La tragedia dei beni comuni
Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

Io mi chiamoJoe Casini , e questo è Mondo Complesso.
Per secoli, i banchi vicini all’isola di Terranova, in Canada, sono stati sinonimo di abbondanza. I pescatori raccontano di acque talmente piene di merluzzi che bastava calare le reti per riempirle.
Nel giro di pochi decenni, però, i merluzzi iniziarono a scarseggiare, fino al crollo definitivo: negli anni Novanta, il governo canadese proibì la pesca, ma era troppo tardi. Il danno era irreparabile : ancora oggi le popolazioni di merluzzo non si sono riprese. E forse non lo faranno mai.
Perché ti parlo di tutto questo oggi?
Perché questa triste storia di overfishing è, nel suo piccolo, un grande esempio di come funzionano i sistemi complessi. Dalla pesca all’acqua, passando anche per le risorse digitali: tutto quello che pensiamo sia nostro può scomparire, se iniziamo a declinare un semplice aggettivo dalla prima persona plurale (nostro) a quella singolare (mio).

La “tragedia dei beni comuni” descrive una dinamica in cui una risorsa condivisa viene sovrasfruttata fino al collasso perché ogni individuo agisce nel proprio interesse immediato, ignorando le conseguenze collettive.
L’ecologo Garrett Hardin, nel suo saggio The Tragedy of the Commons (1968), riprese un’idea già presente in Aristotele, secondo cui “ciò che è comune a molti riceve la minima attenzione”. Il problema nasce quando una risorsa è liberamente accessibile e nessuno ha incentivi a preservarla: il costo della sua degradazione è diffuso tra tutti, mentre i benefici dello sfruttamento sono immediati e individuali.
Secondo la teoria dei sistemi, questa dinamica segue uno schema preciso: inizialmente l’utilizzo della risorsa porta vantaggi diretti, incentivando sempre più persone a sfruttarla (loop di rinforzo). Man mano che la pressione aumenta, la risorsa si degrada, ma i singoli continuano a utilizzarla perché il danno è ancora percepito come lontano o gestibile. Quando gli effetti negativi diventano evidenti, il sistema è già compromesso (loop di bilanciamento negativo), e il recupero diventa difficile o impossibile anche perché si innesca nei singoli l’ansia di accaparrarsi anche le ultime risorse disponibili.
Hardin sosteneva che per evitare questo fallimento collettivo fosse necessario un meccanismo di regolazione condivisa, una coercizione reciproca , concordata da tutti, che limitasse l’accesso e garantisse la sostenibilità nel lungo periodo. Il punto cruciale è che le soluzioni non possono emergere a livello individuale: senza regole, il sistema è destinato al collasso.
Questa teoria è oggi più attuale che mai, con impatti che vanno dalla gestione delle risorse naturali al cambiamento climatico, fino alle grandi questioni economiche globali. Ma non solo.

Quando Garrett Hardin parlava di beni comuni nel 1968, si riferiva a risorse tangibili: foreste, pesci, acqua, aria. Risorse che, se sfruttate senza controllo, rischiano di esaurirsi. Oggi, però, esistono anche beni comuni digitali, altrettanto fondamentali e altrettanto vulnerabili. E se già fatichiamo a proteggere quelli fisici, figuriamoci quelli digitali.
Donata Columbro, in uno degli ultimi numeri della sua newsletter Ti Spiego il Dato , racconta un esempio concreto: “Immagina di aprire il rubinetto di casa, un giorno, e non vedere scorrere l’acqua. Non è un problema delle tue tubature, succede a tutto il quartiere, a tutta la città. Improvvisamente qualcuno ha deciso che l’accesso all’acqua potabile non è un diritto dovuto (…) Se questo fosse uno scenario reale, non credo resteremmo a lamentarci sui social. Ci ritroveremmo tutti, spero, per strada a protestare, sotto il municipio, la circoscrizione, gli uffici pubblici. Senz’acqua non si vive (…). E, in fondo, le nostre tasse, non servono anche a questo? A pagare questi servizi? E senza dati, si vive?”.
Perché è proprio questo che sta accadendo ai dati pubblici. Come spiega Columbro, negli Stati Uniti, migliaia di dataset governativi sono stati rimossi o resi inaccessibili, senza spiegazioni. Alcuni sono poi ricomparsi, ma nel frattempo informazioni vitali su clima, salute e diritti civili sono sparite.
Non si tratta solo di numeri: senza dati, si perde la possibilità di monitorare, denunciare, reagire. Se il cambiamento climatico è un problema, ma improvvisamente scompaiono i dati che lo documentano, come possiamo dimostrarlo?
L’esempio della tragedia dei beni comuni digitali mi offre un assist per osservare un fenomeno più ampio: la privatizzazione dei beni comuni, infatti, non è solo una teoria che spiega il funzionamento dei sistemi, ma diventa, in alcuni casi, un vero e proprio programma politico. E non c’è bisogno di scomodare Margaret Thatcher quando abbiamo le decisioni di Trump e Musk proprio sotto gli occhi.
La giornalista Anne Helen Petersen, nella sua newsletter The Culture Study, descrive con lucidità quel che sta succedendo: per decenni, la società americana ha accettato l’idea che alcuni beni e servizi—come l’istruzione pubblica, la ricerca scientifica, la sanità, le biblioteche, i parchi nazionali —dovessero essere finanziati con fondi pubblici, anche se non direttamente utili a tutti.
Poi qualcosa è cambiato. Politici e leader economici hanno capito che promettere meno tasse era una strategia vincente, e per farlo hanno iniziato a colpire proprio quei servizi pubblici che non garantivano un ritorno immediato.
Perché finanziare scuole pubbliche se non hai figli? Perché pagare per un parco che non visiti? Perché destinare fondi alla ricerca scientifica che non ha applicazioni industriali immediate?
Il risultato è un lento e deliberato smantellamento dell’infrastruttura pubblica, giustificato con il mantra dell’efficienza economica. Ma il fine ultimo è un altro: rendere i servizi pubblici sempre più scadenti, per svenderli al miglior offerente.
“Non pulire i bagni dei parchi nazionali è il punto. Non riempire automaticamente le prescrizioni per i veterani è il punto. Rendere i servizi pubblici inutilizzabili è il punto. Perché se qualcosa sembra disfunzionale, allora il pubblico sarà più incline a lasciarlo nelle mani di chi ne può fare un business”, spiega Petersen.
Scuole private al posto dell’istruzione pubblica. Assicurazioni sanitarie costose al posto della sanità accessibile. Parcheggi a pagamento dove prima c’erano spazi liberi. Anche la natura diventa un privilegio per pochi: foreste cedute a imprese edilizie, coste vendute a miliardari, interi ecosistemi sacrificati all’industria estrattiva.
Il sogno di chi guida questa trasformazione è chiaro: un mondo in cui non esistono più beni comuni, ma solo opportunità di profitto. Lo stesso sogno che, come abbiamo raccontato un paio di newsletter fa, non è per tutti: è di chi può permetterselo.

A proposito di beni comuni, ti consiglio di recuperare una delle puntate della terza stagione del podcast con Diletta Bellotti, attivista per la lotta alla crisi climatica con la quale ho parlato di giustizia climatica e del filo rosso che unisce cibo, lavoro e clima.
(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

«Quali beni comuni secondo te sono a rischio di collasso in questo momento? »
Buona domenica e a presto,

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