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Dimmi qual è il tuo stile di attaccamento e ti dirò chi sei

Numero 80 · 26 gennaio 2025

Immagina di essere un bambino o una bambina di un anno e di entrare in una stanza che non conosci, ma che è piena di giocattoli.

Accanto a te c’è tua madre, una presenza rassicurante che osservi mentre decidi se fidarti di questa nuova situazione. Inizi a muovere i primi passi verso i giocattoli.

Poi, qualcosa cambia. Nella stanza entra una persona sconosciuta. Ti guarda, sorride, magari cerca di attirare la tua attenzione. Prima che tu possa davvero capire cosa sta succedendo, tua madre esce dalla stanza, lasciandoti lì, con lo sconosciuto.

Cosa fai?
Ti fidi dello sconosciuto e continui a giocare?
Oppure senti un nodo allo stomaco e ti fermi, sperando che la mamma torni presto?
E quando torna, come reagisci?

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Quella che hai appena immaginato è la tua reazione alla “Strange Situation ”, un esperimento ideato da Mary Ainsworth negli anni Settanta per studiare come i bambini piccoli (di solito intorno ai 12-18 mesi) reagiscono alla separazione e al ricongiungimento con la loro figura di accudimento principale.

Considerato uno dei metodi più famosi per analizzare l’attaccamento, questo esperimento ci permette di studiare i legami profondi che formiamo fin dalla prima infanzia e che influenzano il nostro modo di relazionarci con il mondo.

L’attaccamento, infatti, è uno dei concetti chiave per comprendere i nostri modelli operativi interni , ovvero le rappresentazioni mentali che sviluppiamo nel corso della vita su chi siamo, su come gli altri si comportano nei nostri confronti e su come funziona il mondo.

In altre parole, i modelli operativi interni sono come mappe mentali che guidano il nostro modo di percepire e interagire con gli altri, mentre i modi in cui mostriamo l’attaccamento (i cosiddetti “stili di attaccamento ”) ne sono l’espressione comportamentale osservabile.

Questo concetto è stato approfondito e reso centrale dallo psicologo, medico e psicoanalista britannico John Bowlby. Tra il 1964 e il 1979, infatti, Bowlby dedicò anni alla stesura della sua imponente trilogia: Attaccamento (1969), Separazione (1973) e Perdita (1980). In queste opere, Bowlby esplora come i legami di attaccamento influenzino profondamente la nostra capacità di gestire l’assenza, la perdita e il ricongiungimento.

Prima di elaborare la sua teoria sui modelli operativi interni, Bowlby trovò ispirazione in alcuni studi pionieristici sul comportamento degli animali, come la scoperta dell’imprinting da parte di Lorenz nel 1957. In quel periodo, infatti, Lorenz scoprì che gli anatroccoli appena nati seguono il primo oggetto in movimento che vedono, indipendentemente dal fatto che fornisca cibo o calore.

Il famoso esperimento del “guanto giallo ”, in cui gli anatroccoli seguivano un guanto giallo in movimento come se fosse la loro madre, dimostrò che il legame non si basa solo sulla soddisfazione dei bisogni primari, ma anche su una predisposizione innata a cercare una figura di riferimento.

Un altro tassello importante arrivò dagli esperimenti di Harlow e Zimmerman (1959) con i macachi Rhesus. In questi studi, i piccoli macachi erano allevati con due sostituti materni: uno in metallo, dotato di un dispenser di cibo, e uno in tessuto morbido, privo di cibo. Quando si sentivano in pericolo, i piccoli preferivano rifugiarsi nella “madre” di stoffa, privilegiando il conforto del contatto fisico rispetto al nutrimento. Questo risultato suggerì che il bisogno di vicinanza e sicurezza è un aspetto centrale del legame di attaccamento.

Questi studi aiutarono Bowlby a intuire che l’attaccamento non è solo una risposta a bisogni materiali come il cibo , ma una componente essenziale della nostra natura, volta a garantire protezione e sicurezza.

Gli studi sull’attaccamento di Bowlby hanno poi ispirato un’intera generazione di ricercatori, a partire da Mary Ainsworth, che negli anni ’70 e ’80 ha portato avanti un’analisi approfondita delle differenze individuali nei legami di attaccamento. Ainsworth, attraverso l’osservazione delle interazioni tra madri e bambini, ha identificato tre stili principali di attaccamento : sicuro (B), insicuro evitante (A) e insicuro ambivalente (C).

Tuttavia, con il progredire degli studi, altri ricercatori hanno evidenziato che alcuni bambini non rientravano in queste categorie. Main e Solomon (1986, 1990) hanno introdotto una quarta categoria: l’attaccamento disorganizzato/disorientato (D), caratterizzato da comportamenti contraddittori e confusi nei confronti della figura di accudimento. Crittenden (1988) ha invece descritto uno stile misto, l’attaccamento evitante/ambivalente (A/C), che combina elementi dei due stili insicuri.

Questi approfondimenti hanno permesso di ampliare la comprensione dell’attaccamento non solo nelle relazioni primarie genitore-bambino, ma anche nelle dinamiche adulte, come quelle di coppia.

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Da qualche decennio, emergono sempre più prove a sostegno dell’idea che un attaccamento insicuro possa rappresentare un fattore di rischio importante per lo sviluppo di vari disturbi psicologici. In alcuni casi, come per i disturbi d’ansia o i disturbi borderline di personalità, sono state identificate relazioni significative tra modelli di attaccamento insicuro e l’insorgenza di questi problemi.

Tuttavia, ad oggi, non è stata individuata alcuna correlazione diretta e certa tra un particolare stile di attaccamento e specifiche entità diagnostiche.

Lo dico con chiarezza perché negli ultimi tempi ho notato un fenomeno interessante, che probabilmente avrai osservato anche tu: sui social, e in particolare su TikTok, si parla sempre più spesso in termini psicologici. Questo non è necessariamente un male – anzi, la maggiore consapevolezza verso temi come l’attaccamento, il trauma e il benessere mentale è un segnale positivo dell’attenzione che stiamo finalmente riservando alla salute psicologica, soprattutto dopo l’impatto della pandemia.

Ma c’è un rovescio della medaglia. Video con l’hashtag #attachmentstyle hanno accumulato ben 58,7 milioni di visualizzazioni su TikTok, dimostrando quanto questo tema sia diventato popolare, ma anche quanto rischi di essere trattato con superficialità.

È un trend che riflette un fenomeno più ampio, come spiega Beatrice Petrella su siamomine: “lo “spirito di TikTok” ha contribuito a rendere ogni cosa una reazione a un trauma, tanto che alcuni utenti hanno cominciato a chiamare questa situazione trauma cult, cioè quella sottocultura che etichetta tutte le nostre reazioni come una trauma response. Difficoltà a prendere piccole decisioni? Possibile risposta al trauma. Prepararsi troppo, analizzare troppo, essere all’altezza? Tutte possibili risposte al trauma. Essere perfezionisti? Indovinato, anche questa è una possibile risposta al trauma.

Questo però non significa che ogni volta che viviamo una situazione difficile siamo effettivamente traumatizzati. Il problema di internet è che spesso tratta con la stessa gravità situazioni che non hanno nulla in comune. Così facendo, ironicamente, la cultura del trauma dumping ci ha portato a essere sempre meno empatici con il mondo che ci circonda ”.

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A proposito di social network:hai già sentito la puntata del podcast di Mondo Complesso che ho registrato con lo scrittore Francesco Marino? Insieme abbiamo parlato di come Twitter, TikTok e altre piattaforme si siano evolute negli ultimi anni (e di come potrebbero farlo in futuro).

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(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

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«Cosa ne pensi della divulgazione scientifica sui social network?»

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Buona domenica e a presto,
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