L’epidemia della solitudine
Ciao %FIRSTNAME%, rieccomi nella tua inbox con tanti spunti di riflessione – o almeno spero! Ma prima di iniziare, ti ricordo che il 22 luglio ci vediamo al Parco della Stelle a Roma insieme a Maria Cafagna e Francesco Marino. L’ingresso è gratuito, ma se ti prenoti qui il primo giro di birra lo offriamo noi!
E ora, cominciamo!
Un uomo entra in un ristorante e al posto di un cameriere, al bancone, trova solo una lunga fila di sacchetti marroni.
Non è un indovinello e neanche l’inizio di una barzelletta: l’uomo che entra al ristorante sono io, ma probabilmente è capitato anche a te. Perché i ristoranti sono sempre meno luoghi dove andare a mangiare e sempre più luoghi in cui viene cucinato il cibo che poi mangiamo a casa.
E che c’è di male, ti chiederai? Di primo acchito ti direi: nulla. Poi ho letto un articolo che mi ha fatto cambiare idea.

L’articolo in questione è The Anti-Social Century , scritto dal giornalista statunitense Derek Thompson e pubblicato sull’ Atlantic.
Thompson parte da un’intuizione semplice ma potente: l’intrattenimento, come il cibo, un tempo era una scusa per stare insieme. Oggi, invece, è diventato l’ennesima attività da consumare in solitudine, possibilmente senza doversi alzare dal divano.
E non si tratta solo di ristoranti o di Netflix. È un cambiamento più profondo, quasi strutturale. Negli Stati Uniti la quantità di tempo trascorso insieme ad altre persone è ai minimi storici da quando si registrano i dati (cioè dagli anni Sessanta). Tra il 2003 e il 2023, il tempo passato in compagnia è crollato del 20%. Per i giovani e gli uomini single, il calo supera il 35%.
Nel 2023, il Surgeon General degli Stati Uniti (una figura simile al nostro ministro della salute) ha dichiarato che la solitudine è un’epidemia. Le sue conseguenze per la salute? Paragonabili al fumo o all’obesità. Tanto che sia il Regno Unito che il Giappone hanno nominato un ministro per la solitudine.
È come se avessimo smesso di rispondere a quel richiamo biologico che, per millenni, ci ha spinto a cercare le altre persone. Le nostre abitudini (spostarci in auto, possedere case sempre più grandi e tecnologiche, guardare film in streaming, ordinare qualsiasi cosa dallo smartphone) stanno creando una nuova normalità. E il risultato, dice Thompson, è che stiamo vivendo una nuova epoca che lui chiama il “secolo anti-sociale”.
Un secolo dove la preferenza individuale per la comodità, moltiplicata su scala collettiva, sta riscrivendo non solo i nostri modi di vivere, ma anche la nostra identità. Ma non è sempre stato così.
Come ha spiegato Marta Ciccolari Micaldi (in arte, McMusa), nella sua newsletter Sogni Americani: “la solitudine è infatti una condizione che riguarda la modernità, ovvero la civiltà post-industriale , quella che nel passaggio dal Settecento all’Ottocento in Occidente vide sgretolarsi il modello sociale prevalente fino ad allora (aggregativo, collettivo, comunitario) e nascere quello moderno (nuclearizzato, privato, individuale). Certamente gli Stati Uniti, che diventarono una nazione proprio durante quel passaggio storico e dunque ne incarnarono sin dall’inizio i presupposti e i modelli, di questa struttura sociale moderna sono i capostipite. Così come sono la patria del capitalismo e dell’individualismo, due delle conseguenze più di larga scala di quel passaggio”.
E questo è vero per gli Stati Uniti ma anche, in scala minore, per l’Italia. Secondo i dati raccolti da Censis nel report “La tentazione del tralasciare”, solo il 15% degli italiani sente di appartenere pienamente a una comunità (al di là della propria famiglia). Più della metà dei giovani non si sente parte di una comunità e di questi 3 su 4 non ne sentono neanche la mancanza. E lo scarso senso di appartenenza a una comunità si sposa con la sensazione di contare poco nell’ambiente in cui si vive: vale per il 48% degli italiani e per il 60% dei giovani.
Oggi le nuove generazioni, sia in Italia che negli Usa, escono meno, hanno meno amici stretti, fanno meno gruppo. E forse, nel fondo, non è neppure una questione generazionale: è che ci siamo convinti che stare bene significhi stare comodi. E comodo, quasi sempre, vuol dire da sole e da soli.
Ma comodo non è sempre sinonimo di sano. Né di felice. E forse neanche di umano.

Facciamo una distinzione importante: solitudine e isolamento non sono la stessa cosa. L’isolamento è una condizione oggettiva, fisica. La solitudine è invece un’esperienza emotiva: sentirsi soli o sole anche in mezzo alla gente.
In questo senso, la nostra solitudine oggi è sempre più affollata. Nicholas Carr, che ha scritto un libro illuminante su come la tecnologia ha trasformato la connessione in disconnessione, dice che i confini tra folla e solitudine si sono sfumati. Prima si poteva essere pienamente presenti con gli amici e pienamente soli o sole durante una pausa. Adesso non siamo mai davvero da nessuna parte. Il tempo sociale è infestato dalla possibilità che altrove stia succedendo qualcosa di più interessante. Il tempo da soli e da sole, invece, è invaso da notifiche, feed, messaggi. Nessuna persona ci parla, ma tutte ci scrivono.
Questo non sarebbe neanche un problema, se non fosse che nel frattempo abbiamo perso qualcosa di più sottile, e forse più importante: le relazioni di mezzo. Quelle che non sono intime come la famiglia né ideologiche come la “tribù” con cui condividiamo valori e gusti. Sono le relazioni con chi ci vive accanto. I vicini. Le persone del quartiere. Quelle che un tempo incontravamo al mercato, o alla fermata dell’autobus. Quelle che, senza essere parte della nostra cerchia stretta, ci insegnavano una cosa fondamentale: la tolleranza.
È lì, in quel “villaggio”, che secondo Thompson, l’autore dell’articolo, si coltiva il senso di comunità. E invece lo stiamo abbandonando, senza accorgercene. Ci stiamo scollegando dal territorio, dai luoghi, dagli spazi dove potremmo essere semplicemente presenti, anche senza schermi tra noi e il mondo.
E questo, alla lunga, è un problema. Non solo per la salute mentale, ma per la democrazia. Perché quando perdiamo i legami deboli, quelli che ci espongono alla differenza, smettiamo anche di immaginare il bene comune. La cittadinanza diventa un fatto burocratico, non un’esperienza condivisa. La città, un insieme di case chiuse a chiave. Il voto, una fatica inutile.
Forse vale la pena pensarci, la prossima volta che qualcuno ci dà buca e proviamo un certo sollievo. O mentre apriamo l’app di delivery, felici di non dover parlare con nessuno. Stare da soli o da sole non è sbagliato. Ma se diventa l’unica opzione, rischia di diventare una gabbia. Silenziosa e comoda, ma pur sempre una gabbia.
(Clicca sull’immagine oppure qui per ascoltare la risposta)
Buona domenica e a presto,

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