Il gioco dell'ultimatum
Due persone, una somma di denaro, e una scelta apparentemente banale. Nel 2001, un gruppo di antropologi ha provato a fare questo esperimento in quindici piccole società diverse: l’hanno soprannominato “il gioco dell’ultimatum”.
Il primo giocatore riceve una cifra e deve decidere quanto offrirne al secondo. Se l’offerta viene accettata, tutti ricevono la somma concordata; se viene rifiutata, entrambi rimangono a mani vuote.
L’ipotesi era semplice: se gli esseri umani fossero guidati solo dall’interesse personale, il primo avrebbe offerto il minimo indispensabile e il secondo avrebbe accettato qualsiasi cifra. E invece no: quasi sempre le offerte non scendevano sotto il 25%, e in alcuni gruppi (come nel caso dei popoli indeigeni Aché del Paraguay o i Lamalera in Indonesia) superavano addirittura la metà.
Questo piccolo esperimento ci racconta qualcosa di potente: la tensione tra competizione e collaborazione è nel nostro DNA: un equilibrio fragile tra interesse personale e cura nei confronti di altre persone che è anche il tema della newsletter di oggi.
Approfondimento
Immagina una comunità di cacciatori-raccoglitori nella Siberia del XIX secolo: la sopravvivenza non dipende solo dalla forza individuale, ma dalla capacità di aiutarsi a vicenda. Il filosofo russo Pyotr Kropotkin, osservando animali e persone in ambienti ostili, descrive nel saggio *Il mutuo appoggio *(1902) come la collaborazione sia una strategia essenziale per resistere ai predatori, ai rischi naturali e alla violenza. In sostanza, per Kropotkin, l’interdipendenza è una regola biologica, non un optional.
Ma se guardiamo a Darwin, la storia assume un’altra forma. Nel saggio L’origine dell’uomo e la selezione sessuale (1871) l’evoluzione appare come una lotta costante: sopravvivere e riprodursi significa competere, sfruttare ogni vantaggio e puntare all’interesse personale. Se Kropotkin vede la cooperazione come chiave della vita, Darwin ci ricorda che la selezione naturale e sessuale premia chi lotta per sé e per la propria discendenza. Gentilezza e morale, da questa prospettiva, non sono che effetti collaterali della strategia evolutiva: illusioni utili ma secondarie.
Negli ultimi decenni, però, gli studi antropologici e psicologici hanno spostato l’attenzione di nuovo verso la cooperazione. La nostra specie domina il pianeta non solo per la forza fisica o la competizione individuale, ma perché siamo in grado di collaborare in modi sofisticati: condividiamo informazioni, trasmettiamo competenze, costruiamo culture complesse e istituzioni che moltiplicano le capacità di ciascuno. Cresciamo imparando le regole dei gruppi, sviluppiamo fiducia reciproca, regoliamo comportamenti e conflitti in modo da creare comunità sicure e coese.
In questo andirivieni, la ricerca è arrivata a una conclusione complessa: siamo equipaggiati per competere e collaborare, spesso nello stesso momento, e possediamo la capacità di mascherare la competizione o di sfruttare situazioni a nostro vantaggio quando possiamo farlo senza rischi.
Un esempio? Un concetto interessante, chiamato “moral credentialing”, secondo il quale se ci autopercepiamo come persone buone, possiamo giustificare azioni discutibili senza sentirci in colpa. Alcuni esperimenti dimostrano infatti che gli studenti che dichiarano di essere onesti prima di un test sono più propensi a barare, mentre le aziende che firmano dichiarazioni pubbliche di responsabilità sociale possono violare regole ambientali o lavorative, senza sentirsi in conflitto con i propri valori.
YES, BUT
Anziché vedere cooperazione e competizione come opposti netti, esistono paradigmi che ci aiutano a capire come questi due poli convivano costantemente nelle nostre vite.
L’idea della “super-cooperation”, ad esempio, prende spunto dalle ricerche sui piccoli gruppi umani: non cooperiamo per il bene astratto della specie, come diceva Kropotkin, ma perché all’interno dei gruppi la nostra sopravvivenza e il nostro benessere dipendono dagli altri. Le relazioni reciproche (aiutare chi ha bisogno, ricevere aiuto quando le nostre risorse sono insufficienti) sono fondamentali. Sono queste dinamiche che hanno permesso alle comunità umane di prosperare in ambienti ostili, costruendo fiducia, norme condivise e un senso di responsabilità collettiva.
Allo stesso tempo, però, la cooperazione non è mai pura: gli individui trovano sempre modi per aggirare le regole, nascondere la competizione o sfruttare chi si fida troppo. Anche nei gruppi più piccoli e apparentemente egalitari, emerge dominio, gerarchie implicite, favoritismi. La cooperazione, insomma, è qualcosa che la vita sociale deve rendere possibile e sostenibile, non qualcosa di scontato.
In parallelo, il concetto di coopetition, nato dalla teoria dei giochi e poi applicato alla strategia aziendale, mostra come la competizione e la collaborazione possano coesistere in modi creativi e produttivi. Due aziende possono lavorare insieme per sviluppare uno standard tecnologico o condividere risorse di ricerca, pur continuando a sfidarsi sul mercato finale. Allo stesso modo, all’interno di una stessa organizzazione, team diversi possono collaborare a progetti comuni mentre competono per budget, visibilità o influenza. È un equilibrio delicato: la tensione tra cooperare e competere diventa una risorsa strategica, un modo per generare innovazione e apprendimento senza rinunciare agli interessi individuali.
Insomma, cooperazione e competizione non sono mondi separati, ma dimensioni che si intrecciano continuamente nelle nostre vite: comprendere come navigare questa tensione è forse più importante che scegliere “da che parte stare”. Tu che ne pensi?
Podcast:
Cosa succede quando applichiamo la tensione tra collaborazione e competizione agli strumenti di intelligenza artificiale? Ne ho parlato in una delle puntate dell’ultima stagione del podcast di Mondo Complesso con il fumettista Lorenzo Ceccotti: puoi recuperare la puntata qui.
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