Ci scommetti?
Lo scorso primo marzo, un utente di nome “Magamyman” ha guadagnato 553mila dollari con una scommessa.
Messa così, potrà sembrarti una notizia come tante altre. Ma non lo è, per almeno due ragioni.
Il primo è il motivo della scommessa: Magamyman ha investito denaro sulla morte di una persona.
Il secondo è la persona in questione: l’ayatollah Ali Khamenei.
La scommessa è stata fatta su Polymarket, una piattaforma in cui si può puntare soldi su un’ampia gamma di eventi futuri. In questo caso, il giorno in cui il leader iraniano sarebbe stato ucciso in un attacco israeliano.
Quando la notizia della morte di Khamenei è diventata ufficiale, quella singola scommessa è diventato il simbolo di qualcosa che va oltre il gioco d’azzardo: un mix di finanza, politica e informazione che sta già influenzando, su vari livelli, la realtà in cui viviamo (o potremmo vivere).
Approfondimento
Polymarket nasce durante il lockdown del 2020, in un momento in cui il futuro sembra improvvisamente meno “prevedibile” del solito.
La piattaforma si basa su blockchain Polygon (da cui prende il nome) e a costruirla è uno studente ventiduenne di New York, Shayne Coplan. In poco tempo, attira intorno a sé una nicchia di appassionati di criptovalute.
Nel tempo, attorno a Polymarket si è raccolto un ecosistema sempre insolito: investitori del mondo tech e figure politiche sempre più influenti. Tra i nomi che circolano ci sono Peter Thiel, il cofondatore di Palantir, e Donald Trump Jr., figlio del presidente, consulente e investitore in Polymarket.
Nell’ultimo anno, la piattaforma è diventata mainstream, attirando infine milioni di utenti e un volume di scambi che nel 2025 ha superato i 63 miliardi di dollari.
C’è una elemento, però, da chiarire fin da subito: Polymarket e Kalshi (il suo principale competitor) non funzionano come i siti di scommesse tradizionali.
Su queste piattaforme si comprano e vendono “contratti” legati a un evento, il cui valore oscilla nel tempo in base alle aspettative collettive. In altre parole, non si aspetta l’esito finale per vincere o perdere: si può guadagnare anche prima, rivendendo la propria posizione quando il mercato ritiene più probabile che l’evento accada.
È una differenza tecnica, ma decisiva. Perché avvicina questi strumenti più ai mercati finanziari che al gioco d’azzardo ed è proprio su questa distinzione che si gioca una parte della loro esistenza legale e della loro rapida espansione.
I sostenitori di Polymarket e altri* prediction market* si rifanno alla “saggezza delle folle”. L’idea, formalizzata nell’omonimo libro dello scrittore e giornalista statunitense James Surowiecki, è che gruppi numerosi e indipendenti possano produrre stime migliori di quelle dei singoli esperti.
Perché questo funzioni, però, servono condizioni precise:
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Diversità di opinione: ogni persona deve avere informazioni private o interpretazioni differenti della realtà. Se tutti pensano allo stesso modo, il gruppo amplifica un solo errore invece di correggerlo.
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Indipendenza: se le persone si influenzano troppo tra loro, il gruppo smette di aggregare informazioni e inizia a inseguire dinamiche sociali o narrative.
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Decentramento: le persone devono poter attingere a conoscenze locali, parziali, specialistiche.
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Aggregazione: serve un meccanismo che trasformi le opinioni individuali in un risultato collettivo: una media, un prezzo, una probabilità.
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Fiducia: i partecipanti devono credere che il sistema sia abbastanza equo da rendere sensato partecipare. Se il risultato è percepito come manipolabile o arbitrario, l’incentivo viene meno e con esso la qualità delle previsioni.
È su questi stessi principi che si appoggiano le piattaforme di prediction market: trasformare conoscenza dispersa in un numero, far emergere segnali da informazioni frammentate, premiare non chi vince, ma chi sbaglia meno.
Il risultato, nelle parole del CEO di Kalshi Tarek Mansour, è un sistema che non pretende di produrre la “verità assoluta, ma qualcosa di migliore rispetto alle alternative”.
YES, BUT
C’è però un problema. Anzi, più di uno.
Se il prezzo di mercato riflette una probabilità e se guadagnare significa avere ragione prima degli altri, allora esiste un incentivo economico legato a eventi che, normalmente, consideriamo tragedie. Non è un caso che molti delle scommesse degli ultimi mesi abbiano riguardato bombardamenti, arresti di leader politici e conflitti militari.
Per altri critici, il problema non è “solo” morale, ma strutturale. Se conoscere un’informazione riservata permette di guadagnare centinaia di migliaia di dollari, i prediction markets rischiano di trasformarsi in uno strumento perfetto per monetizzare segreti di Stato, informazioni militari o decisioni governative prima che diventino pubbliche.
Non solo: come abbiamo visto, la teoria di Surowiecki funziona soltanto se la folla è sufficientemente diversificata e indipendente. Se tutti i partecipanti condividono lo stesso profilo sociale, culturale o ideologico, il rischio è che il mercato smetta di aggregare informazioni diverse e inizi semplicemente a riflettere i pregiudizi del gruppo dominante.
Ed è qui che emergono alcuni limiti dei prediction markets. Non sappiamo con precisione, infatti, chi utilizzi Polymarket o Kalshi, ma le ricerche disponibili suggeriscono una forte concentrazione di utenti giovani, prevalentemente maschi, molto esposti al mondo della finanza digitale e delle criptovalute. E da decenni la letteratura psicologica mostra come gli uomini, in media, tendano a presentare livelli più elevati di propensione al rischio e ricerca di sensazioni forti rispetto alle donne.
Se un mercato è popolato soprattutto da persone con una maggiore tolleranza al rischio, il prezzo che emerge potrebbe non rappresentare soltanto una previsione sul futuro, ma una particolare cultura del rischio, con un forte bias di genere.
In altre parole: non stiamo necessariamente osservando “la probabilità che qualcosa accada”, ma la probabilità che un determinato gruppo sociale attribuisce a quell’evento. E non è la stessa cosa.
Esiste, poi, un’altra obiezione: i sostenitori dei prediction markets immaginano questi strumenti come termometri che misurano il mondo. Ma cosa succede, come ha sottolineato Valerio Bassan nella sua newsletter Ellissi, quando il termometro inizia a modificare la temperatura?
Si tratta del cosiddetto “effetto gregge” (in inglese bandwagon effect) un bias cognitivo per cui le persone adottano determinati comportamenti, mode o opinioni semplicemente perché sono popolari o condivisi dalla maggioranza, indipendentemente dalle prove o dalle proprie convinzioni iniziali. Piccola curiosità: tanti anni fa, sull’effetto gregge durante la crisi finanziaria del 1997 nel Sud-est asiatico ho scritto la mia tesi di laurea in Economia!
Se milioni di persone vedono che un candidato ha il 90% di probabilità di vincere, quel numero potrebbe influenzare il comportamento degli elettori, degli investitori, dei giornalisti e perfino dei politici. La previsione smette quindi di essere una fotografia e inizia ad avere un ruolo attivo della storia che sta cercando di prevedere.
Infine, c’è una domanda che raramente viene posta: e se il denaro non rendesse necessariamente le previsioni migliori?
L’argomento centrale dei prediction markets è che mettere soldi in gioco costringe le persone a essere sincere e precise. Eppure alcune comunità di previsione che non utilizzano denaro, come Metaculus, hanno spesso mostrato risultati comparabili o superiori su numerosi eventi complessi.
Se fosse davvero così, una parte della promessa dei prediction markets si indebolirebbe. Perché il loro vantaggio non sarebbe la capacità di prevedere meglio il futuro, ma semplicemente quella di attirare più attenzione.
E attenzione e accuratezza, come ci insegnano tanti altri strumenti digitali, i social su tutti, non sempre coincidono.
Podcast
Polymarket non sta mettendo in crisi solo la politica, ma anche il giornalismo. Un settore che, però, è scricchiola già da tempo: se vuoi saperne di più, recupera questa puntata del podcast di Mondo Complesso in cui trovi una doppia intervista proprio a Valerio Bassan insieme a Gabriele Cruciata, giornalista investigativo, formatore e podcaster.
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