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Comincia oggi un nuovo dossier

Numero 44 · 10 settembre 2023

Come forse saprai, negli ultimi mesi ho iniziato a lavorare a un progetto a cui sono molto legato. Si tratta di un documentario dedicato al tema dell’intelligenza, che proprio questa settimana comincia le sue riprese (mentre stai leggendo questa newsletter sono in viaggio per New York) e per il quale ho anche creato un diario di viaggio gratuito in cui puoi seguire tutte le tappe della nostra produzione.

Da psicologo ed economista l’intelligenza umana è un tema che mi affascina oltremodo, anche se proprio grazie al documentario sto capendo quanti risvolti personali ci siano dietro, perché l’intelligenza non è un concetto astratto ma qualcosa che segna profondamente la concezione che abbiamo di noi stessi, il modo in cui ci relazioniamo con le altre persone e in generale le nostre società. Per questo motivo ho pensato che questo quarto dossier di Mondo Complesso, ovvero un blocco di tre newsletter che di solito dedico ad approfondire un unico tema, stavolta non poteva non essere dedicato a esplorare meglio alcune nuove prospettive proprio sulla nostra intelligenza.

Tutto parte da una domanda solo all’apparenza semplice: cos’è l’intelligenza? Presto scopriremo che – semplicemente – è una domanda mal posta.

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Nel 1983 il professor Howard Gardner pubblicò un libro dal titolo Formae mentis che fin dal titolo pone la questione essenziale del nostro dossier e in generale della comprensione del tema dell’intelligenza. Chi conosce il latino infatti avrà notato che nel titolo la tradizionale espressione forma mentis (letteralmente forma della mente, cioè modo di ragionare) viene declinata al plurale: le forme della mente.

Il libro di Gardner afferma infatti che non è possibile definire un’unica forma di intelligenza monolitica, ma che è piuttosto utile immaginare un’ampia gamma di diverse espressioni intellettive. In particolare Gardner ne individua sette, tra cui appaiono quelle “standard” riconosciute all’incirca da chiunque – ossia l’intelligenza verbale e quella logico-matematica – ma anche forme di intelligenza artistica, musicale, sportiva e interpersonale.

Questo tipo di analisi ha determinato in modo sostanziale un attacco al concetto di quoziente intellettivo, cioè alla supposta possibilità di misurare l’intelligenza attraverso un sistema protocollato di indici e misurazioni. A ben pensarci quella di Gardner è una rivisitazione in chiave complessa molto simile a quella effettuata dall’economista premio Nobel Amartya Sen, che ridimensionò fortemente il concetto di PIL usato come sinonimo di benessere di una popolazione introducendo il cosiddetto indice di sviluppo umano, ossia un indice ben più ricco e sfaccettato del PIL e capace di raccontare in modo assai più complesso le ricadute positive della crescita economica sulle comunità umane.

Il punto dunque è proprio qui. Se vogliamo capire cos’è l’intelligenza dovremmo iniziare a parlare di intelligenze, cioè di modi diversi e non necessariamente esclusivi di dimostrare capacità intellettive. Ma se nell’economia siamo riusciti – seppur tra mille difficoltà – a ottenere un riconoscimento pressoché diffuso di indici alternativi e più complessi del PIL, quando parliamo di intelligenza il discorso si fa più arduo. E le conseguenze contemporaneamente si vedono e hanno origine soprattutto nell’ambito scolastico e dell’educazione.

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Quando lo psicologo Howard Gardner propose l’idea delle intelligenze multiple, questa sfidava la concezione tradizionale dell’intelligenza, che spesso si basa su misurazioni come il QI, focalizzate principalmente su abilità linguistiche e logico-matematiche. Secondo Gardner, l’intelligenza non è monolitica, ma multifacettata. Ci sono persone con una straordinaria abilità nel maneggiare parole, come scrittori e oratori, che dimostrano un’elevata intelligenza linguistica. Altri, come matematici e scienziati, brillano nella logica e nella matematica. Alcuni hanno un talento particolare nel visualizzare spazi e immagini, come architetti e artisti, evidenziando un’intelligenza spaziale. Ci sono poi individui dotati musicalmente, come musicisti e compositori, e quelli che coordinano abilmente i movimenti del corpo, come danzatori e atleti. Non possiamo dimenticare coloro che hanno una profonda comprensione degli altri, dimostrando intelligenza interpersonale, o quelli che hanno una consapevolezza profonda di se stessi, con un’elevata intelligenza intrapersonale. Infine, alcune persone hanno un’abilità unica nel riconoscere e classificare elementi del mondo naturale, come biologi ed ecologi. Questa visione olistica dell’intelligenza implica che ogni individuo possiede un mix unico di queste intelligenze, richiamando l’importanza di una visione diversificata nell’educazione e nel mondo del lavoro. Rivela, inoltre, una concezione più ricca dell’intelligenza umana, che celebra la diversità e la pluralità delle nostre capacità.

Già da ora potremmo chiederci cosa fa la scuola nel concreto per stimolare e valorizzare quelle forme di intelligenza che vanno al di là di quella verbale e quella logico-matematica. Del resto quasi ognuno di noi ricorda la frustrazione tipicamente scolastica e adolescenziale del dover aderire necessariamente a determinate forme di pensiero che tendono a sopprimere forme più creative o maggiormente orientate verso lo sport o altre attività, spesso bollate come stupidaggini o comunque secondarie all’interno del mondo scolastico.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 1905 lo psicologo francese Alfred Binet sviluppò il primo metodo sistematico di misurazione dell’intelligenza affinché fosse possibile identificare i bambini che potevano beneficiare dell’assistenza educativa. I test che nacquero così vennero tradotti pochi anni dopo dallo psicologo americano Henry H. Goddard e distribuiti negli Stati Uniti. Il problema è che Goddard snaturò del tutto il concetto alla base dei test elaborati in Francia e pensando che l’intelligenza fosse determinata solo per via genetica utilizzò questo strumento per sradicare gli «individui deboli di mente» mediante la sterilizzazione obbligatoria. Nel 1916 un altro psicologo americano, Lewis Terman, fece un altro disastro modificando gli stessi test francesi scegliere quali bambini potessero essere indirizzati verso lavori umili e quali invece potessero virare verso professioni considerate nobili.

Il francese Jean Piaget capì però che il valore di quei test non stava tanto nel vedere se le risposte offerte dai bambini fossero giuste o sbagliate, ma nell’analizzare il tipo di pensiero che aveva portato a quella risposta. Ed eccoci che torniamo alla scuola: per come essa è impostata, oggi il corpo docenti è chiamato a una valutazione e una correzione dell’eventuale errore anziché alla comprensione e all’analisi di quelle risposte. E dunque tutto il sistema educativo è ricondotto a test standard (i compiti in classe e le interrogazioni) in cui, poiché quasi tutto è basato sul nozionismo, esistono solo risposte oggettivamente giuste o sbagliate.

Così facendo si rende tutto più semplice, ma anche più frustrante. E soprattutto finiamo col far sentire diversi e sbagliate persone che hanno un’intelligenza diversa da quella promossa dalla scuola, che invece dovrebbe far sentire tutti quanti accolti e stimolati verso il tipo di crescita che più si confa al singolo individuo. Per questo motivo immaginare una riforma della scuola profondamente orientata alla complessità potrebbe aiutarci non solo come paese, ma anche come singoli individui: saremmo meno frustrati, più realizzati e senz’altro più liberi di esprimerci nel modo che preferiamo.

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Nella prima stagione del podcast Mondo Complesso ho avuto una conversazione veramente illuminante con Antonello Giannelli e Antonella Questa. Lui è a capo dell’associazione nazionale dei presidi delle scuole italiane ed è considerato una delle figure più influenti a livello scolastico nel nostro paese. Lei invece è un’attrice e autrice teatrale che negli anni si è a lungo occupata di pedagogia nera, cioè di forme di educazione dei più piccoli profondamente traumatiche, violente e irrispettose.

Durante la puntata è emerso proprio il tema dell’attuale incapacità della scuola di valorizzare un ampio ventaglio di intelligenze diverse, frutto del desiderio di valutare ciascun individuo seguendo linee guida standardizzate e uguali per ciascuno.

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