Davanti all’AI scappi o resti?
L’intelligenza artificiale è un tema che mi appassiona ormai da diversi anni, e chi di voi segue questa newsletter da più tempo sa già dei piccoli e grandi esperimenti che ho fatto nel tempo, sia professionali che personali (come ad esempio quella volta in cui ho agganciato una delle prime versioni di GPT al mio database di libri)!
Uno dei motivi per cui l’AI mi appassiona così tanto è che ci sono tantissime prospettive e intersezioni che possiamo esplorare. Ad esempio, di recente ho scritto la postfazione del libro Smart Leadership Canvas. Come guidare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale con cuore e cervello di Filippo Poletti e Alberto Ferraris, in cui io (insieme a tanti altri autori e top manager italiani) facciamo una riflessione su come un utilizzo sempre più pervasivo dell’IA nei processi aziendali cambierà la leadership.
👋🏽 (Piccola nota a margine: se ti interessa questo tema il 6 dicembre a Roma presentiamo il libro e ne parliamo, se vuoi venire prenotati qui!)
Scrivere di AI mi ha inoltre permesso di riflettere sul modo in cui parliamo di AI: per metafore negative, spaventose , dimenticandoci che anche le metafore possono avere un fortissimo impatto su come percepiamo le cose.
E, soprattutto, su come reagiamo a esse.

Il primo a studiare il modo in cui gli animali (inclusi gli esseri umani) reagiscono a un evento percepito come pericoloso per sé stessi o per i loro cari è stato il fisiologo statunitense Walter Cannon.
È lui il padre della teoria del fight or flight , il meccanismo psicofisico che ci porta appunto a scappare davanti al pericolo o a fuggire.
A prescindere dalla nostra reazione, gli effetti che ha questo meccanismo sono gli stessi: di fronte al pericolo, l’amigdala, una delle parti del nostro cervello, innesca in maniera involontaria il rilascio di cortisolo e adrenalina, che a loro volta si traducono in una serie di reazioni fisiche che facilitano un’azione muscolare violenta e improvvisa (per l’appunto combattere o scappare, che sono le due principali reazioni che abbiamo).
Esiste poi un terzo meccanismo, noto come congelamento (freezing), il cui funzionamento si deve invece alla sostanza grigia periacqueduttale, una porzione di materia grigia che, una volta percepito il pericolo, a sua volta attiva la piramide, una parte del cervelletto, che blocca il corpo.
Perché ti racconto tutto questo?
Perché mi sembra che le nostre reazioni davanti al ‘pericolo’ dell’AI siano molto simili.
E non sono l’unico: nel suo libro The Confidence Map: Charting a Path from Chaos to Clarity , l’esperto in economia comportamentale Peter Atwater, spiega infatti che questi meccanismi istintivi possono prodursi anche in azienda di fronte a cambiamenti drastici o fonti di stress molto grandi.


Quella che vedi è una delle slide che ho utilizzato durante il TedX che ho fatto a Parma il mese scorso , e fa riferimento alla “teoria dei tre cervelli”. Questa teoria in breve dice che il nostro cervello è composto da tre “sottosistemi” nati in periodi diversi del nostro sviluppo come specie e che pertanto rispondono anche a sfide evolutive diverse. Come vedi, i meccanismi di “attacco o fuga” vengono gestiti dal cervello più antico, che non a caso è anche quello più vicino alla colonna vertebrale dovendo comunque il più rapidamente possibile con i nervi spinali e quindi i muscoli necessari a scappare o combattere! Un altro aspetto affascinante è osservare come i “tre cervelli” siano comuni alle altre specie animali nella misura in cui questi sono a noi vicini nella nostra linea evolutiva. Il primo cervello non a caso si chiama “cervello rettile”, ovvero le specie animali più antiche dalle quali ci siamo poi evoluti, e a partire dalle quali lo abbiamo quindi tutti ereditato. C’è poi il “secondo cervello”, quello limbico, dedicato alle emozioni e alla socialità. Questo cervello è comune a tutti i mammiferi, che non a caso hanno spesso organizzazioni sociali complesse, come non è un caso quindi che come animali domestici più facilmente scegliamo altri animali dotati di questo stesso cervello (cani e gatti, piuttosto che pesci e serpenti)! Infine il “terzo cervello” è la parte della neocorteccia, dove risiede il pensiero astratto, il linguaggio e in generale tutto ciò che tendiamo a identificare come peculiare nella nostra specie.
Nel contesto aziendale, il framework individuato da Atwater è quello delle 5F (fight, flight, follow, freeze e fuck it):
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Fight , ovvero combattere e opporre resistenza al cambiamento. L’imperativo dietro a questa reazione è “Devo distruggere la minaccia, prima che la minaccia distrugga me”. Nel caso concreto dell’AI, questa reazione si traduce nel rifiutarsi di utilizzare nuovi tool o automatizzare alcuni processi. Le persone che scelgono di combattere contro la rivoluzione dell’AI spesso arrivano anche a lamentarsi in pubblico, sia in ufficio che online, inneggiando ai bei vecchi tempi, quando la tecnologia “non c’era”. In ogni caso, secondo Atwater, questa reazione non è completamente negativa : le persone che lottano sono dipendenti che tengono al futuro delle aziende in cui lavorano, che esprimono partecipazione. Nell’epoca delle Grandi Dimissioni e del quiet quitting, questo tipo di commitment non va sottovalutato.
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Flight , o scappare. Se dovessimo riassumere questa reazione in una frase sarebbe “Devo scappare da questa situazione, prima che mi faccia del male”. Di fronte alla prospettiva che l’AI possa cambiare drasticamente il loro lavoro o renderlo inutile, alcune persone scelgono infatti di ritardare l’adozione di alcuni tool e arrivano persino a accarezzare l’idea di cambiare lavoro.
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Follow , o seguire passivamente l’esempio di un leader. Il leader in questione non è necessariamente il proprio referente o manager, ma semplicemente una persona che ispira autorità e fiducia all’interno di un gruppo. In questo caso, i dipendenti scelgono di imitare il comportamento di una persona di fiducia e quindi ‘copiare’ la loro reazione all’AI (che può essere quindi una delle altre presenti in questo elenco).
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Freeze , o bloccarsi. “Se non faccio niente, la minaccia non può farmi del male”: questo è l’istinto che prende le persone che, di fronte al pericolo dell’AI, si ritrovano semplicemente a non fare nulla. La loro mente torna costantemente alla fonte di stress e impedisce loro di prendere decisioni o, nel peggiore dei casi, andare avanti con il proprio lavoro.
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Fuck it , ovvero mandare tutto all’aria. L’ultima reazione proposta da Atwater è la più pericolosa: quella che spinge alcuni dipendenti a sabotare le decisioni dell’azienda. Somiglia molto alla prima reazione, ma in questo caso la volontà distruttiva non è diretta verso il cambiamento in sé, ma nei confronti dell’azienda che sta permettendo che succeda. Di fronte alla possibilità di rimanere senza lavoro per colpa dell’AI, alcune persone possono scegliere di fare quiet quitting o rovinare la reputazione dell’azienda diffondendo notizie false.
Queste sono le reazioni inconsce catalogate da Atwater, ma mi domando se, superata la paura iniziale, l’istinto non possa e debba lasciare spazio alla riflessione.
Nel mio piccolo, insieme a Wired da qualche mese sto cercando di farlo con una serie di articoli su come l’AI sta cambiando alcuni dei principali settori delle nostre società.
Il mondo va veloce, certo. E il progresso tecnologico, alle volte anche di più.
Ma non per questo non dobbiamo trovare il tempo e la calma per capire prima di reagire.
E, magari, provare ad abbracciare il cambiamento con un po’ di (moderato) entusiasmo.

Oltre al libro di cui ti ho parlato all’inizio di questa newsletter, un altro modo per capire qualcosa in più sul futuro della tecnologia è ascoltare L’etica delle macchine, l’episodio del podcast in cui intervisto lo psicologo esperto in nuove tecnologie Giuseppe Riva.
È una puntata a cui tengo molto perché si muove all’interno di una intersezione per me particolarmente significativa, quella tra tecnologia e psicologia. Tra le tante cose di cui abbiamo parlato con Giuseppe c’è anche il tema di come possiamo regolamentare una tecnologia come quella dell’IA, un tema in questi giorni molto caldo… clicca sulla GIF per ascoltare la sua risposta!
«E tu che atteggiamento hai nei confronti dell’IA? »
Buona domenica e a presto,

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