Da dove viene la polarizzazione politica?
Stiamo vivendo l’anno più “elettorale” che non si vedeva da tempo, forse da sempre.
Quest’anno circa la metà della popolazione mondiale è stata chiamata o lo sarà prima dell’arrivo del 2025 a esprimere il proprio voto in quasi 50 Paesi tra elezioni nazionali, comunitarie e locali.
Le prossime? Le elezioni statunitensi, che si terranno il prossimo 5 novembre.
Per questo, la scelta del tema a cui dedicare il dossier di approfondimento che inizia con la newsletter di oggi e che ci accompagnerà per i prossimi due numeri è stata quasi naturale: la polarizzazione politica.
Perché da anni è impossibile parlare di democrazia ed elezioni senza parlare di come il modo in cui votiamo e, più in generale, pensiamo alla politica è cambiato.

Il fenomeno della polarizzazione di gruppo fu dimostrato per la prima volta nel 1969 dagli psicologi Serge Moscovici e Marisa Zavalloni, in uno studio condotto su studenti francesi delle scuole superiori e pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology.
Durante i loro esperimenti, i due psicologi hanno osservato che quando gli studenti discutevano in piccoli gruppi, le loro opinioni collettive tendevano a diventare più estreme rispetto alle posizioni individuali iniziali. Inoltre, si resero conto anche che questo spostamento verso posizioni più radicali avveniva nella direzione della tendenza già prevalente nel gruppo e che questa “polarizzazione” si verificava su vari argomenti, inclusi temi sociali e politici.
Da allora, numerosi studi nell’ambito della psicologia sociale hanno fornito ulteriori evidenze di questo fenomeno. Non solo: come ricorda professore Piero Ignazi in questo articolo pubblicato sulla rivista il Mulino , anche celebre politologo Giovanni Sartori ha offerto un’analisi illuminante della polarizzazione in ambito politico, introducendo una classificazione dei sistemi di partito che è diventata un riferimento mondiale
Sartori utilizza infatti due indicatori chiave per identificare la polarizzazione:
- La temperatura: indica quanto sia aspro e ultimativo il conflitto tra i partiti.
- La distanza ideologica: misura empiricamente la distanza tra i partiti su una scala destra-sinistra.
Ad esempio, in Italia “da quando si operano queste indagini, il gap tra l’estrema destra e l’estrema sinistra è sempre stato altissimo. E questo non solo nel corso della cosiddetta Prima Repubblica, quando si votava con il proporzionale: anche dopo il 1994, quando si è votato con sistemi più o meno maggioritari. In alcuni anni la distanza si è poi un po’ accorciata, salvo impennarsi di nuovo soprattutto nelle ultime elezioni, dove i tre partiti di destra sono concentrati, con poca differenza tra l’uno e l’altro, intorno al valore 9 su 10 della scala destra-sinistra”, spiega Ignazi.
La polarizzazione però non è solo una questione di ideologie, ma anche di fiducia nelle istituzioni. Il professore di politica economica Carlo Schwarz, ad esempio, sottolinea che “le domande relative alla fiducia nelle istituzioni giocano un ruolo centrale nella definizione delle ideologie dei cittadini, oltre alla tradizionale scala sinistra-destra”.
In uno dei suoi studi, Schwartz ha rilevato, ad esempio, che negli Stati Uniti, la quota di cittadini che si identificano con ideologie “a bassa fiducia” è aumentata significativamente negli ultimi decenni, passando dal 30% alla fine degli anni ’80 al 50% a metà degli anni 2000.
Inoltre, bisogna tenere a mente che oltre alla polarizzazione delle opinioni esiste anche una forma di polarizzazione sociale o affettiva. Questa si manifesta come un’identificazione così forte con un gruppo sociale (spesso un partito politico) da generare sentimenti negativi intensi verso chi è percepito come estraneo al proprio gruppo. Una forma di polarizzazione è talmente intensa e pervasiva può influenzare non solo le opinioni politiche, ma anche le scelte personali, come la selezione di amici o partner.

La polarizzazione politica è un fenomeno che ha raggiunto livelli allarmanti negli ultimi decenni, con conseguenze enormi sulla stabilità e la governabilità dei nostri paesi. Questo grafico mostra i risultati di alcuni sondaggi fatti negli Stato Uniti, in particolare la percentuale di intervistati “fortemente in disaccordo” con il partito avversario (fonte). A causa della crescente divisione tra Repubblicani e Democratici, il dialogo politico si è trasformato in uno scontro che paralizza il processo legislativo. La polarizzazione non è solo politica, ma coinvolge anche i media e le interazioni sociali, amplificando il divario tra le varie componenti del paese. Questo rischia di minare la stabilità delle istituzioni democratiche e alimentare il disincanto verso la politica stessa.
Molti esperti ed esperte ritengono che depolarizzare la politica sia un compito arduo, se non impossibile.
Ignazi, ad esempio, sostiene che “l’efficienza elettorale dei partiti non dipende più dalla rincorsa di un mitico elettore mediano, vestigia di una politica che fu, bensì dall’enfatizzare le proprie posizioni distinguendole nettamente da quelle degli altri attori politici”. Per questo motivo, gli inviti alla depolarizzazione e al superamento della divisione destra-sinistra rischiano di scontrarsi con l’insofferenza degli elettori, che preferiscono posizioni chiare e distinte.
Inoltre, come ricorda Ignazi, “l’annebbiamento delle differenze tra i partiti a favore di un indistinto embrassons-nous contribuisce a fomentare atteggiamenti di rifiuto della politica – “sono tutti uguali” – che alimentano partiti estremi e populisti oppure apatia e astensionismo”.
Nonostante le difficoltà, alcuni studiosi come Eli J. Finkel, professore al dipartimento di psicologia della Northwestern University e autore, insieme ad altri colleghi, di un articolo sul tema pubblicato dalla rivista Science , hanno proposto diverse strategie per mitigare la polarizzazione affettiva:
- Provare a correggere le percezioni errate sugli appartenenti al partito opposto attraverso interazioni costruttive , chiedendo di spiegare le proprie scelte e preferenze in un ambiente disteso e rilassato;
- Modificare gli algoritmi dei social media per esporre gli utenti a contenuti contrastanti con la loro visione del mondo (e quindi farli uscire dalle loro “camere d’eco” o “bolle social”);
- Incoraggiare i leader politici ad adottare toni meno estremisti e aggressivi per rendere meno pervasiva la polarizzazione affettiva;
- Enfatizzare l’identità nazionale comune per superare le divisioni interne.
Tuttavia, ognuna di queste soluzioni presenta sfide e potenziali effetti collaterali. Ad esempio, l’esposizione a notizie contrastanti sui social media potrebbe paradossalmente rafforzare i pregiudizi, mentre l’enfasi sull’identità nazionale potrebbe creare nuove divisioni su scala globale.
Tu che ne pensi? È possibile, arrivati a questo punto, sperare di poter de-polarizzare la politica? Se sì, come?

Mi sembra proprio il momento giusto per invitarti a riascoltare la puntata del podcast di Mondo Complesso registrata insieme a Walter Quattrociocchi, professore di Computer Science all’Università Sapienza di Roma e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society (CDCS), dove si occupa di sviluppare modelli matematici e strumenti computazionali innovativi per capire, prevedere e controllare fenomeni complessi come, tra le altre cose, la disinformazione, la polarizzazione e le teorie del complotto.
Oltre a questi temi, nella puntata con Walter abbiamo poi spaziato su molti argomenti… ecco alcune delle domande che gli ho fatto!
Perché il mondo è complesso?
Come si diventa scienziati?

«Si può depolarizzare la politica?»
Buona domenica e a presto,
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