Dossier Previsione 3/3 - Cigno nero
L’era del cigno grigio
Nel maggio del 2016, il giornalista Leonid Bershidsky scrive per Bloomberg un articolo che, col senno di poi, è invecchiato piuttosto male. La tesi: eventi come la Brexit o la vittoria di Trump sono “cigni neri”, ovvero fatti improbabili anche se non impossibili, e gli opinionisti farebbero bene a ragionarci meglio su prima di darli già per sicuri. Pochi mesi dopo, sappiamo tutte e tutti cosa è successo.
Quasi dieci anni dopo, sembra di vivere nell’era del cigno nero permanente. Il 2026 è iniziato con Trump che ordina il sequestro di Maduro, è proseguito con i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran e chissà cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi.
Eppure siamo anche nell’era della prevedibilità per eccellenza, quella delle AI e dei modelli di linguaggio che abbiamo esplorato nei numeri precedenti. Come si tengono insieme queste due cose? È la domanda con cui chiudiamo oggi questo dossier sulla prevedibilità.
Approfondimento
Nel II secolo d.C., il poeta romano Giovenale scrisse una frase celebre: rara avis in terris nigroque simillima cygno, ovvero “uccello raro sulla terra, quasi come un cigno nero”. I Romani non avevano mai visto un cigno nero, e quindi la sua esistenza era, per definizione, fuori dal campo del possibile. L’espressione entrò nel lessico inglese del Cinquecento come sinonimo di ciò che non può esistere e rimase in uso per secoli come metafora dell’assurdo. Poi, nel 1697, i navigatori olandesi guidati da Willem de Vlamingh arrivarono nell’Australia occidentale e i cigni neri li trovarono per davvero.
È su questa storia che lo studioso di origine libanese Nassim Nicholas Taleb costruisce la sua teoria, pubblicata nel 2007 nel saggio Il cigno nero. Un “cigno nero”, per Taleb, ha tre caratteristiche precise:
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è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, perché niente nel passato può indicarne in modo plausibile la possibilità;
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ha un impatto enorme, capace di ridisegnare scenari interi;
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dopo che si è verificato, la natura umana ci spinge a costruire giustificazioni a posteriori per renderlo spiegabile e prevedibile.
“Immaginate, alla vigilia degli eventi del 1914, quanto poco la vostra comprensione del mondo vi avrebbe aiutato a indovinare cosa sarebbe successo. Che ne dite dell’ascesa di Hitler e della successiva guerra? E della precipitosa morte del blocco sovietico? O il sorgere del fondamentalismo islamico? Avreste previsto la diffusione di Internet? O il crollo del mercato del 1987?”, chiede Taleb nel suo libro.
A questi si potrebbero aggiungere altri esempi più recenti: la pandemia da Covid-19, l’invasione dell’Ucraina, il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Tutti eventi che, all’inizio, sembravano improbabili o direttamente impossibili.
Ma il contributo più originale di Taleb non è la catalogazione degli imprevisti della storia: è la critica al modo in cui siamo abituati a costruire modelli del mondo. Il problema, dice, è strutturale: tendiamo a escludere lo straordinario e a concentrarci sul normale, a costruire le nostre aspettative a partire da ciò che accade tutti i giorni, a cercare conferme invece di eccezioni.
È un errore che Taleb chiama “il problema dell’induzione”: lo stesso errore di Giovenale che, avendo visto mille cigni bianchi, conclude che tutti i cigni siano bianchi.
“Se volete avere un’idea del temperamento, dell’etica e dell’eleganza di un amico, dovete guardarlo durante circostanze estreme, non sotto il regolare bagliore roseo della vita quotidiana. Possiamo valutare quanto è pericoloso un criminale esaminando solo ciò che fa in un giorno qualunque? Possiamo capire la salute senza considerare le malattie e le epidemie?”, chiede Taleb.
La risposta, ovviamente, è no. Ciò che è ordinario, insiste lo studioso, è spesso irrilevante. Quasi tutto nella vita sociale è prodotto da rari shock e salti. Eppure quasi tutti gli studi si concentrano su ciò che è percepito come “normale”.
YES BUT
Vedo, però, un problema con la teoria del cigno nero, un aspetto che vale la pena esplorare: il cigno nero non è uguale per tutti e tutte.
Nel 2015, Bill Gates salì su di un palco per fare un TEDTalk e affermò che la minaccia più grande per l’umanità non era una guerra nucleare, ma un virus. Descrisse nel dettaglio come una pandemia avrebbe potuto diffondersi, quante persone avrebbe potuto uccidere, quanto impreparati fossimo ad affrontarla. Cinque anni dopo, il Covid-19 arrivò esattamente come aveva descritto. Per la maggior parte del mondo fu un cigno nero. Per Gates (e per molti epidemiologi, virologi e analisti del rischio che avevano studiato il problema), non lo era affatto.
Il cigno nero, in altre parole, è soggettivo. Non è una cosa rara in assoluto: è la cosa che tu, con i modelli e le informazioni che hai a disposizione, non riesci a prevedere. Chi aveva gli strumenti giusti, i dati giusti, le domande giuste, lo riusciva immaginare come possibile. Chi non li aveva, no.
Ma esiste una distorsione opposta, altrettanto pericolosa: il complottismo. Se il cigno nero esiste davvero, se ci sono eventi enormi e imprevisti che ridisegnano la storia, allora diventa facile (anzi, allettante) vedere cigni neri ovunque. Ogni evento inspiegabile diventa la prova dell’esistenza di un piano nascosto, ogni coincidenza diventa una cospirazione. Il complottismo è, in fondo, una risposta emotivamente comprensibile all’imprevedibilità del mondo: se qualcuno sapeva, se qualcuno ha orchestrato tutto, allora il caos non è davvero caos. È solo un ordine che non riusciamo, vogliamo o possiamo capire.
Il problema, in fondo, non è l’evento raro in sé: è la nostra capacità, o incapacità, di immaginarlo prima che accada. E quella capacità dipende da quali informazioni abbiamo, da quali voci abbiamo ascoltato, da quali passati abbiamo studiato. Un modello addestrato su database sbilanciati non solo non vede certi cigni neri: non ha nemmeno le categorie per immaginarli.
Per questo, mi piace pensare che siamo entrati nell’era del cigno grigio: non l’imprevisto assoluto, ma l’evento che potremmo vedere arrivare, se solo guardassimo nel posto giusto, con gli strumenti giusti, ascoltando più persone, diverse tra loro. Non è invisibile per natura, lo è per scelta, per pigrizia, per limite dei modelli che usiamo. Molti dei conflitti che oggi ci sembrano essere scoppiati all’improvviso, infatti, erano cigni grigi da anni.
Con questo numero chiudiamo il dossier sulla previsione. Nel primo numero abbiamo visto come funzionano i modelli e a cosa servono. Nel secondo, come i modelli di linguaggio ereditino e amplifichino l’egemonia culturale di chi quei testi li ha scritti. In questo terzo, come anche il concetto di imprevedibilità sia tutt’altro che neutro.
Tre uscite per ragionare su una cosa sola: prevedere il futuro è sempre un atto politico, perché dipende da chi ha avuto il potere di scrivere il passato. E da chi, oggi, ha gli strumenti migliori per leggerlo.
Podcast
A proposito di scenari internazionali (im)prevedibili: insieme a Leila Belhadj Mohamed, giornalista e autrice di podcast, in questo episodio del podcast di Mondo Complesso parliamo dei limiti e delle possibilità della geopolitica, dell’influenza crescente delle aziende tech sulla politica (e viceversa) e del valore del multipolarismo e di quello del diritto internazionale.
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