E se i soldi “scadessero”?
Bandiere che bruciano, statue che crollano, ritratti di leader dati alle fiamme. Se ci fai caso, durante la maggior parte delle rivolte c’è un simbolo che non viene mai toccato: i soldi.
Quante immagini hai visto di rivoluzionari che bruciano dei dollari in segno di protesta? A quanto pare la nostra specie riesce ad avere opinioni diverse su qualsiasi cosa ma non sui soldi, l’unico culto che attraversa ideologie, confini e rivolte. L’unico simbolo su cui, nel bene e nel male, sembriamo tutti e tutte d’accordo.
Ma il denaro è davvero così intoccabile?
Esiste un’alternativa ai soldi (o, meglio, ai sistemi monetari e di scambio che oggi diamo per scontati)?
È da questa domanda che parte il secondo numero del nostro dossier sul capitalismo (puoi recuperare la prima uscita qui).

Qualche settimana fa ho letto un articolo su Noema intitolato “What if money expired?”: una domanda semplice, ma potentissima. I soldi, infatti, non sono sempre esistiti, e la loro forma attuale è il risultato di una lunga evoluzione storica fatta di rituali, invenzioni e colpi di genio.
Prima del denaro per come lo conosciamo oggi, le persone scambiavano beni direttamente. Il problema era la cosiddetta “doppia coincidenza dei desideri ”: per barattare il mio grano con la tua carne, tu devi volere il grano e io la carne nello stesso momento. Risultato? Un sistema rigido, inefficiente e difficile da scalare.
Per ovviare a questo limite, molte culture hanno sviluppato forme rituali di scambio di valore (i matrimoni, ad esempio) oppure oggetti molto diversi: conchiglie, denti di capodoglio, bestiame. Questi oggetti assolvevano due delle tre funzioni fondamentali dei soldi:
- Fornivano un modo standardizzato per misurare e confrontare il valore dei beni.
- Potevano essere accumulati oggi e spesi domani.
Mancava però la terza funzione, quella che avrebbe rivoluzionato i sistemi economici: Essere un elemento neutro , universalmente accettato, che facilita gli scambi senza bisogno che due desideri coincidano perfettamente.
La svolta arriva intorno al 600 a.C., con il regno di Lidia (nell’attuale Turchia), che introduce le prime monete, capaci di svolgere tutte e tre le funzioni. Da lì l’idea si diffonde in Grecia, dove anche nelle agorà si inizia a commerciare con le monete. Nel 995, nella provincia cinese del Sichuan, fanno la loro comparsa le banconote : ricevute che i mercanti di Chengdu emettevano in cambio di pesanti monete di ferro. Più leggera e facile da trasportare, la carta favorisce il commercio su lunghe distanze.
Oggi, dei circa 149 trilioni di dollari di ricchezza totale degli Stati Uniti, solo 2,34 trilioni sono “soldi veri” fisici. Il resto è fatto di depositi bancari, asset finanziari e promesse, una sorta di “materia oscura” dell’economia: invisibile, ma indispensabile.
Più di un secolo fa, però, qualcuno immaginò un sistema completamente diverso. Silvio Gesell, imprenditore tedesco autodidatta e visionario, propose un’idea radicale: il denaro che scade. Secondo lui, la moneta tradizionale era un pessimo mezzo di scambio proprio perché durava troppo a lungo: può essere accumulata o ritirata dal mercato nei momenti di crisi. “Solo una moneta che marcisce come le patate o arrugginisce come il ferro può funzionare davvero ”, scriveva nel 1915 nel suo libro L’ordine economico naturale.
Gesell inventò così il Freigeld , “moneta libera”: banconote con 52 caselle settimanali sul retro, su cui il possessore doveva incollare un francobollo per mantenerne il valore.
Alla fine dell’anno, la banconota si era deprezzata del 5,2%, una sorta di tassa di stazionamento che incoraggiava la circolazione rapida. Le banche avrebbero pagato i francobolli per i depositi, incentivandole a prestare denaro anziché tenerlo fermo. In questo sistema, i tassi di interesse tenderebbero a zero, e il denaro diventerebbe uno strumento puro di scambio, non di accumulazione.
Molti lo considerarono un eretico anarchico, ma alcuni economisti di peso presero sul serio le sue idee. Nella Teoria generale , Keynes dedicò cinque pagine a Gesell, definendolo “un profeta strano e ingiustamente trascurato”, e scrisse: “Credo che il futuro imparerà più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx ”. Purtroppo, non è andata così.

Nel 1930, poco dopo la morte di Gesell, un imprenditore tedesco proprietario di una miniera di carbone inattiva vicino in Baviera, tentò invano di ottenere un prestito da una banca per riavviare l’attività. Si rivolse allora alla Wära Exchange Association, un gruppo che applicava le idee di Gesell, e ottenne 50.000 Wära, una moneta equivalente a 50.000 marchi, ma con una “data di scadenza”. I minatori, disoccupati da mesi, accettarono di lavorare per quella valuta alternativa. Con la Wära si compravano cibo, vestiti e beni dai magazzini locali, e la moneta, che perdeva valore dell’1% al mese, iniziò a circolare velocemente. L’esperimento funzionò : l’economia locale riprese vita. Ma proprio per questo, le banche e il governo centrale si allarmarono: la Reichsbank bandì la Wära, ponendo fine all’esperimento.
Due anni dopo, nel 1932, accadde qualcosa di simile a Wörgl, in Austria. Il sindaco socialista, ispirato da Gesell, introdusse i Work Certificates , moneta locale che si deprezzava dell’1% al mese. Pagò cittadini disoccupati per costruire ponti, sistemare strade e installare illuminazione pubblica. In un anno, i certificati passarono di mano 463 volte, generando beni e servizi per quasi 15 milioni di scellini: un miracolo economico locale. Ma anche qui, la Banca Centrale austriaca intervenne: nel 1933 la Corte Suprema proibì la circolazione dei certificati , decretando la fine dell’esperimento.
Negli stessi anni, esperimenti simili comparvero negli Stati Uniti e in Canada, soprattutto durante la Grande Depressione, ma erano iniziative locali, temporanee e fragili di fronte alle grandi istituzioni monetarie. Persino Irving Fisher, celebre economista e “umile studente di Gesell”, provò (invano) a convincere Roosevelt a introdurre un sistema simile.
Oggi, alcuni economisti tornano a interrogarsi su questi temi. David Andolfatto, ex vicepresidente della Federal Reserve di St. Louis, ha sottolineato che una moneta a scadenza potrebbe avere effetti positivi in tempi di crisi. Durante la pandemia, i “relief checks” americani sono stati in gran parte risparmiati, non spesi, rallentando la ripresa: è il paradosso del risparmio. In teoria, se quei sussidi avessero avuto una data di scadenza, avrebbero incentivato la spesa immediata. Ma, avverte Andolfatto, questo avrebbe colpito soprattutto le persone più povere, che non avrebbero potuto accumulare riserve per periodi di incertezza.
Altri economisti sono più scettici. Willem Buiter, ex capo economista globale di Citigroup, sottolinea che la teoria di Gesell non risolve il problema fondamentale della preferenza per la liquidità. Se la moneta perde valore, i ricchi sposteranno semplicemente la loro ricchezza in altri asset (oro, immobili, yacht) convertendoli in denaro solo quando serve. E lo stesso Keynes definì la moneta a scadenza una “mezza teoria”: utile per capire la circolazione, ma incapace di sostituire interamente le funzioni della moneta tradizionale.
Eppure, il vero lascito di Gesell potrebbe non essere pratico, ma concettuale. Ci ricorda che le regole del denaro non sono scolpite nella pietra : sono costruzioni collettive, plasmate dalla nostra immaginazione e dai nostri valori. “L’ordine economico in cui gli uomini prosperano”, scriveva Gesell, “è l’ordine economico più naturale”. Sta a noi capire se quello attuale lo sia davvero o se possiamo immaginarne uno diverso.

A proposito di soldi: in questa puntata del podcast di Mondo Complesso, la presidente di Banca Etica Anna Fasano spiega in che modo la finanza come sistema può smettere di alimentare guerre e criminalità e diventare un valore aggiunto per la comunità.
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