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Il Paese abbandonato

Numero 38 · 18 giugno 2023

Quando d’estate guido tra il nord e il sud della Sardegna per rilassarmi e raggiungere il luogo delle vacanze, rimango sempre colpito da una cosa. Gli enormi spazi vuoti. Ovunque lungo le strade ci sono campi verdi o gialli e distese di terra incolta. In Sardegna succede quasi dappertutto al di fuori delle città, ma non è una questione solo sarda.

Negli ultimi dieci o quindici anni l’Italia ha perso milioni di ettari di terre coltivate. Cioè letteralmente aree che prima venivano coltivate e che ora sono lasciate abbandonate e incolte. Significa che produciamo sempre di meno , che ci curiamo sempre meno della fertilità della terra e che lasciamo ampi spazi allo sviluppo di eventuali incendi.

Come sempre c’è più di un motivo dietro al problema e anche il futuro di questi campi è incerto, ma c’è una cosa che è ben delineata: tutto ciò ha a che fare col cambiamento climatico e con le trasformazioni del territorio, ed è qualcosa con cui dobbiamo assolutamente iniziare a fare i conti prima che sia troppo tardi.

Nel 2020 il geografo Marco Varotto ha pubblicato un libro intitolato “Montagne di mezzo”, nel quale si propone una sorta di rivisitazione delle montagne italiane, che nell’ultimo secolo sono passate dall’essere simbolo della guerra all’invasore prima e della resistenza partigiana poi per diventare infine luogo per le vacanze invernali dei più ricchi. Vacanze invernali peraltro sempre meno sostenibili, specie se parliamo degli sci.

Sciare infatti è tra le attività sportive meno sostenibili in assoluto. In primis costruire impianti di risalita significa distruggere le montagne e disboscare i versanti , e in secundis laddove non c’è abbastanza neve, essa viene prodotta artificialmente impiegando enormi quantità di acqua, solitamente presa dai torrenti di alta quota.

Tra i temi più caldi del libro però c’è proprio l’abbandono dei campi , iniziato in Italia soprattutto con la grande industrializzazione delle città del nord, tra cui Milano, Torino e Mestre, diventate all’improvviso grandi poli attrattori di contadini. Ma in effetti c’è di più. L’abbandono delle terre infatti è continuato anche quando la grande onda industriale italiana è passata. E continua anche oggi, nonostante si senta spesso sui giornali la narrazione per cui molti giovani italiani starebbero tornando alla terra.

In realtà secondo i dati del governo italiano già nel 2005 avevamo perso ben due milioni di ettari rispetto al 1990 e l’abbandono delle terre è proseguito senza sosta fino ad oggi.

I motivi sono molteplici, soprattutto ambientali ed economici. Ma si tratta di un tema che riguarda tutta Europa, affrontato timidamente ma continuamente dall’Unione Europea e dalle conseguenze incerte in termini ambientali. Secondo una grande analisi condotta dall’Università di Copenaghen, esistono due scuole di pensiero quando si parla del trattamento degli ecosistemi in seguito all’abbandono delle terre. Una muove dal metodo del restauro passivo del paesaggio o del “rewilding” che consiste nel favorire il ritorno alla dimensione selvaggia della natura tramite la riduzione dell’intervento umano sul paesaggio per favorire il ritorno di animali spesso spariti dalle terre coltivate.

La seconda alternativa invece consta nell’investimento su coltivazioni a impatto minimo, dunque più sostenibili delle monocolture intensive e ad “alto valore agricolo”. Il vantaggio in questo caso è che questo tipo di colture sono capaci di assicurare la conservazione della biodiversità, il mantenimento degli habitat, la benefica influenza sulle competizioni e la riduzione del rischio d’incendio seppur si tratti di territori meno ampi.

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Una prospettiva utile da utilizzare quando pensiamo agli effetti che hanno i fenomeni complessi è quella temporale, ovvero provare a dividere le diverse conseguenze (ad esempio quelle sociali, economiche e ambientali) in base all’orizzonte temporale nel quale presumibilmente si verificheranno (breve, medio e lungo termine). Questo perché le modalità di intervento cambiano sensibilmente quanto più volgiamo il nostro sguardo nel futuro, sia perché le possibili conseguenze diventano più aleatorie, sia perché aumenta l’interdipendenza dei fenomeni che di conseguenza necessitano anche una maggiore complessità nelle soluzioni che adotteremo.

Ma cosa succede nei terreni che vengono abbandonati? E perché sono così rilevanti? Si potrebbe pensare che finiscano nelle mani di palazzinari affamati di soldi e cemento, e talvolta è in effetti così. Però questo succede più che altro nelle zone pianeggianti e prive di ostacoli naturali, che però sono meno di un quarto del territorio nazionale.

In realtà ciò che avviene con più frequenza è che i terreni finiscano incolti. Questo è un problema molto serio in termini di perdita di biodiversità agricola e anche perché così facendo si riduce la capacità agricola del paese nonché la coltivazione non industriale di prodotti che potrebbero sparire dalle nostre tavole e dalla nostra cultura. Ovviamente c’è anche un effetto positivo, soprattutto legato al ritorno della flora e fauna selvatica al posto di monocolture intensive. Tuttavia allo stesso tempo viene anche lasciato più spazio allo svilupparsi di incendi boschivi, che come sappiamo da anni affliggono l’Italia.

Insomma, si tratta di una questione complessa per molti motivi. Anzitutto, trattandosi di ambiente parliamo di un argomento multilivello che intacca aspetti variegati della nostra vita tra cui il cibo, il PIL, l’ambiente ma anche il lavoro, la cementificazione e il consumo di suolo. Inoltre, l’abbandono delle terre ha molto a che fare con la progressiva morte di una parte importante della cultura italiana, che per secoli si è forgiata intorno al sapere contadino e alla cultura agricola.

Perdere il contatto con la terra infatti non significa solo lasciare spazio a incendi e palazzinari, ma anche far sì che la parte dell’intelligenza umana e sociale legata al rapporto coi campi e con la natura venga progressivamente meno. Insomma, è una questione di terre, di soldi, di lavoro, ma anche di rapporti umani, di cultura, di società e di intelligenza individuale e collettiva. Eppure non se ne sente parlare mai.

Nell’ultimo periodo mi sono occupato molto di ambiente e di argomenti correlati. Tra i vari lavori, in una delle ultime puntate del podcast ho parlato con Nicolas Lozito, tra i principali giornalisti ambientali d’Italia e autore della bellissima newsletter Il colore verde.

Nicolas ha parlato di terra ma anche di industria, di greenwashing e soprattutto del rapporto che c’è tra l’informazione e l’editoria italiana e la trattazione di tematiche ambientali. Spoiler: ci sono un sacco di cose che non vanno e ancora un sacco di lavoro culturale da fare

Oltre che con Nicolas, ho parlato di ambiente e complessità anche in un post su Instagram, in particolare delle conseguenze nascoste della crisi climatica:

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Buona domenica e a presto,

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