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Intelligenza, ricchezza e felicità: una storia complicata

Numero 86 · 20 aprile 2025

Concludiamo oggi questo dossier speciale sul tema dell'intelligenza, e lo facciamo provando a metterla in connessione con quella che forse è la massima aspirazione di ognuno di noi: la felicità!

Per farlo, parto dal [World Happiness Report 2025](https://data.worldhappiness.report/table) — uno dei tanti tentativi di fotografare la felicità nel mondo. In cima, ancora una volta, troviamo la Finlandia, seguita da Danimarca, Islanda e Svezia (l’Italia è invece al quarantesimo posto). 

Questa nuova classifica mi ha riportato alla mente una scena del documentario *HI! Human Intelligence* (che trovi su [Amazon Prime](https://www.primevideo.com/detail/0GB0ZI7UQME19H782S65JA00Z0/ref=atv_dp_share_cu_r)). Durante una ripresa alla London Interdisciplinary School, a un certo punto chiediamo: "Meglio essere intelligenti o felici?". Uno degli studenti risponde citando il paradosso di Easterlin. 

Un paradosso è un punto di partenza prezioso per capire meglio come si intrecciano tre aspetti fondamentali dell’esperienza umana: intelligenza, ricchezza e felicità.

Ne parliamo in questa terza newsletter del dossier, dopo aver esplorato l’origine dell’IQ e il divario tra evoluzione tecnologica e biologica. Perché, prima di chiederci se "meglio essere intelligenti o felici", forse dovremmo chiederci che cosa significhino davvero, oggi, queste due parole.

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Nel 1974, l’economista Richard Easterlin pubblicò [un articolo](https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/B9780122050503500087) destinato a cambiare il dibattito sul rapporto tra benessere e ricchezza. Analizzando dati provenienti dagli Stati Uniti, si accorse di un’anomalia: anche se il reddito medio del paese era cresciuto in modo significativo negli anni del dopoguerra, i livelli medi di felicità riportati dai cittadini erano rimasti praticamente invariati. Così nacque quello che oggi conosciamo come paradosso di Easterlin: l’idea che, oltre una certa soglia, l’aumento del reddito non porta con sé un corrispondente aumento della felicità.

Il paradosso, in estrema sintesi, dice che quando si è poveri l’aumento dei beni si traduce facilmente in benessere; ma superata una certa soglia di ricchezza, l’aumento del reddito non si traduce più in felicità. Easterlin aveva utilizzato dati basati su autovalutazioni soggettive, a partire dalla domanda: "presa la tua vita nel suo insieme, ti consideri: molto felice, abbastanza felice, infelice, molto infelice?". Non solo: confrontando Paesi ricchi e poveri, non emergevano differenze così nette come ci si sarebbe aspettati. Insomma, la crescita economica di per sé non bastava a spiegare cosa rende le persone soddisfatte della propria vita.

Ma come si spiega questo paradosso?

Una risposta arriva dalla psicologia comportamentale, in particolare dai lavori di Daniel Kahneman, che ha descritto [due dinamiche centrali](https://books.google.it/books?id=-wIXAwAAQBAJ&pg=PA302&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false): il "tapis roulant edonico" (*hedonic treadmill*) e il "tapis roulant delle aspirazioni" (*satisfaction treadmill*).

Il tapis roulant edonico si basa sulla teoria dell’adattamento: quando miglioriamo il nostro tenore di vita, proviamo un picco di piacere… che però svanisce rapidamente. Torniamo presto a un livello di felicità "base", determinato da fattori genetici, culturali, o semplicemente dalla nostra personalità. L’attenzione e la novità sono infatti esperienze per loro natura transitorie, e con esse svanisce anche l’extra-soddisfazione legata, ad esempio, all’acquisto di un’auto nuova.

Il tapis roulant delle aspirazioni funziona invece sul versante opposto: man mano che il nostro reddito aumenta, aumentano anche le nostre aspettative. Desideriamo di più, consumiamo di più, ma non ci sentiamo per questo più felici. Anzi: il rischio è quello di trovarsi sempre in corsa, come su un tapis roulant, dove per mantenere lo stesso livello di soddisfazione dobbiamo continuamente alzare l’asticella.

Questo meccanismo era già stato intuito da Thorstein Veblen a fine Ottocento, con la sua teoria del consumo vistoso: valutiamo ciò che possediamo non in termini assoluti, ma in relazione agli altri. Se il mio collega guadagna più di me, potrei sentirmi frustrato anche se il mio reddito è aumentato. 

Ma Easterlin non è stato il primo a voler misurare la felicità. Già nel 1965, lo psicologo sociale Hadley Cantril [aveva lanciato](https://www.treccani.it/enciclopedia/economia-e-felicita_%28XXI-Secolo%29/) un’idea che per molti economisti dell’epoca sembrava ingenua, se non provocatoria: costruire una scala di soddisfazione della vita e usarla per confrontare la felicità percepita in diversi Paesi del mondo, dalla Nigeria al Giappone. I suoi questionari chiedevano alle persone di immaginare una scala da 1 a 10 e collocarsi lì in base alla propria soddisfazione. Era il primo tentativo sistematico di portare la felicità dentro la ricerca sociale, anche se venne preso sul serio solo molti anni dopo.

Oggi, a distanza di cinquant’anni, quella provocazione iniziale è diventata una nuova area di studio interdisciplinare, che unisce economia, psicologia, sociologia, filosofia. È quella che ormai molti chiamano "scienza della felicità". I dati vengono raccolti attraverso indagini soggettive, come quelle del World Values Survey, e integrati in strumenti statistici nazionali: l’ISTAT, ad esempio, affianca oggi al PIL il BES, cioè il Benessere Equo e Sostenibile, che tiene conto di fattori come salute, ambiente, diritti, coesione sociale.

In questo senso, il paradosso di Easterlin non è solo un’anomalia statistica, ma l’inizio di una rivoluzione: quella che ci costringe a ripensare cosa voglia dire vivere bene. Perché se il reddito non basta a renderci felici, allora forse la felicità va cercata altrove. E misurata in modo diverso.

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Ma cosa c’entra tutto questo con l’intelligenza?

C’entra, eccome. Perché – come accennavamo all’inizio – le ricerche sul rapporto tra felicità, intelligenza e ricchezza sono affascinanti… e spesso contraddittorie.

Alcuni studi, come [quello di Ruth Karpinski](https://www.scientificamerican.com/article/bad-news-for-the-highly-intelligent/) su membri del Mensa (ovvero, dell’associazione internazionale di cui può fare parte solo il 2% della popolazione mondiale con il più alto quoziente intellettivo al mondo), indicano una correlazione tra QI elevato e maggiori vulnerabilità psicologiche: il 27% ha riportato disturbi dell’umore, contro il 10% della popolazione generale. 

Secondo un’altra teoria, quella dell’"hyper brain/hyper body", le persone molto intelligenti tenderebbero a una maggiore intensità emotiva e a una sovraanalisi costante, che può aumentare stress e insoddisfazione.

Al contrario, [uno studio](https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22998852/) condotto su circa 7.000 persone ha rilevato che chi ha un QI tra 120 e 129 è, in media, più felice rispetto a chi ha punteggi più bassi (tra 70 e 99). Il motivo? Le persone con un QI più elevato tendono a godere di migliori condizioni economiche, di salute e accesso a risorse – tutte variabili che influenzano fortemente la felicità percepita.

E proprio qui si apre il nodo più interessante: forse non è tanto l’intelligenza a determinare la felicità, ma il contesto in cui l’intelligenza può – o non può – esprimersi.

Quello che invece emerge con chiarezza è il legame tra povertà e infelicità. Come spiegano [Seth Pollak e John Gabrieli](https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.1522683112), non è la mancanza di intelligenza a causare la povertà, ma il contrario: la povertà ostacola lo sviluppo delle capacità cognitive. Le differenze nella struttura corticale possono spiegare dal 15 al 44% del gap scolastico tra adolescenti poveri e ricchi.

Non è la mancanza di intelligenza a generare povertà, insomma: è la povertà a limitare l’intelligenza.

In questo senso, nel documentario Isa Borrelli accenna a un tema cruciale: il capitalismo culturale. Un concetto che ha le sue radici nella teoria del capitale culturale formulata da Pierre Bourdieu in *La distinzione. Critica sociale del gusto* (1979). Per Bourdieu, oltre al capitale economico, ciascun individuo dispone di un capitale culturale, ovvero di un insieme di risorse simboliche – competenze, linguaggi, conoscenze – che si trasmettono all’interno della famiglia e che determinano in larga parte il successo scolastico e professionale.

Un esempio concreto? Immagina due bambini della stessa età. Uno cresce in una famiglia in cui si leggono libri e si va al museo. L’altro cresce in un ambiente in cui mancano questi stimoli, non per disinteresse, ma per condizioni di tempo, denaro o accesso. A scuola, il primo bambino sarà subito riconosciuto come "intelligente", perché parla il "linguaggio della scuola". Il secondo, pur avendo le stesse potenzialità, potrebbe essere visto come in difficoltà, disattento, poco brillante. Non perché lo sia davvero, ma perché il suo capitale culturale è meno compatibile con quello richiesto dal sistema educativo.

Ecco perché parlare di intelligenza senza considerare le condizioni sociali e culturali rischia di rafforzare stereotipi, invece che scioglierli. 

Ora, dopo aver messo in discussione l’idea che basti il reddito per essere felici — o il QI per essere intelligenti — arriva il momento di cambiare prospettiva.

Perché spesso, come ci ha detto uno dei ragazzi che abbiamo incontrato durante le riprese del documentario, "raggiungi la felicità quando riesci a esprimere la tua forma di intelligenza al meglio". 

Una frase semplice, ma potente, che parla di autenticità, di possibilità, di libertà. E anche di tutto il suo contrario: della mancanza di opportunità che impedisce a queste parole di diventare realtà per tante, troppe persone.

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[![]](https://www.youtube.com/watch?v=wpzSYyqCm58&list=PLD6GyyCquorx10Mcp_VXag4pkmU85oER6&index=5&t=9s)

(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

![Image](https://content.app-us1.com/cdn-cgi/image/format=auto,onerror=redirect,width=650,dpr=2,fit=scale-down/N2NVD/2025/01/25/66045bd0-df57-4c82-9dd1-5de62b104c39.png)

**«Hai mai sentito un rapporto tra la tua intelligenza e la felicità?»**

[RISPONDI IN ANONIMO](https://ngl.link/joecasini)

Buona domenica e a presto,

![Image](https://content.app-us1.com/cdn-cgi/image/format=auto,onerror=redirect,width=650,dpr=2,fit=scale-down/N2NVD/2023/02/24/2498bd3b-7cfc-4bd5-b798-4b44d20cae02.jpeg?r=1084200239)
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