Alzi la mano chi non è (un po’) populista
Si conclude oggi il dossier Polarizzazione, ma prima di cominciare ho una bella notizia da darti (soprattutto se vivi nel nord-est): Mondo Complesso arriva a Pordenone!
Insieme al Fake News Festival abbiamo infatti organizzato una serata LIVE imperdibile per parlare di “punto critico” insieme a Marco Anzovino, Antonio Bacci e Agnese Baini. Non solo, la serata si concluderà come sempre con la registrazione di una puntata dal vivo del podcast insieme a Giulio Xhaet!
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E ora cominciamo! Cos’hanno in comune Donald Trump, Jair Bolsonaro e Marine Le Pen? Esatto, sono alcuni tra più noti leader populisti al mondo.
Ma cos’è il populismo e qual è il suo legame con la polarizzazione , il tema del dossier che è iniziato un paio di numeri fa (puoi recuperarli qui e qui)?

Nel suo articolo “The Populist Zeitgeist ”, il politologo olandese Cas Mudde definisce il populismo come “un’ideologia che considera la società fondamentalmente separata in due gruppi omogenei e antagonisti : ‘il popolo puro’ contro ‘l’élite corrotta’, e che sostiene che la politica dovrebbe essere un’espressione della volontà generale del popolo”.
Questa definizione si discosta dalle interpretazioni precedenti che vedevano il populismo principalmente come un modo di fare politica o una semplice strategia di mobilitazione. Mudde sostiene invece che il populismo sia un’ideologia “sottile” , che può essere combinata con altre ideologie più “complete”, come il socialismo o il nazionalismo, e che può essere sia di destra che di sinistra.
Un aspetto centrale dell’analisi di Mudde è il rifiuto dell’idea che il populismo sia una patologia delle democrazie o un fenomeno marginale. Al contrario, l’autore argomenta che il populismo è diventato parte integrante della politica mainstream nelle democrazie occidentali a partire dagli anni ‘90 , per un insieme di cause. Tra queste, la caduta del comunismo, che avrebbe creato un vuoto ideologico che il populismo ha in parte colmato, la globalizzazione, una crescente sfiducia nelle istituzioni e l’evoluzione dei media, che avrebbero favorito stili di comunicazione più diretti e personalizzati, tipici del populismo.
L’autore arriva infatti al punto di introdurre il concetto di “Zeitgeist populista ”, suggerendo che oggi viviamo in un’epoca in cui il discorso populista è diventato pervasivo, influenzando anche i partiti tradizionali e i media.
In particolare, Mudde distingue quattro caratteristiche fondamentali del populismo.
La prima è una visione manichea della società , che viene divisa, come dicevamo prima, in due campi opposti: “il popolo puro” e “l’élite corrotta”. Questa dicotomia è centrale nel discorso populista e serve a creare una narrativa di conflitto tra i due estremi.
La seconda è l’opposizione sia all’elitismo che al pluralismo. L’elitismo sostiene che la politica dovrebbe essere guidata da un’élite morale e intellettuale, mentre il pluralismo riconosce la diversità della società e la legittimità di interessi diversi. Il populismo, invece, insiste sull’idea di una “volontà generale” del popolo, che dovrebbe essere la base della politica.
E qui arriviamo alla terza caratteristica del populismo: il concetto di “popolo” , che secondo Mudde è in realtà una comunità immaginata, che non corrisponde necessariamente all’intera popolazione. Questo “popolo” infatti è spesso definito in termini nazionalistici, escludendo certi gruppi considerati “non autentici” o “estranei”.
Infine, l’ultima caratteristica del populismo è la moralizzazione della politica : il dibattito politico si concentra infatti sul “bene” e il “male”, piuttosto che in termini di efficacia o praticabilità delle misure proposte.

Sebbene oggi tendiamo ad associare il populismo a un fenomeno di destra (anche se non mancano tutt’oggi esempi di populismo progressista, anche in Italia), ovviamente il populismo è un approccio che di per sé non è né di destra né di sinistra. In questo articolo del 2021, Moritz Schularick, Christoph Trebesch e Manuel Funke analizzano gli effetti economici e politici del populismo sulla base di una serie di dati storici, mostrando come questo fenomeno sia ricorrente e abbia effetti a lungo termine. I risultati principali sono tre: il populismo è seriale, con nazioni che tendono a eleggere ripetutamente leader populisti; è economicamente dannoso, portando a una riduzione del PIL; e crea instabilità politica, con il deterioramento delle istituzioni democratiche. Questi effetti persistono nel tempo, suggerendo che il populismo potrebbe continuare a influenzare negativamente molte nazioni.
Bene, ma qual è quindi l’impatto del populismo sulle democrazie?
Nonostante arrivi persino a riconoscere alcuni aspetti potenzialmente positivi del populismo, come la sua capacità di dare voce a gruppi marginalizzati e di rivitalizzare il dibattito democratico, Mudde avverte anche dei rischi che esso comporta.
Infatti, il populismo è una minaccia al pluralismo , alla diversità e alla legittimità di interessi divergenti, e propone una semplificazione eccessiva di questioni politiche e sociali complesse.
Non solo: è anche un’ideologia che mette in discussione la legittimità di istituzioni democratiche fondamentali, come i tribunali indipendenti o la stampa libera.
E infine, è un grande strumento di polarizzazione sociale e politica : cosa c’è di più polarizzante, in fondo, di dividere con nettezza popolo ed élite, buoni e cattivi?
Non posso però concludere questa panoramica sul populismo senza accennare all’antipopulismo e ai suoi possibili “effetti indesiderati”
Il concetto di “antipopulismo” è stato introdotto in modo significativo nel dibattito accademico e politico da Marco D’Eramo nel suo articolo del 2013 intitolato “Il populismo e la nuova oligarchia”, pubblicato sulla New Left Review. D’Eramo definisce infatti l’antipopulismo come un atteggiamento politico e intellettuale di coloro che utilizzano l’accusa di populismo per screditare i loro avversari.
Secondo questa prospettiva, l’antipopulismo può essere visto come una strategia retorica e politica adottata da élite e gruppi di potere per delegittimare movimenti o leader che sfidano lo status quo. Esempi di figure antipopuliste possono essere trovati in vari contesti storici e geografici.
In Europa, politici come Emmanuel Macron in Francia o Angela Merkel in Germania sono stati talvolta descritti come antipopulisti per la loro resistenza a movimenti populisti sia di destra che di sinistra.
L’antipopulismo, secondo D’Eramo, però, non è semplicemente una reazione al populismo, ma piuttosto un modo di concepire la politica che tende a vedere le richieste popolari come potenzialmente pericolose per la stabilità democratica. Questa visione spesso si basa su una concezione elitaria della democrazia, in cui si ritiene che le decisioni politiche debbano essere prese principalmente da esperti e professionisti della politica.
Tuttavia, critici dell’antipopulismo sostengono che questo approccio può portare a una disconnessione tra le élite politiche e le preoccupazioni dei cittadini comuni, potenzialmente alimentando proprio quei sentimenti populisti che cerca di contrastare.
Per concludere questa lunga riflessione sulla polarizzazione iniziata due numeri fa, ti invito a pensare proprio a due poli. Da un lato, quello del populismo, che ha un discorso che è molto chiaro, forte, radicato, che per quanto semplicistico e spesso incoerente, è condiviso da molte persone. Dall’altro, un altro polo, che non è quello dell’antipopulismo tout court e che al momento non ha la stessa narrazione forte e persuasiva. Quindi sì, siamo polarizzati, ma in maniera poco equilibrata, in modo che spesso anche chi a priori non abbraccerebbe il populismo si ritrova a farlo per mancanza di un’alternativa abbastanza efficace dal punto di vista comunicativo.
E a proposito di comunicazione, il dossier sulla polarizzazione finisce qui, ma continueremo a parlare di questi temi, aggiungendo una nuova “P” alla discussione nella prossima newsletter che, ti anticipo, parlerà di elezioni americane e postverità.

La crisi dei media e del giornalismo, come afferma Mudde, hanno svolto un ruolo importante nell’ascesa del populismo. Per saperne di più, recupera questo episodio del podcast di Mondo Complesso con due ospiti d’eccezione: Valerio Bassan, giornalista, strategist e autore della newsletter Ellissi, e Gabriele Cruciata, giornalista investigativo, formatore e podcaster.
Se hai poco tempo e vuoi dare un’occhiata al volo, ecco intanto due delle domande che gli ho fatto durante il podcast!

«Quanto è sostenibile la polarizzazione?»
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