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Il caso Altman parla di noi

Numero 109 · 19 aprile 2026

Lo scorso 10 aprile, nel quartiere di Pacific Heights a San Francisco, un uomo di vent’anni ha lanciato una bomba molotov contro il cancello della casa di Sam Altman, cofondatore e CEO di OpenAI, l’azienda di intelligenza artificiale nota per il chatbot ChatGPT.

Poco dopo, lo stesso uomo è stato arrestato davanti alla sede di OpenAI mentre cercava di sfondare le porte in vetro con una sedia e minacciava di incendiare l’edificio.

Qualche giorno prima, in Indiana, qualcuno aveva sparato contro la casa di un consigliere comunale colpevole di aver sostenuto un progetto per un data center.

Due episodi diversi, un filo comune.

Quando un tema diventa abbastanza grande, tocca paure profonde - il lavoro, il potere, il futuro, il controllo sulle proprie vite e su quelle degli altri. Nessun dibattito, neanche quelli relativi ai temi tecnologici, si svolge solo su un piano “razionale”. Ogni volta che ci confrontiamo, ci confrontiamo sulle nostre identità, sulle nostre paure, sulle nostre aspirazioni e sui nostri valori.

Allo stesso modo, il caso Altman non riguarda solo l’intelligenza artificiale. Ci parla di come conviviamo con ciò che non controlliamo senza cedere alla fretta, alla polarizzazione e alla tentazione di trasformare tutto in una guerra tra buoni e cattivi.

APPROFONDIMENTO

L’attacco ad Altman e alla sede di OpenAI è arrivato a qualche giorno dall’uscita di un lungo e durissimo profilo del New Yorker, che rimette al centro una domanda rimasta sospesa da tempo: chi dovrebbe avere il potere di guidare una tecnologia che promette di cambiare tutto?

L’articolo ricostruisce il caos del novembre 2023, quando Altman venne licenziato dal consiglio di amministrazione e reintegrato meno di cinque giorni dopo. Secondo l’inchiesta, alcuni membri del consiglio avevano raccolto documenti interni per dimostrare che il CEO non fosse trasparente su decisioni strategiche e protocolli di sicurezza.

Il nodo, però, non era solo personale: era strutturale.

OpenAI è nata come organizzazione non profit con l’obiettivo di sviluppare l’AI nell’interesse dell’umanità. Nel frattempo, però, è diventata una delle aziende più potenti al mondo: capitali enormi, rapporti con governi, influenza crescente su lavoro, sicurezza e infrastrutture.

Da una parte la missione originaria. Dall’altra la corsa al potere. Nel mezzo, Altman.

Nella lettera che ha pubblicato sul suo sito, uno dei passaggi che mi ha colpito di più è quando Altman si definisce “una persona imperfetta al centro di una situazione estremamente complessa”. Nessuno è così ingenuo da non pensare che dietro a lettere di questo genere ci siano tanti interessi che si muovono, ma al tempo stesso nessuno è così accanito da non poter concedere la buona fede leggendole.

Ma ciò che più conta, al di là della vicenda personale, sono gli argomenti che vengono posti sul tavolo. Altman ammette errori, soprattutto nell’aver evitato conflitti che poi sono esplosi. Ma soprattutto insiste su tre punti.

Primo: l’AI cambierà tutto, ed è normale averne paura.

Secondo: un potere così grande non può restare concentrato in poche aziende.

Terzo: servono processi democratici, anche se lenti e disordinati.

Che Sam Altman oggi parli apertamente della necessità di affidare il futuro dell’AI ai processi democratici è, secondo me, il segnale più interessante, soprattutto guardando al contesto statunitense.

Secondo il V-Dem Institute dell’Università di Göteborg, uno dei centri più autorevoli al mondo sullo stato delle democrazie, gli Stati Uniti stanno vivendo il più grave arretramento democratico della loro storia moderna. Il Paese, sostengono i ricercatori, ha perso lo status di democrazia liberale ed è entrato in una fase di rapida autocratizzazione.

Per questo le parole di Altman contano. Non perché arrivino da un “santo laico” della tecnologia, ma perché ricordano una cosa semplice: quando il futuro sembra incerto, la tentazione dell’uomo forte cresce sempre. Difendere procedure condivise, anche imperfette, è già una forma di speranza.

Non solo: viviamo in un’epoca che premia la velocità. Decisioni rapide, iterazioni continue, risultati immediati. Ma quando in gioco ci sono diritti, lavoro, sicurezza, conoscenza, il processo non è burocrazia inutile. La lentezza, in questi casi, non è inefficienza: è il costo necessario della complessità.

Altman sembra riconoscere proprio questo: meglio una decisione più lenta ma legittimata da regole condivise, che una scorciatoia rapida presa da pochi attori privati.

C’è poi un altro punto implicito nella sua lettera che voglio sottolineare: la necessità di abbassare la temperatura del dibattito.

Quando un tema diventa identitario, infatti, smette di essere discusso e inizia a essere “tifato”. È un meccanismo studiato da decenni: come abbiamo raccontato nel dossier dedicato alla polarizzazione, già nel 1969 gli psicologi Serge Moscovici e Marisa Zavalloni mostrarono che, discutendo in gruppo, le persone tendono a spostarsi verso posizioni più estreme nella direzione già dominante. Succede in politica, certo, ma succede anche con l’AI. Da una parte gli entusiasti: salverà il mondo. Dall’altra i catastrofisti: lo distruggerà. In mezzo, sempre meno spazio per il ragionamento. De-polarizzare non significa annacquare i conflitti o fingere che tutte le opinioni si equivalgano: significa creare condizioni in cui il confronto sia, ancora, possibile.

YES BUT

Come dicevo, lungi da me idealizzare Sam Altman o prendere la sua lettera come un manifesto disinteressato: il tono è calibrato, il tempismo perfetto, e in alcuni passaggi somiglia più a un’operazione reputazionale che a una confessione spontanea.

Esistono, infatti, alcuni aspetti critici rispetto a ciò che dice. Come ha segnalato Casey Newton, giornalista esperto in tecnologia nella sua newsletter Platformer, Altman invoca processi democratici, leggi condivise, regole costruite insieme. Ed è, in teoria, una posizione sensata: quando le persone sentono di poter incidere attraverso il voto e le istituzioni, è meno probabile che cerchino scorciatoie rabbiose o violente.

Il problema è cosa succede nella pratica. Negli ultimi anni, OpenAI ha contrastato diversi tentativi di regolazione: in California, in Europa, in altri stati americani. Nulla di illegale, certo. Anche questo è “parte del processo democratico”.

Ma è qui che emerge la contraddizione del nostro tempo: chiedere regole in pubblico e lavorare per indebolirle in privato.

È una dinamica più ampia di OpenAI, certo: le aziende invocano governance quando serve legittimazione, la contestano quando limita davvero il loro raggio d’azione.

Ed è forse proprio questo che alimenta la sfiducia. Non solo la paura della tecnologia, ma il sospetto che chi la costruisce chieda fiducia senza voler accettare fino in fondo il controllo collettivo.

Forse è questo il punto.

Non abbiamo bisogno di scegliere tra entusiasmo cieco e rifiuto totale, tra tifoserie opposte che trasformano ogni innovazione in una guerra di religione. Abbiamo bisogno di qualcosa di più difficile.

Ovvero, la capacità di tenere insieme due verità nello stesso momento: che l’AI può aprire possibilità enormi, e che proprio per questo va governata con regole serie, trasparenti, condivise.

Che ne pensi?

PODCAST

Se non l’hai ancora fatto, ti invito ad ascoltare la puntata del podcast di Mondo Complesso registrata insieme a Walter Quattrociocchi, professore di Computer Science all’Università Sapienza di Roma e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society (CDCS), dove si occupa di sviluppare modelli matematici e strumenti computazionali innovativi per capire, prevedere e controllare fenomeni complessi come, tra le altre cose, la disinformazione, la polarizzazione e le teorie del complotto.

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