Contro l'autenticità
Nel novembre del 2023, Fodor’s, una delle più grandi case editrici al mondo specializzate in turismo, ha pubblicato qualcosa di insolito: un’anti-guida. Non una lista di destinazioni consigliate, ma una lista di destinazioni da evitare nel 2024.
Il motivo? Sono luoghi, secondo la redazione, in cui i governi locali privilegiano l’esperienza dei turisti rispetto al benessere dei residenti, dando vita a trasformazioni che li rendono irriconoscibili (o direttamente inaccessibili per chi li abita).
Non solo: visitare questi posti non rende nemmeno felici i turisti. Muoversi in una città invasa dai visitatori, camminare nella natura sommersa dai rifiuti o essere in un posto dove gli abitanti mal tollerano la tua presenza, in effetti, può essere abbastanza spiacevole.
Con tutte le buone intenzioni, l’anti-guida di Fodor’s lancia, secondo me, un messaggio controproducente. I turisti, infatti (categoria in cui mi includo, eh!) cercano disperatamente autenticità.
E quando un posto la perde, come nel caso di quelli citati nell’anti-guida, non ripensano o modificano le loro scelte: semplicemente, si spostano altrove, verso nuove destinazioni ancora intatte, ancora genuine, ancora “vere”. Il che genera una domanda inesauribile di nuova autenticità.
Ma cosa cerchiamo davvero quando cerchiamo l’autenticità nei nostri viaggi? E soprattutto: esiste davvero una cosa chiamata autenticità?
Approfondimento
Per il viaggiatore o la viaggiatrice del XXI secolo, scrive il giornalista David Sze su Huffpost, l’autenticità è diventata l’obiettivo e la misura del viaggio. I viaggiatori “veri” evitano le attrazioni costose per vedere come vivono i “locals”. Secondo questa logica, la danza tribale nel villaggio raggiunto dopo due giorni di trekking è necessariamente più “vera” di quella eseguita nel ristorante dell’hotel. Il pad thai mangiato al mercato notturno di una cittadina di provincia è più “autentico” di quello servito in centro a Bangkok. In poche parole: bisogna evitare i percorsi più battuti, perché il turismo di massa è una forza che “inquina” la cultura dei luoghi.
Ma questa postura nasconde un presupposto, che l’antropologo Robert Shepard dell’Università George Washington rende esplicito: l’idea che queste culture, a un certo punto del passato, abbiano vissuto in spazi chiusi di purezza culturale, protetti da contaminazioni esterne. In altre parole: se il turismo corrompe, ci deve essere qualcosa di puro da corrompere.
È un’idea difficile da sostenere. La storia ci insegna che le culture non nascono dall’isolamento: nascono dall’incontro, dall’ibridazione, dalla costruzione della differenza attraverso il contatto con l’altro. Dire che il turismo le corrompe significa ignorare tutti i cambiamenti che sono venuti prima della turistificazione.
E poi c’è il problema di chi decide cosa è autentico. Secondo l’antropologo Andrew Johnson dello Yale-NUS College, l’autenticità non deriva dalla cultura del paese ospitante. È, invece, un’etichetta che il viaggiatore incolla alle proprie esperienze per dimostrare di essere più curioso o avventuroso di altri. Spesso, soprattutto nel Sud globale, viene etichettato come “autentico” ciò che è meno frequentato da altri turisti e meno toccato dall’occidentalizzazione. Il che tende a coincidere con luoghi poveri, rurali.
Ma definire un paese attraverso questa lente, quella della presunta autenticità, significa escludere. Ignorare le parti che si stanno modernizzando, globalizzando, prosperando. Tentare di congelare l’essenza di una cultura in un passato tradizionale (spesso, peraltro, costruito nel presente). “L’autenticità è la negazione del diritto di un popolo a vedere la propria cultura cambiare insieme ai tempi che cambiano”, riassume bene Daniel Soo nell’articolo.
YES BUT
Nel 2022, un breve video su TikTok mostra un’alba spettacolare su un mare di nuvole nel parco nazionale di Hainan, in Cina. La clip raccoglie oltre 65mila like. Nel giro di un mese, i visitatori giornalieri del parco passano da 50 a 600. Un’alba “autentica” diventa virale, e nel momento in cui diventa virale smette di essere autentica. Ma questo non ferma nessuno, anzi.
Instagram e TikTok hanno ridefinito il modo in cui viaggiamo: non cerchiamo più l’ignoto, ma immagini già note e, a loro volta, condivisibili. Il sociologo John Urry aveva già intuito qualcosa di simile con la sua teoria del tourist gaze: lo sguardo del turista è sempre stato modellato da codici culturali. Nel Settecento era seguire le orme il Grand Tour, nell’Ottocento trovare un posto in uno stabilimento termale, nel Novecento potersi permettere una settimana di villeggiatura. Oggi c’è un filtro in più: la validazione dei like e delle condivisioni. Non guardiamo più il mondo, ma la sua rappresentazione.
Uno studio pubblicato su Behavioral Sciences nel 2025 e citato da Chiara Beretta nella sua newsletter Turisti di domani chiama questo fenomeno “turismo conformista” e lo descrive attraverso tre meccanismi:
- Chi fruisce contenuti di viaggio sui social interiorizza un’idea di come dovrebbe sentirsi in un certo luogo ed è questa esperienza anticipata a motivarlo a partire;
- I contenuti che “funzionano” sulle piattaforme mostrano quasi sempre gli stessi luoghi con le stesse inquadrature e lo stesso stile, uniformando lo sguardo di chi li guarda;
- Il turista cerca uno sfondo per la versione di sé che vorrebbe essere. Andare in un certo posto e condividerne i contenuti diventa quindi un atto di costruzione identitaria.
È qui che entra Zygmunt Bauman e la sua analisi della società dei consumatori. Bauman sosteneva che siamo passati da una società in cui l’identità si costruiva attraverso ciò che si produceva a una in cui l’identità si costruisce attraverso ciò che si consuma. I brand che indossi. Il caffè che bevi. La musica che ascolti. E sì, i posti in cui vai in vacanza. In questo senso, le destinazioni smettono di essere luoghi da incontrare e diventano simboli da usare per costruire una versione di sé che appaia avventurosa, colta, libera, cosmopolita.
Ma il punto più interessante (e scomodo) è che questa dinamica non riguarda solo il turismo.
“Siamo tutti turisti. In un sistema che ci vuole, ci preferisce, turisti”, ha scritto il giornalista Francesco Marino, autore della newsletter Turisti della realtà e dell’omonimo saggio pubblicato per Tlon. “Abbiamo sempre meno tempo a disposizione. Meno tempo libero, meno tempo di vita, meno tempo di crescita. E quindi, esattamente come un turista, pianifichiamo: utilizziamo l’ambiente in cui passiamo la maggior parte del nostro tempo di veglia, quello digitale, per essere sicuri che quelli che trascorreremo saranno momenti di valore, finalizzati a un qualche genere di realizzazione, di costruzione della propria identità”.
Lo scrittore Tommaso Pincio, nel romanzo Panorama, descrive un protagonista che si ritrova invischiato in un social network (Panorama, appunto) che promette una trasparenza quasi assoluta. Avrebbe potuto fare altro, tornare ai libri che tanto ama. Ma non lo fa: “Era troppo attratto dall’universo di minuzie e sciocchezze degli altri utenti. (…) Avevano ragione a chiamarlo Panorama. Proprio di questo si trattava: dell’umanità fatta paesaggio. Era come accendersi una sigaretta e affacciarsi alla finestra. E quando mai importa su quale paesaggio si affacci la tua finestra? Quale vista ti si offre? Potresti passarci comunque le ore. Anzi, più la vista è scialba e vuota, più ti incanti, perché in realtà non hai bisogno di guardare qualcosa, hai bisogno di perderti nel tuo sguardo”.
È una descrizione del nostro rapporto con i social media, ma è anche una descrizione perfetta del turista contemporaneo. Non abbiamo bisogno di vedere davvero il posto in cui siamo. Abbiamo bisogno di perderci nel nostro sguardo su di esso. Di confermare un’immagine che esiste già, dentro di noi e nei feed di tutti gli altri.
Ripensare al viaggio, allora, significa prima di tutto ripensare allo sguardo. E chiedersi quante delle cose che andiamo a cercare abbiamo davvero scelto e quante ci sono state invece suggerite da un algoritmo che sa esattamente quali immagini ci faranno venire voglia di partire.
Podcast
Francesco Marino è stato ospite in ben due occasioni del podcast di Mondo Complesso: puoi recuperare il primo episodio qui, dedicato al declino dei social network, e il secondo qui, con focus proprio su turismo e digitalizzazione della realtà.
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