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In difesa della “soddisfacenza”

Numero 116 · 26 luglio 2026

Quante volte hai cambiato idea, anche nell’arco di poche ore, su cosa guardare, mangiare o comprare, senza alla fine scegliere niente?

Per dirla con una pubblicità di una volta, forse è questa l’essenza del “logorio della vita moderna”. E la scienza lo conferma.

Nel 2006, un economista calcolò che le opzioni disponibili ai cittadini delle economie moderne superavano quelle delle società preindustriali di cento milioni.

Da allora, i social media hanno amplificato il fenomeno, trasformando ogni scelta in un confronto permanente con le versioni ottimizzate della vita di altre persone. E ora l’intelligenza artificiale promette di aiutarci a decidere meglio: più dati, più opzioni, più possibilità di trovare quella giusta.

Ma siamo sicuri che il problema sia non avere abbastanza opzioni? In questa newsletter facciamo un breve percorso alla scoperta di come prendiamo le decisioni (e di cosa possiamo fare per prenderle meglio).

Approfondimento

Per capire come siamo arrivati fin qui, bisogna partire da un personaggio immaginario: l’homo economicus.

Il concetto nasce nel XIX secolo con John Stuart Mill e riguarda un individuo ideale capace di prendere decisioni perfettamente razionali per massimizzare il proprio vantaggio, con il minimo sforzo e il minimo sacrificio. Non fu Mill a coniare il termine: fu inventato dai suoi critici, come accusa. L’idea che gli esseri umani agissero sempre e solo nel proprio interesse sembrava dipingere un’umanità cinica e fredda, una società in cui ognuno pensa esclusivamente per sé. Eppure il modello attecchì. Per decenni, l’homo economicus rimase il fondamento implicito di buona parte del pensiero economico occidentale: un essere che valuta tutte le opzioni disponibili, calcola costi e benefici e sceglie sempre l’alternativa ottimale.

Fu solo nel Novecento che le certezze sull’homo economicus iniziarono seriamente a vacillare. John Maynard Keynes e altri economisti cominciarono ad argomentare che gli esseri umani sono fondamentalmente irrazionali: prendono decisioni senza avere tutte le informazioni necessarie, si fanno influenzare dalle emozioni e spesso agiscono contro il proprio stesso interesse. L’economia, insomma, non poteva continuare a ignorare la psicologia. Ma fu un processo lento: per gran parte del Novecento, le due discipline procedettero separate, diffidenti l’una dell’altra.

Il momento di svolta arrivò nel 1979, quando Daniel Kahneman e Amos Tversky pubblicarono un paper destinato a cambiare la storia. Studiando come le persone percepiscono e valutano il rischio, i due ricercatori scoprirono qualcosa di sistematico e controintuitivo: la paura di perdere qualcosa pesa circa il doppio rispetto al piacere di guadagnarne altrettanto. Se si offre a qualcuno la scelta tra perdere 500 euro (opzione A) oppure di lanciare una monetina per decidere se perderne mille oppure zero (opzione B) — una scelta che, in termini puramente statistici, è assolutamente equivalente — la maggioranza delle persone preferiranno rischiare di perdere di più (opzione B) piuttosto che avere una perdita certa (opzione A). Non perché siano stupide o irrazionali in senso assoluto, ma perché il dolore della perdita è percepito in modo sproporzionato rispetto al piacere del guadagno. Da quel paper nacque l’economia comportamentale: la disciplina che studia come gli esseri umani decidono davvero, non come dovrebbero decidere in teoria. Kahneman avrebbe vinto il Nobel per l’economia nel 2002 (Tversky era morto nel 1996, altrimenti lo avrebbe vinto con lui).

L’economia comportamentale ha smontato pezzo per pezzo il mito dell’homo economicus. Ha dimostrato che siamo sistematicamente influenzati da come le opzioni ci vengono presentate, che tendiamo a dare più peso alle informazioni recenti, che siamo vulnerabili al confronto sociale, che la quantità di scelte disponibili può paralizzarci invece di liberarci.

Ma già nel 1955 (ventiquattro anni prima di Kahneman e Tversky, quasi un secolo dopo Mill), uno scienziato aveva proposto un modello diverso. Più modesto, forse. Ma che, nell’era dell’abbondanza infinita in cui viviamo, vale la pena riscoprire.

Yes, but

Herbert Simon è stato uno scienziato fuori dall’ordinario: pioniere dell’intelligenza artificiale e della psicologia cognitiva, ma anche vincitore del Nobel per l’economia. Ma quello che lo rende davvero interessante era il modo in cui viveva. Portava sempre la stessa marca di calzini, per non dover scegliere colore o stile ogni mattina. Possedeva un basco nero alla volta, acquistato sempre nello stesso negozio. Secondo sua figlia Katherine, sosteneva che nella vita servissero solo tre set di vestiti: “uno addosso, uno in lavatrice, uno nell’armadio pronto da mettere”. Faceva sempre la stessa colazione (fiocchi d’avena, mezzo pompelmo, caffè) e visse nella stessa casa per quarantasei anni. Era una scelta deliberata: liberandosi dalle piccole decisioni quotidiane, guadagnava più attenzione per le persone e il lavoro che contavano davvero.

Nel 1955, quando l’homo economicus era ancora il modello dominante, Simon propose un’idea radicalmente diversa, che chiamò “bounded rationality”, razionalità limitata. La sua teoria era che, nella maggior parte delle decisioni, gli esseri umani non sono in grado di valutare tutte le opzioni disponibili. Ce ne sono troppe, le informazioni sono incomplete e le nostre menti non sono fatte per valutarle tutte. Di conseguenza, consideriamo un numero limitato di alternative, scegliamo quella abbastanza buona e andiamo avanti con la nostra vita.

Per descrivere il limite strutturale di qualsiasi processo decisionale, Simon usò la metafora delle forbici. Una lama rappresenta la capacità mentale dell’essere umano, l’altra le condizioni ambientali in cui prende le decisioni. Guardare una sola lama non spiega come le forbici tagliano: bisogna guardare entrambe insieme. In altre parole, non si può capire come decidiamo senza considerare sia i nostri limiti cognitivi sia il contesto in cui operiamo.

Da questa osservazione nacque il concetto di satisficing, un termine che Simon coniò fondendo satisfy e suffice, soddisfare e bastare. La “soddisfacenza” non è rassegnazione né mediocrità: è il riconoscimento di ciò che “va abbastanza bene per me” e della sua legittimità di fronte alla ricerca ossessiva del meglio assoluto.

Poco dopo la morte di Simon, nel 2002, un team di ricercatori costruì una scala per misurare dove ciascuno di noi si colloca nello spettro tra i massimizzatori (chi non si ferma finché non ha trovato l’opzione ottimale) e chi segue il principio della “soddisfacenza”. Scoprirono che chi tende a massimizzare risulta mediamente meno soddisfatto delle proprie decisioni e della propria vita, più incline al rimpianto, più portato al confronto continuo con gli altri. I “soddisfacenti”, al contrario, non hanno necessariamente standard più bassi: hanno uno standard diverso. Ed è proprio questo che li rende capaci di sentirsi soddisfatti di ciò che hanno scelto, invece di essere ossessionati da ciò che non hanno scelto.

I vantaggi di questo approccio sono concreti. La razionalità limitata ci permette di prendere decisioni rapide senza dover analizzare ogni informazione disponibile. Ci rende anche adattabili: in situazioni nuove, le nostre scorciatoie mentali ci permettono di orientarci con informazioni incomplete, senza aspettare la certezza che non arriverà mai. E in certi casi, ci aiuta persino a prendere decisioni più etiche (quelle in cui seguire la logica pura sarebbe dannoso per altre persone).

Nell’era dell’abbondanza infinita, dove l’algoritmo ottimizza tutto e le opzioni si moltiplicano senza sosta, la “soddisfacenza” non è un limite da superare: è forse l’unica strategia sensata che abbiamo.

Podcast

A proposito del rapporto tra decisioni e algoritmi, ti consiglio di recuperare la puntata del podcast di Mondo Complesso che ho registrato con il teologo Paolo Benanti: insieme parliamo di intelligenza artificiale, etica e di quali sono le domande che l’AI ci spinge a fare sul nostro essere umani.

Social

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