Chi ripagherà i nostri debiti? (E no, non parlo di soldi)
A inizio settimana ti ho scritto una newsletter fuori programma (sì, lo so, non è da me). Se te la sei persa: annunciavo che quest’estate il podcast di Mondo Complesso si sposta all’aperto, con tre serate al Parco delle Stelle a Roma, ospiti super e… la prima birra offerta da noi! Scopri di più qui.
E ora, cominciamo!
“Il futuro è una dimensione squisitamente umana: solo i corvi e alcune grandi scimmie dimostrano qualche attitudine ad anticiparlo, ma stiamo parlando di proiezioni in avanti molto limitate, anche se sorprendenti.”
Questa frase è tratta da un articolo di Annamaria Testa uscito su Internazionale nel 2020, durante la pandemia. Un momento in cui tutto sembrava costringerci a rivedere il nostro rapporto con il tempo e con l’idea stessa di futuro. Ma, a distanza di anni, possiamo davvero dire di aver imparato qualcosa? O siamo tornati a inseguire l’immediato, forse ancora più di prima?
Sappiamo che la capacità di pensare al futuro inizia da bambini, tra i tre e i cinque anni. È quando cominciamo a ricordare il passato e a capire che rinunciare a qualcosa subito può significare ottenere qualcosa di più, dopo.
Eppure, anche da adulti, questa capacità non è affatto scontata. Soprattutto quando siamo sotto stress. In quei momenti la nostra mente smette di pianificare: si rifugia nel presente, nella risposta più rapida, nella soluzione che dà sollievo, anche se non è quella giusta.
Il punto è che non siamo solo individui. Siamo anche aziende, istituzioni, governi. E questa difficoltà a pensare lungo, oggi, si riflette ovunque. A partire dalla tecnologia per arrivare alla politica e alla società.

Nel 1992, durante una conferenza il programmatore Ward Cunningham disse una frase destinata a lasciare il segno: “Scrivere codice in fretta, per consegnare prima, è come contrarre un debito. Un po’ di debito accelera lo sviluppo, a patto di ripagarlo subito dopo. Il rischio nasce quando il debito non viene saldato: gli interessi si accumulano.”
Nasce così il concetto di debito tecnologico : una metafora semplice, ma potentissima, per descrivere cosa succede quando un sistema viene costruito velocemente, trascurando la qualità, con la promessa (spesso mai mantenuta) di “metterci mano dopo ”. È un modo per correre oggi che ti presenta il conto domani. E come ogni debito, può rivelarsi sostenibile, strategico o insostenibile, a seconda di quanto ne accumuli, e di quanto sei disposto a pagarlo indietro.
Nel tempo, il significato di debito tecnologico è uscito dai confini dello sviluppo software. Oggi riguarda tutta la struttura digitale di un’organizzazione: un problema trasversale, sistemico , che impatta direttamente la capacità delle aziende di innovare, rispondere ai cambiamenti e restare competitive.
E non stiamo parlando di teoria. Secondo un report di Accenture, solo negli Stati Uniti il debito tecnologico costa ogni anno 2.410 miliardi di dollari. E ce ne vorrebbero 1.520 miliardi solo per metterlo sotto controllo. Un’enormità. Ma da dove arriva tutta questa zavorra digitale?
Le cause sono tante, e spesso si intrecciano. L’urgenza di rilasciare prodotti sul mercato prima della concorrenza. Le modifiche dell’ultimo minuto. Lo sviluppo senza una vera progettazione. La mancanza di competenze o di comunicazione nei team. O semplicemente, il fatto che alcune scelte tecnologiche, buone ieri, oggi non funzionano più.
E ora arriva il punto interessante: l’intelligenza artificiale sta cambiando tutto. Non solo perché può aiutarci a individuare e correggere parti di codice inefficiente o ottimizzare i flussi di lavoro. Ma anche perché sta contribuendo a generare nuovo debito tecnologico.
Secondo le previsioni di Forrester, entro il 2026 il 75% di chi si occupa di innovazione in azienda si troverà a gestire un livello di debito tecnologico da moderato ad elevato, principalmente a causa dell’adozione accelerata di soluzioni basate sull’AI.
Perché? Perché l’AI cresce in fretta, ma si innesta su basi fragili. Aggiunge complessità a sistemi già complessi, si appoggia a infrastrutture obsolete, richiede competenze nuove che le aziende spesso non hanno. E così, ogni nuovo modello, ogni nuovo tool, ogni riga di codice automatizzata può diventare un nuovo interesse da pagare.

Il debito tecnologico è reale, complesso, spesso sottovalutato. Ma non è la tecnologia in sé a essere il problema. Lo è la velocità con cui ci stiamo muovendo, il ritmo con cui chiediamo ai sistemi (e alle persone!) di adattarsi a ogni nuovo aggiornamento. È questa accelerazione, più ancora dell’innovazione, che ci sta cambiando. Non solo nel lavoro. Nel modo in cui pensiamo, decidiamo, viviamo.
Il futurologo Ari Wallach nel suo Ted Talk del 2016 ha chiamato questo fenomeno “brevetermismo”, ricordando che anche chi prende decisioni strategiche a livello politico fa spesso guidato da urgenze elettorali, sondaggi, flussi social. Ci si muove per gestire il presente, raramente per costruire il futuro. I grandi investimenti nella sanità, nell’istruzione, nella sicurezza climatica o nelle infrastrutture, non si fanno perché non portano risultati immediati. Il futuro, in fondo, non vota.
Questo corto respiro decisionale, che ostacola ogni pianificazione transgenerazionale, è un debito che si somma a quello tecnologico. Ed è un debito culturale, ma anche democratico.
Prendiamo un esempio recente. Il referendum dell’8 e 9 giugno proponeva, tra le altre cose, di ridurre da dieci a cinque anni il periodo minimo per ottenere la cittadinanza per chi nasce o cresce in Italia da genitori stranieri. Una riforma che avrebbe allineato il nostro paese a molti altri in Europa, come Francia e Germania, e che avrebbe cominciato a rispondere a un problema strutturale: il declino demografico. Ma il quorum non è stato raggiunto. Nessun risultato. Nessuna modifica.
Eppure, nel frattempo, la curva demografica continua a scendere. E più aspettiamo a fare scelte lungimiranti, più il rischio è che quando ci accorgeremo di avere un problema sarà troppo tardi per risolverlo. Perché il futuro non si può rimandare all’infinito.

A proposito di tecnologia e futuro: hai già recuperato l’ultima puntata del podcast di Mondo Complesso? Al suo interno trovi un’intervista a Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta in etica e impatto delle tecnologie, sul rapporto tra mondo tech, società e sicurezza, come è cambiato nel tempo e dove andrà domani.

(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)

«Hai mai l’impressione che chi prende le decisioni ragioni soltanto a breve termine?»
Buona domenica e a presto,

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