Benedetta Santini: È tutto dentro di te.
Mick ha quarant’anni e ha scelto di vivere su una barca perché non si sente legato a nessun posto in particolare e vuole esplorare il più possibile.
Io ho trentun anni e non ho mai lasciato la mia città natale perché vi sono enormemente legata e andare lontano mi fa sentire sradicata.
Mick crede che la vita vada goduta senza per forza cercare uno scopo a cui dedicare tutto se stesso, per cui sacrificarsi.
Io credo che vivere significhi seguire la fiamma che ti brucia dentro, anche se ti porta a perdere tutto il resto.
Il 20 ottobre 2023 io e Mick abbiamo pranzato insieme in un ristorante in centro a Parma. Siamo rimasti ben oltre l’orario di chiusura. Alla fine, c’eravamo solo noi e la proprietaria, che ci trovava simpatici e ha deciso di lasciarci finire la nostra intensa discussione nel silenzio della sala vuota.
È stato un momento molto suggestivo per me e non ne ho ancora parlato con nessuno. Così, quando Joe – che ci conosce entrambi – mi ha chiesto di scrivere un hands off, ho deciso di parlare di questo incontro. Non posso trascrivere una conversazione di due ore, ma posso raccontarti della cosa più importante che ci siamo detti.
20 Ottobre 2023, Centro storico di Parma, ore 15 circa.
Dopo un’ora e mezza trascorsa a parlare di qualsiasi argomento ci passasse per la testa, sento che stiamo arrivando al momento della conversazione in cui ci fidiamo abbastanza l’uno dell’altra da confidarci qualcosa di importante. È il tipo di momento che solitamente arriva alle tre di notte, quando la festa è finita, tutti gli amici se ne sono andati e tu e un’altra persona vi ritrovate da soli, con l’esaltazione della serata che scende e i bicchieri da sistemare. E all’improvviso, non si sa come, la stanchezza vi porta ad essere completamente sinceri l’uno con l’altro.
Solo che adesso non sono le tre di notte, ma le tre di pomeriggio.
“C’è mai stato un momento in cui ti sei sentito pienamente te stesso?” gli chiedo. “In cui hai detto questo sono io?”
Mick appoggia la schiena alla sedia e guarda verso l’alto. “Non lo so, ma d’istinto mi viene in mente di quella volta in cui la mia barca ha preso uno scoglio alla massima velocità. Ho sentito l’urto e mi sono reso conto che di lì a poco avrei cominciato ad imbarcare acqua”.
Deve aver provato un’ansia incredibile, ma lo racconta rilassato.
“Così ho preso una bottiglia di spumante e l’ho aperta”
“Non vedo il nesso logico” gli dico “cioè, fammi capire: ti affonda la barca e tu sbocci Moet?”
“Il Moet è uno champagne, non uno spumante”
“Quello che è. Insomma, in preda alla disperazione, ti sei dato all’alcol?”
“Non ero disperato. Ho pensato: e ora cosa faccio? Non posso ricomprarmi un’altra barca e non so cosa fare. Non so cosa ne sarà di me domani. Capisco che altri al posto mio si sarebbero disperati, ma l’idea di avere una pagina bianca davanti a me, di potermi, anzi, di dovermi reinventare completamente, mi ha travolto ed entusiasmato così tanto che ho pensato che l’emozione che sentivo meritasse un brindisi. Questo sono, direi, completamente io. Nei momenti difficili, mi sento a mio agio. Sono i momenti di svolta, quelli in cui il tuo passato è irrecuperabile e tu sei libero di diventare chiunque tu voglia”.
Chiunque tu voglia.
Lasciamo Mick e me a quel tavolo per un attimo e concentriamoci su queste parole.
Oggi il mondo è pieno di persone che cercano di convincerci che possiamo diventare chiunque vogliamo. Possiamo diventare astronauti, influencer, star, presidenti… Ma come possiamo fare? Nell’era dei social, bisogna costruirsi un personal brand.
Come dice Wikipedia, il personal branding è “la capacità di promuovere se stessi, al fine di essere gradito o comunque appetibile nei confronti di una comunità di consociati, con modalità simili a quanto avviene in campo economico, con i prodotti commerciali”.
Insomma, è sapersi vendere bene. Per vendersi bene, però, bisogna comunicare bene il proprio brand. E più un messaggio è semplice, più è facilmente comunicabile.
Va da sé che, quando facciamo personal branding, semplifichiamo la nostra personalità, la appiattiamo per renderla facilmente comprensibile, perché “le persone non ti seguono su Instagram se non capiscono chi sei e cosa fai”.
Questo porta a una curiosa conseguenza: puoi diventare chiunque tu voglia, ma poi non potrai mai essere nient’altro. Se ti fai conoscere come astronauta, difficilmente potrai posizionarti come poeta. A meno che le tue poesie non parlino di stelle, richiamando in qualche modo il tuo personal brand.
E se diventi famoso come chef, non ti sorprendere se le persone non ti prenderanno sul serio come pittore.
Mi piacerebbe dire che questa trappola dell’identità funziona solo con chi fa personal branding sui social, ma non è così. Quando diventiamo adulti, la nostra identità tende a cristallizzarsi. Accade ogni volta che diciamo frasi come “sono fatto così” e “mi conosco bene”. Con la prima frase vogliamo opporci a chi cerca di cambiarci, con la seconda vogliamo affermare che l’esperienza ci ha portati ad un buon livello di autoconsapevolezza. In realtà, però, espressioni del genere tendono a chiuderci delle porte, a fermare la nostra evoluzione personale.
Per inciso, io sono una di quelle persone che dice spesso cose di questo tipo. Ho sempre pensato di avere un carattere ben definito, uno scopo e degli ideali precisi. Li ho messi in discussione spesso, ma non sono mai crollati.
Non so se tu che stai leggendo questa mail ti riconosca più in me o più in Mick, se tu ritenga di avere un carattere forte e delineato oppure se ti senta più aperto o indefinito, ma, in entrambi i casi, c’è un prezzo da pagare.
Quelli come me corrono il rischio di cristallizzarsi e iper-specializzarsi, andando con i paraocchi verso una meta e perdendosi molto di ciò che la vita ha da offrire.
Quelli come Mick corrono il rischio di continuare a cambiare perché niente sembra mai rispecchiarli, c’è sempre il fantasma di una possibilità inesplorata, c’è sempre un “e se…” che dà il tormento.
Penso che ci sia una soluzione a questi problemi, qualcosa che renda il prezzo da pagare un po’ meno salato. Si tratta di un concetto che ho sentito ripetere spesso in vita mia: “è tutto dentro di noi”.
La prima volta che l’ho sentito ero a scuola e la nostra professoressa di italiano ci stava spiegando De Hominis Dignitate, di Pico della Mirandola. Rimasi affascinata dalla visione dell’autore, secondo cui l’uomo aveva in sé tutti i semi del mondo. Il concetto mi piacque, ma non lo compresi del tutto.
La seconda volta lo sentii dire dall’attrice Barbara Hersey. Le chiesero come avesse fatto a calarsi nella parte per la sua ultima serie tv, in cui interpretava la madre dell’anticristo, una donna disperata che cerca di salvare suo figlio da se stesso. Un personaggio positivo, ma particolarmente difficile. La sua risposta fu: “è tutto dentro di noi”. Dentro di noi ci sono i semi di tutte le persone che potremmo diventare. Lasciamo che alcuni crescano e che altri restino dove sono, ma abbiamo sempre la possibilità di riprenderli in mano. Sono sempre lì, dopo tutto. Dentro di noi c’è un’infinita varietà di personalità inespresse. Fra queste, Barbara ha perfino trovato la se stessa capace di diventare la madre del demonio.
La terza e ultima volta lo sentii dire da Maxim Baldry, un altro attore. Un intervistatore poco simpatico gli chiese che effetto gli facesse interpretare un personaggio tanto odiato dal pubblico. Si tratta di Isildur, il re che si rifiuta di buttare l’anello del potere nella lava e decide di tenerlo per sé. È colpa sua se, nel Signore degli Anelli, Frodo deve affrontare più di mille pagine di peripezie. Frodo è colui che vince la tentazione, Isildur è colui che cede.
Maxim Baldry rispose con la frase che ormai conosciamo bene: “è tutto dentro di noi”. Secondo lui, quando incolpiamo Isildur per non aver gettato l’anello, è come se pensassimo che noi, al suo posto, avremmo fatto la cosa giusta. “Tutti noi” disse “abbiamo la capacità di fare del bene e del male. Mostriamo solo alcune di queste capacità. Le altre rimangono dentro, ma non significa che non ci siano”.
C’è una versione inespressa di noi che si terrebbe l’anello, proprio come Isildur.
Ma in quale anfratto sono finite queste versioni di noi, positive e negative, o semplicemente diverse?
Dopo aver sentito più attori ripetere la stessa frase, ne ho discusso di persona con una di loro: Ludovica Di Donato, attrice teatrale. Nessuno più degli attori può spiegarti cosa significhi sperimentare diverse versioni di sé. Le chiesi come fosse recitare, cosa volesse dire dar voce a un’altra persona, uscire da sé per far spazio al personaggio.
Rispose che, quando si tratta di recitare, la chiave è sentire l’emozione. Se ti senti come il tuo personaggio, diventi come lui. Anzi, diventi proprio lui. La tecnica può aiutare, ma non devi concentrarti per simulare un’emozione, per fingerla. Se vuoi essere un bravo attore, devi sentirla davvero.
A questo punto, mi sembra che la domanda “dove troviamo le parti inespresse di noi?” possa ottenere risposta. Le parti di noi che non conosciamo sono nelle emozioni che non abbiamo ancora provato.
O, oserei dire, in quelle che non ci siamo ancora permessi di provare. In quelle che neghiamo a noi stessi, in quelle che razionalizziamo. Lì, per usare i termini di Pico della Mirandola, ci sono i semi che non coltiviamo.
Finché, a un certo punto, succede qualcosa che ci fa provare un’emozione inesplorata. Lì si apre una porta verso un’altra versione di noi. Spesso, succede nei momenti peggiori.
“Nei momenti difficili, mi sento a mio agio. Sono i momenti di svolta, quelli in cui il tuo passato è irrecuperabile e tu sei libero di diventare chiunque tu voglia”.
Siamo tornati in quel ristorante nel centro di Parma, alle 15:10.
È arrivato il caffè. Mick va avanti a raccontare, calmissimo. “Alla fine, comunque, la barca non si era rotta. Me ne sono accorto dopo aver bevuto lo spumante, che non stavo imbarcando acqua. Ormai, però, avevo sentito qualcosa dentro, qualcosa che non si può cancellare. E ora sono in cambiamento”.
Non tutti fanno una vita avventurosa come quella di Mick. Alcuni, come me, ne hanno una più monotona. Come facciamo, quindi, a provare emozioni inesplorate che ci aprano la porta a nuove versioni di noi?
Be’, la barca di Mick non è mai affondata. È bastato che lui credesse che stesse affondando per far scattare qualcosa.
Immedesimiamoci, dunque. Come ci sentiremmo se pensassimo di perdere tutto? Male, certo.
Ma proviamo a porre la domanda in un altro modo:
Se la tua barca stesse affondando e la persona che sei sempre stato stesse affondando con lei, cancellando il tuo passato per sempre, a quale nuova vita andresti incontro? Che tipo di persona ti piacerebbe diventare?
Forse pensi che sia impossibile per te che la tua barca affondi, impossibile iniziare una nuova vita che prescinda da quella che hai ora.
In tal caso, mi fa piacere ricordarti una frase che non ripeterò mai abbastanza: è tutto dentro di noi.
Benedetta.
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