altruismo puro, che è incondizionato e mosso da motivazioni intrinseche, la reciprocità è condizionata: si coopera con l’aspettativa di una risposta equa.

Possiamo distinguere tra reciprocità “forte”, che coopera e punisce chi non lo fa anche a costo personale, e reciprocità “debole”, che si limita a cooperare con chi lo fa a sua volta. Questo tipo di comportamento è alla base di molte norme sociali non scritte, quelle che ci spingono ad aiutare, collaborare, rispettare i turni, e che aumentano il benessere del gruppo. Ma la reciprocità ha anche un lato più ambiguo: può sostenere la cooperazione in contesti positivi, ma anche rafforzare la coesione interna di gruppi criminali o meccanismi di vendetta. È una forza potente, e proprio per questo può essere usata in più direzioni.

Nel dilemma del prigioniero, questa dinamica diventa evidente: scegliere di non confessare – cioè cooperare con l’altro detenuto – può essere letto come un atto altruista, e in certi casi permette di raggiungere l’ottimo paretiano, il miglior esito possibile per entrambi, dove il puro autointeresse fallisce.

Anche sul fronte biologico, le cose sono meno nette di quanto sembrino. Lo stesso Dawkins, padre della teoria del “gene egoista”, ha chiarito che l’egoismo genetico non esclude comportamenti altruistici. Anzi, può promuoverli quando favoriscono la trasmissione delle copie dei propri geni, come nel caso dell’altruismo parentale. E nella versione iterata del dilemma del prigioniero applicata alla biologia evolutiva, le strategie cooperative come il “tit for tat” – collaborare finché l’altro lo fa – si dimostrano vincenti sul lungo termine.

Non è tutto: studi recenti su organismi microscopici come i batteri mostrano che anche tra i geni esistono forme di organizzazione cooperativa. Alcuni geni collaborano sistematicamente con altri per aumentare le probabilità di sopravvivenza e trasmissione, dando origine a vere e proprie “comunità genetiche” la cui stabilità è favorita dalla selezione naturale. Questo suggerisce che l’idea di cooperazione non è aliena al funzionamento della biologia, ma può coesistere con l’egoismo a un livello superiore, più complesso.

In definitiva, l’idea hobbesiana di una guerra di tutti contro tutti appare sempre meno adatta a spiegare l’evoluzione del comportamento umano. E anche in economia, una teoria fondata esclusivamente sull’interesse personale è incompleta se ignora la nostra natura relazionale, cooperativa, reciprocante.

Perché alla fine, collaborare non è solo giusto: spesso è anche intelligente.

Valerio Nicolosi

A proposito dell’egoismo, delle persone e degli Stati: cosa significa raccontare le frontiere, reali e simboliche? Ne ho parlato in una delle ultime puntate del podcast di Mondo Complesso con Valerio Nicolosi, giornalista, podcaster e regista che si occupa di rotte migratorie e Medio Oriente.

Domanda](https://www.instagram.com/p/DHjQInkouYr/)
(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

«Quanto gioca l’egoismo nelle scelte che facciamo?»

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Buona domenica e a presto,
Joe Casini

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