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Dossier Oblio 1/3 - Diritto all'oblio

Numero 118 · 27 settembre 2026

Titolo: Ti ricordi?

John Anderson, psicologo cognitivo alla Carnegie-Mellon University, sente la stessa frase da anni, più volte di quante vorrebbe.

Ogni volta che partecipa a incontri con persone che si occupano di intelligenza artificiale e si parla di prendere la memoria umana come modello, arriva sempre la stessa obiezione: “Beh, certo, non vorremmo che il nostro sistema fosse inaffidabile come la memoria umana”.

Questa frase riacchiude, forse, l’essenza del nostro rapporto con la memoria: un archivio difettoso, uno strumento che tradisce proprio quando ne abbiamo più bisogno. Un problema da risolvere invece di una caratteristica da preservare.

Ma se il vero problema non fosse che dimentichiamo troppo, ma che, per la prima volta nella storia, stiamo smettendo di farlo?

Con questo numero apriamo un nuovo dossier dedicato all’oblio. Su cosa significa ricordare e dimenticare, su chi ha avuto, nel corso della storia, il potere di decidere cosa conservare e cosa lasciar andare e su cosa sta cambiando ora che la memoria è diventata digitale e, almeno in apparenza, permanente e infinita.

Approfondimento

Per la maggior parte della storia, la memoria è stata l’unico archivio del sapere disponibile. Prima dell’invenzione della stampa, i libri erano oggetti rari, custoditi nei monasteri. Gli studiosi non li compravano: viaggiavano per consultarli. Le persone non avevano biblioteche private. Ricordare non era una competenza personale utile o curiosa, ma il meccanismo attraverso cui la conoscenza umana sopravviveva e si trasmetteva.

Per questo, gli esseri umani hanno costruito nel tempo tecniche elaborate per ricordare storie, eventi, personaggi (un esempio sono i “palazzi della memoria”, strutture mentali immaginarie in cui collocare informazioni associate a immagini vivide). Gli episodi della Bibbia venivano rappresentati nelle chiese su vetrate, pareti e sculture, non solo per devozione, ma perché quelle immagini servivano da supporto alla memoria collettiva. Anche la conoscenza tecnica veniva tramandata spesso attraverso simboli e rituali. Come scrive la storica Elizabeth Eisenstein nel suo The Printing Press as an Agent of Change, le formule metriche come le rime non erano accessori, ma strumenti di conservazione.

Chiunque abbia giocato al telefono senza fili sa, però, che ogni passaggio di mano introduce una piccola distorsione e che le distorsioni si accumulano nel tempo. La conoscenza tramandata oralmente o attraverso copie manoscritte si trasformava, si corrompeva, si perdeva. Per questo i testi più antichi erano i più preziosi: erano più vicini all’originale. E per questo la trasmissione del sapere era affidata a cerchie ristrette di iniziati, addestrati non solo nelle tecniche ma anche nei “misteri” che le circondavano: l’opacità era una forma di protezione.

Gutenberg cambiò tutto questo. Con l’invenzione della stampa, le parole e le immagini diventarono riproducibili e fisse. Non più interpretazioni individuali plasmate dalla memoria di chi le trasmetteva, ma oggetti stabili, identici a se stessi in migliaia di copie. La conoscenza, da quel momento in poi, poteva essere cercata, consultata, verificata. Come osserva Eisenstein, questo trasformò radicalmente la natura della memoria collettiva: “Man mano che l’apprendimento attraverso la lettura acquisiva nuova importanza, il ruolo degli aiuti mnemonici diminuiva.”

La stampa democratizzò l’accesso al sapere, ma fece qualcosa di ancora più radicale: spostò il potere di decidere cosa conservare. Prima, quel potere apparteneva a chi custodiva i testi, ovvero il clero, i sovrani, le élite. Con la stampa, quel potere sfuggì al controllo di pochi.

Ma la memoria umana, nel frattempo, non è migliorata. Anzi, liberata dalla necessità evolutiva di ricordare tutto, ha continuato a fare quello che ha sempre fatto; selezionare, distorcere, dimenticare. Daniel Schacter, nel suo libro The Seven Sins of Memory individua quali sono i sette “peccati della memoria”: la transienza, ovvero il naturale sbiadire dei ricordi nel tempo; la distrazione, quando le informazioni non vengono mai propriamente codificate; il blocco, il frustrante “ce l’ho sulla punta della lingua”; l’attribuzione errata, quando ricordiamo qualcosa di sbagliato o addirittura un ricordo che non è nemmeno nostro; la suggestionabilità, ovvero la tendenza ad incorporare informazioni esterne nei propri ricordi; i bias, ossia l’influenza che le nostre convinzioni presenti esercitano su come ricordiamo il passato e infine la persistenza, cioè l’impossibilità di lasciare andare certi ricordi.

Il punto, però, è che il cervello umano non è un archivio: è un sistema di sopravvivenza. Prioritizza le informazioni usate di frequente, quelle recenti, quelle che potrebbero tornare utili. Se ricordassimo tutto con precisione fotografica, saremmo paralizzati dall’eccesso di informazioni. Dimenticare non è l’eccezione: è la regola.

Oggi, però, tutto questo sta cambiando, di nuovo. Perché per la prima volta, stiamo costruendo sistemi che non dimenticano niente. In teoria.

YES, BUT

C’è una tentazione, arrivati a questo punto, di concludere che la memoria digitale abbia risolto il problema antico della fragilità della memoria umana. Che finalmente, dopo secoli, abbiamo trovato un archivio ancora più affidabile dei libri. Ma le cose sono più complicate (e più interessanti) di così.

Il dibattito sulla memoria digitale si divide, in sostanza, in due fronti opposti. Il primo sostiene che nell’era digitale il dimenticare non esiste più: siamo costantemente minacciati dalla possibilità che il passato riemerga involontariamente, che qualcosa che vorremmo lasciare indietro torni a galla con un semplice risultato di ricerca. È da questa preoccupazione che nasce il “diritto all’oblio”: nel 2014, accogliendo un ricorso presentato dalla Spagna, la Corte di giustizia dell’Unione Europea stabilì che i cittadini europei hanno il diritto di richiedere la rimozione di informazioni “non adatte, irrilevanti o non più rilevanti” dai risultati dei motori di ricerca.

Il secondo fronte sostiene il contrario: che la memoria digitale, lungi dall’essere l’utopia della memoria perfetta, sia in realtà fragile, vulnerabile, effimera. Rispetto a un libro (un medium rimasto sostanzialmente invariato per secoli, che ci permette di leggere opere prodotte migliaia di anni fa), la vita media di un contenuto digitale è brevissima. I link si “rompono”, i dispositivi diventano obsoleti, i formati cambiano, le piattaforme chiudono. I primi critici di internet, a metà degli anni Novanta, avvertivano che stavamo forse entrando in una “età oscura” in cui i documenti non sarebbero stati preservati. Non avevano tutti i torti.

La paradossale verità è che viviamo simultaneamente nell’era della memoria eccessiva e della memoria fragilissima. Troppo di ciò che vorremmo dimenticare persiste. Troppo di ciò che vorremmo conservare scompare.

Forse è arrivato quindi il momento di accettare che la memoria, in qualsiasi forma, non è mai stata un archivio: è sempre stata una ricostruzione. È qui che entra la metafora più bella che ho trovato su questo tema: la “sindrome di Saffo”. Saffo, la poetessa greca del VII secolo a.C., è una delle voci più celebri dell’antichità, eppure della sua opera ci sono rimasti solo frammenti, descrizioni fatte da altri, commenti su commenti. Quello che conosciamo di lei è in gran parte una reinvenzione collettiva costruita sui suoi resti.

E non è forse questo quello che la memoria collettiva ha sempre fatto? Reinventare il passato a partire dai suoi frammenti e dalle narrazioni che altri hanno costruito su di esso. La memoria digitale non è diversa, è solo più veloce, più visibile, e più consapevole di sé. Invece di cercare di renderla perfetta, forse dovremmo imparare a usarla per quello che è. Non un archivio immutabile, ma una storia in continua riscrittura.

Podcast

La memoria, umana o digitale, si nutre di storie. Per questo, oggi ti consiglio di recuperare questo episodio dell’ultima stagione del podcast di Mondo Complesso che ho registrato con lo sceneggiatore Alessio De Santa: insieme riflettiamo sul senso dello storytelling nell’era dell’intelligenza artificiale e su come le storie costruiscano senso e identità nella nostra società.

Social

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